Walaa Hussein: una ragazza oltre ogni limite

Sabato 13 luglio 2013 Dietrich Alexander ha pubblicato un articolo che racconta la storia di Walaa Hussein sul quotidiano Die Welt. Riporto qui i passaggi più interessanti di questo articolo da me tradotti in italiano.

Israeliana, palestinese, giocatrice di calcio nel campionato di Israele e della nazionale palestinese: come si può essere tutto ciò contemporaneamente? “Io sono araba, palestinese e israeliana ma prima di tutto sono una persona”, dice Walaa Hussein. La ventiquattrenne ha infatti superato ogni limite: è una donna forte e sicura di sè che ha trovato la sua strada tra checkpoint, ostacoli, tradizioni famigliari e modernità nella regione del mondo più dilaniata dai conflitti.

La storia di Walaa è eccezionale poichè è Walaa stessa ad esserlo. Nata e cresciuta nelle vicinanze della città costiera Akko in Israele, non accetta di rientrare in alcun schema, rifiuta le tradizioni e gli obblighi imposti dalla sua famiglia e dalla società che la volevano vestita in modo femminile e sposata.

“Walaa è una persona istintiva che minimizza l’importanza dei conflitti nel Vicino Orinete per poter respirare e vivere nel modo migliore”, afferma Noemi Schneider l’autrice del libro sulla donna giovane e decisa ‘Kick it, Walaa! Das Maedchen, das ueber die Grenzen geht‘ (Kick it, Walaa! La ragazza che va oltre ogni limite).

Walaa è una palestinese del ’48, discende da quegli arabi che dopo la fondazione di Israele nel 1949 sono rimasti nello stato ebraico. Allora erano in 100.000, oggi sono un milione e mezzo di persone. Un quinto degli abitanti di Israele ha quindi origine arabo-palesitnese proprio come Walaa che gioca per il Ramat Hascharon, squadra isrealiana di Serie A, e per la nazionale palestinese. Si dovrà decidere prima o poi? “No, no”, dice a Die Welt. “Quando sono nata non avevo scelta”. In Israele è israeliana, in Palestina è palestinese. In entrambi i luoghi è un’esotica: sia in Israele che in Palestina si sente a casa ma contemporaneamente no.

Walaa è così perchè suo padre Rassan glielo ha permesso andando anche contro alla propria moglie. La sua famiglia vive a Schaab che si trova vicino ad Akko nella parte settentrionale di Israele. Rispetta le regole del corano ma non in modo puristico. Walaa da bambina non desiderava avere bambole ma a quattro anni giocava già in una scuola calcio. A suo fratello Murad, più grande di lei di un anno e mezzo, tutto ciò non piaceva. “Sei una ragazza e le ragazze non giocano a calcio”, diceva. Anche la mamma era dubbiosa sulle scelte della figlia. Solo il papà Rassan la capiva e la faceva correre, allenare e giocare. Raramente la si vedeva infatti senza un pallone.

Gli scout israeliani e palestinesi notarono presto le sue qualità di attaccante. A 14 anni Walaa gioca la sua prima partita con il Sakhnin e segna i due gol della vittoria contro l’Hadera. La sua prestazione convince persino il fratello Murad che dopo il fischio finale le da una pacca sulla spalla e le dice “Gioca! Sei brava. Continua!”. Sarà l’unica partita che guarderà della sorella. Murad è campione israeliano di bodybuilding e ha scelto di vivere secondo uno stile di vita conservativo e religioso. Una sorella indipendente e giocatrice di calcio non si addice a questa scelta di vita.

Il talentscout isrealiano Roni Schneider invita Walaa, che allora aveva 15 anni, a fare un allenamento di prova nella nazionale. A 16 anni entra a far parte della rosa dell’Under 19 e gioca a livello internazionale.

Walaa non vuole farsi strumentalizzare ed è convinta della sua indipendenza in quanto persona. Quando gioca per la nazionale palestinese mette la mano sul cuore durante l’inno. Si è decisa quindi? Nient’affatto. La prossima stagione giocherà di nuovo per la società israeliana Hascharon.

In autunno finirà di studiare fisioterapia. Al suo paese aspettano di vederla sposata. Questo significa che dovrà smettere di giocare a calcio perchè non ha ancora trovato un secondo Rassan. Walaa è sempre andata oltre a limiti, contraddizioni e modelli di ruolo. Svia ancora però dalla questione più difficile della sua vita: forse in fondo non è così forte da ribellarsi alle norme e alle aspettative della società nei suoi confronti. La risposta infatti nella quale trasmette più ansia e ostinazione è: “Non voglio diventare grande”.

Walaa Hussein, foto da Die Welt
Walaa Hussein, foto da Die Welt

Voci di donne: Come l’istruzione può cambiare la vita in Africa

Hai un minuto? E se ce l’hai come vorrei riuscire a farlo diventare un sempre…” canta Mina nella sua ‘Itaca’, trasmessa in anteprima assoluta durante la trasmissione di Plan Italia, Prima le Ragazze, su La7 lo scorso 5 Giugno.

La Signora della musica italiana ha voluto così testimoniare la sua vicinanza all’impegno di Plan Italia, promotore di campagne a tutela dei diritti delle ragazze che non hanno la possibilità di studiare. In realtà, se ci si riflette, un minuto di attenzione nella vita delle bambine può significare un sempre.

Per Fatma Ndaw è stato veramente così: nata nei sobborghi di Dakar, in Senegal, a sei anni è rimasta orfana ma non ha smesso un minuto di studiare anche quando è stata costretta a sposarsi a soli 15 anni con uno zio, rimanendo subito incinta.

Fatma non si è persa d’animo, perché ogni minuto è prezioso, e ha lasciato il marito che voleva altri figli e con il sostegno di sua zia è riuscita ad andare all’università di Dakar laureandosi in Lingue. E’ diventata insegnante, ha comprato una casa per lei e sua zia. Non si è però fermata lì! Ora sta collaborando con Plan Senegal nel progetto ‘1.000 Girls‘ per trasmettere la lezione più importante che ha imparato ossia che l’istruzione è lo strumento per cambiare la propria vita.

Ci sono ancora 66 milioni di bambine nel mondo che non vanno a scuola e a una su tre viene negato l’accesso all’istruzione scolastica proprio perchè femmina.

In particolare i paesi dell’Africa centro-occidentale soffrono di una forte disparità di genere che si traduce nella mancanza di istruzione scolastica per le bambine. Infatti le zone occidentali hanno il livello di istruzione più basso nel mondo.

Secondo dati ufficiali negli 11 paesi africani della fascia occidentale 14 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola e quasi otto milioni sono bambine. Nelle aree rurali la percentuale dei bambini senza istruzione arriva al doppio in confronto a quella dei bambini che vivono nelle aree urbane. Inoltre la percentuale di abbandono scolastico grava pesantemente sulle ragazze e le cause sono espresse dai matrimoni prematuri, dalle molestie, dalle violenza di natura sessuale e dalla mancanza di infrastrutture che aiutino le differenze di genere come, ad esempio, i bagni separati.

Il lavoro di Plan nei confronti dell’istruzione delle bambine nell’Africa centro-occidentale si fonda su tre elementi interconnessi: un uguale accesso all’istruzione, un’istruzione di qualità e il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche. Inoltre Plan lavora con i governi sia locali sia a livello nazionale per sensibilizzarli verso il rispetto dei diritti di tutti i bambini soprattutto delle bambine.

Perché ‘trasformare un minuto in sempre’ nella vita delle bambine del mondo si può fare, ce lo insegna Fatma Ndaw.

Per informazione su come sostenere una bambina a distanza con Plan Italia, si può chiamare il numero: 0039-039 6848701 – email: info@plan-italia.orgwww.plan-italia.org.

Fatma Ndaw
Fatma Ndaw

Fondazione Marisa Bellisario: donne eccellenti!

Per una donna fare carriera è più difficile ma è più divertente“.

Venticinque anni fa Marisa Bellisario lasciava la consapevolezza che ogni donna, se determinata e coraggiosa, in grado di osare e inseguire le proprie ambizioni, può raggiungere qualsiasi traguardo, nella vita come nel lavoro. La Bellisario, scomparsa nel 1988, era definita manager dura ma corretta dalla stampa internazionale e il suo percorso professionale in Olivetti è degno di ammirazione. Infatti la sua è la prima carriera in Italia nell’ambito delle telecomunicazioni e dell’informatica e la prima di respiro internazionale, perché è lei stessa a scrivere di “aver scoperto venti anni prima di economisti ed esperti che un’impresa deve essere internazionale”.

Ogni anno dal 1989 la Fondazione che da lei prende il nome, presieduta da Lella Golfo, premia le eccellenze femminili che si sono distinte nella professione, nel management, nella scienza, nell’economia e nel sociale a livello nazionale e internazionale. ‘Donne ad alta quota‘ è un premio pensato per riconoscere l’impegno delle donne nel lavoro che quest’anno si è svolto il 20 giugno.

La Fondazione Marisa Bellisario promuove lo studio e la progettazione di azioni rivolte al mondo del lavoro, dell’imprenditoria femminile e del management con interesse particolare verso le nuove tecnologie. La Fondazione desidera valorizzare le professionalità femminili che operano nel settore pubblico e privato e promuove una cultura attenta alla parità in un dialogo aperto nella società. Ha come obiettivo principale quello di richiamare costantemente l’attenzione del mondo politico, delle istituzioni, dell’imprenditoria e del mondo del lavoro su idee e progetti innovativi, per promuovere e sostenere l’affermazione delle professionalità femminili in ambito nazionale ed internazionale.

Decisionismo, capacità e competenze coniugate con l’esperienza maturata a livello internazionale hanno fatto del profilo professionale di Marisa Bellisario una donna lungimirante e coraggiosa. La Fondazione Bellisario porta avanti il suo impegno che ha rappresentato per la storia femminile un simbolo dell’affermazione della parità tra uomo e donna.

Because I am a girl

Tutti i bambini devono poter crescere in modo sano, aver diritto a un’educazione senza violenza, poter essere istruiti ed essere protetti dallo sfruttamento: così sta scritto nella Convenzione per i diritti dei bambini dell’ONU. Spesso però per le bambine non è così!

Particolarmente in Africa, Asia e America Latina l’uguaglianza non è scontata. Molte bambine non possono frequentare regolarmente la scuola perchè devono fare i mestieri, prendersi cura dei fratelli e delle sorelle oppure aiutare la propria madre nei campi. Il diploma diventa quindi l’eccezione. Se sono malate spesso non ricevono cure. Inoltre sono spesso vittime di matrimoni combinati e diventano mamme in età ancora adolescenziale. Nel peggiore dei casi non vengono neanche registrate all’anagrafe e diventano quindi più facilmente vittime di violenza fisica e psicologica, sfruttamento e traffico di persone.

Le ragazze però, se aiutate, potrebbero rappresentare il ‘motore’ della società. Supportando il loro sviluppo migliora di gran lunga la situazione economica della loro famiglia, della loro comunità e non per ultima della loro nazione. Questo viene dimostrato sia dall’esperienza di Plan che dagli studi dell’ONU e della Banca Mondiale.

Ogni anno in più passato fra i banchi di scuola significa per una ragazza che il suo reddito potenziale aumenta tra il 15 e il 25 per cento. Le donne infatti investono i loro risparmi nell’educazione dei propri figli. Questo porta a lavori migliori per i membri delle loro famiglie.

Per questo motivo la campagna ‘Because I am a girl’ di Plan appoggia lo sviluppo delle bambine e la loro formazione. Oltre al fatto che possano andare a scuola è importante che esse siano in grado di prendere in modo indipendente le loro decisioni e ciò ha un grande impatto sullo sviluppo delle nazioni povere.

Because I am a girl è una campagna mondiale per i diritti delle bambine che promuove il loro diritto ad avere le stesse chance dei pari età di sesso maschile. L’obiettivo di Plan è quello di rafforzare la posizione femminile perchè possano riscattare la loro situazione famigliare. Investire sulle bambine significa accantonare la povertà!

Momo: l’importanza del tempo

Per un anno è andato in scena al Badisches Staatstheater di Karlsruhe il balletto Momo. Tratto dal romanzo di Michael Ende, pubblicato nel 1973, l’opera si concentra sul tema del tempo.

Il tempo è una tematica ricorrente nella letteratura mondiale della quale si sono occupati scrittori come Shakespeare, Thomas Mann e Samuel Beckett. “Che cos’è il tempo?” e “Cosa ha che fare con le nostre vite?“: queste le domande che Ende si pone nel suo romanzo.
Il balletto andato in scena sul palcoscenico del teatro di Karlsruhe merita veramente di essere visto. La coreografia di Tim Plegge vede nella versione originale la talentuosa ed espressiva Blythe Newman nei panni della trovatella Momo, Flavio Salamanca come Beppo e il versatile Zhi Le Xu che interpreta Gigi.

La filosofia di vita di Momo è riassumibile con il concetto di vivere il proprio tempo godendosi gli attimi e apprezzandone i valori. Di tutt’altro avviso sono però i cosiddetti ‘signori grigi‘, ossia gli agenti oscuri che cercano di portare le persone comuni a risparimiare il tempo. Credono che la vita debba significare efficienza e che la spontaneità sia roba da bambini. In realtà i signori grigi sottraggono il tempo alle persone illudendole che lo potranno riavere in un secondo momento. Quando questo momento arriverà non è però molto chiaro. L’importante è che facciano tutto in modo veloce e macchinoso, che si impegnino nel lavoro senza pensare ai propri sogni e rendano l’amore un bene materiale.
I valori dimenticati, l’arrivismo, il non mettere il cuore in ciò che si fa, il consumismo, l’essere tutti uguali e la fretta: Momo è un’allegoria ai tempi moderni. Momo però è la chiave tramite la quale agli uomini viene riaperta la porta della vita vera. Con la sua innocenza restituisce agli uomini il tempo perduto.

Momo nella nostra quotidianità non ci può liberare, possiamo però cambiare da soli il nostro atteggiamento nei confronti del tempo. Come? Semplice: rallentando, fermandoci a riflettere, andando all’indietro e cercando di trovare un senso alle cose e di vivere seguendo le proprie emozioni. Tutto appartiene agli altri, solo il tempo è nostro.

Ernesto Sirolli: shut up and listen!

Ernesto Sirolli: italiano, laureato in Scienze Politiche nel 1976 a Roma, nel 2004 effettua un dottorato di ricerca alla Murdoch University di Perth. Ha lavorato in Europa, Africa, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti e Regno Unito nello sviluppo economico.

Nel 1985 contribuì in un modo particolare allo sviluppo economico di Esperance, una piccola comunità rurale dell’Australia occidentale: adottò un approccio incentrato sulla passione, la determinazione, l’intelligenza e la ricchezza di risorse delle persone locali.

Prendendo spunto dall’Esperance Experience 250 comunità in tutto il mondo applicarono questo approccio reattivo e incentrato sulle persone allo sviluppo della propria economia. Questo modello è chiamato Enterprise Facilitation ed è documentato nel libro Ripples from the Zambezi — Passion, Entrepreneurship and the Rebirth of the Local Economy, pubblicato da Sirolli.

Sirolli è diventato una nota autorità nel campo dello sviluppo economico sostenibile e tiene diverse conferenze in tutto il mondo. E’ inoltre il fondatore del Sirolli Institute, un’organizzazione no profit internazionale che insegna ai leader come mantenere e sviluppare progetti economici nelle loro comunità.

Un torrente in piena contro la violenza sulle donne

A Karlsruhe nella Hirschstr. 53 B ha sede l’associazione Wildwasser & FrauenNotruf che può contare su un valido team di assistenti sociali e psicologhe pronto a offrire assistenza a ragazze e donne vittime di violenze sessuali.
Wildwasser‘ in tedesco significa ‘torrente ‘ ed è proprio come un torrente in piena che si potrebbe descrivere la passione con cui queste donne agiscono per permettere a chi si affida a loro di superare un evento così traumatico come può essere la violenza sessuale.
Secondo alcune ricerche, una ragazza su quattro viene violentata sessualmente. Gli autori di queste violenze sono per lo più uomini: padri, patrigni, fratelli, zii, amici, vicini, insegnanti o educatori. In qualche caso si tratta anche di donne: madri, matrigne ed educatrici. Nella maggior parte dei casi sono persone che la ragazza conosce e di cui si fida; altre volte può trattarsi di sconosiuti.
Una violenza sessuale avviene quando una persona utilizza la sua posizione di forza, la fiducia e l’incoscienza di un minore per soddisfare le proprie necessità di forza, approvazione, contatto corporeo tramite attività sessuali.
La violenza sessuale contro le donne può avvenire, invece, in diverse forme: esibizionismo, offese, minacce, molestie sessuali e violenza orale, anale o vaginale. Tutto ciò può succedere sempre e in qualsiasi luogo: di giorno o di notte, in casa o all’aperto, al lavoro o su internet, durante lo sport o in terapia. Chi la compie sono spesso amici, mariti, partner, capi, colleghi, dottori ma a volte anche sconosciuti.
Una donna su sette è vittima di violenza. Paura e vergogna regnano nell’animo di queste donne che spesso faticano a fidarsi del prossimo. Wildwasser & FrauenNotruf si rivolge a ragazze e donne che hanno subito violenze sessuali ma anche ai loro genitori, familiari e amici. Gli incontri sono riservati e se desiderato anonimi.
L’associazione offre vari servizi tra cui: assistenza personale, telefonica, via e-mail e chat; consulenza in caso di reazioni post-traumatiche; assistenza e informazioni in caso di azioni legali; organizzazione di eventi per la prevenzione dei bambini e degli adolescenti ed infine terapia individuale e di gruppo.
Wildwasser & FrauenNotruf è finanziata dalla città e dalla provincia di Karlsruhe ma i fondi non sono mai abbastanza per far fronte alle richieste di consulenza, di supporto e alle attività di prevenzione necessarie per un’importante tematica quale la violenza sulle donne. Maggiori informazioni, quali contatti e dettagli su come supportare l’associazione, si possono trovare sul sito: www.wildwasser-frauennotruf.de.

Aver paura di un maiale grasso

Dal 5 aprile al 12 maggio 2013 è in scena al Kammertheater di Karlsruhe uno spettacolo per certi versi imperdibile dal titolo Fettes Schwein, Maiale grasso. Quest’opera teatrale porta la firma di Neil LaBute, autore di film come In the company of Men che ha vinto molti premi, Your Friends an Neighbors con Ben Stiller e Nurse Betty con Renée Zellweger e Morgan Freeman.

La storia è quella di Tom ed Helen, due trentenni che si conoscono in un fast food durante la pausa pranzo, interpretati rispettivamente da  Helge Gutbrod e Mackie Heilmann. Fin da questo primo incontro Tom viene totalmente affascinato da Helen che è divertente, diretta e ama gli stessi film che piacciono a lui e non le solite commedie romantiche come la maggior parte delle ragazze. Helen sarebbe la donna perfetta per Tom ma qui il condizionale è d’obbligo! Questo perchè è Helen è molto, molto grassa. Sapendo ciò nessuno nella cerchia di amici di Tom crede che lui sia veramente innamorato. Non c’è da sorprendersi dato che tra i suoi amici vi siano Carter, interpretato da un divertente Mike Langhans, che è della filosofia che se una persona sia grassa ‘debba smetterla di infilarsi cibo in gola’, e Jeannie, Birthe Wolter, che non riesce a capacitarsi che Tom le preferisca un maiale grasso. Sì, perchè Tom prima di Helen usciva con la bella e magra Jeannie e sembrerebbe quindi saltare di palo in frasca.

Mentre Tom ha vita difficile nel difendere la sua relazione con Helen, lei ha invece raggiunto una maturità e una fiducia in se stessa tali da non sentirsi diversa neanche quando le persone la guardano male o fanno commenti sulla sua corporatura. E’ contenta del suo aspetto fisico ed ha un carattere gioioso ed energico diversamente dalle ragazze ‘grissino’ di cui Jeannie è l’emblema.

Se ci si sofferma sui caratteri delle due protagoniste femminili di Fettes Schwein si nota subito l’enorme differenza fra di essi. Helen è appunto coinvolgente, divertente, sicura, diretta, dolce ed esprime il suo amore senza paura dei sentimenti che prova. Jeannie invece è isterica, maligna, umorale e, nel suo alzare la voce durante le discussioni con Tom, si percepisce quanta insicurezza e insoddisfazione si celino dentro di lei.

Alla lunga però Tom viene influenzato da ciò che pensano gli altri e questo segna la relazione con Helen. Se Fettes Schwein fosse un film romantico sapremmo tutti come sarebbe il finale ma, siccome non lo è, diciamo che la fine di questo spettacolo può suscitare in chi lo guarda due effetti: da un lato una sensazione di amaro in bocca e dall’altro la consapevolezza che lo spettacolo rappresenti la dura realtà alla quale persone sovrappeso sono abituate. Questa realtà può essere ben riassunta dalle parole di Carter: “Non ci si sente a proprio agio se c’è un diverso. Capisci?! Gay, idioti, storpi, ciccioni e addirittura vecchi: fanno tutti paura! Paura che anche noi potremmo essere così: oh, quanto siamo vulnerabili! Ognuno di noi lo è! Siamo tutti a un passo dall’essere qualcosa del quale abbiamo paura”.

Di Fettes Schwein si è parlato molto e bisogna dire che lo spettacolo non delude le aspettative: si ride e si torna a casa riflettendo perchè in fondo è facile essere Carter ma se fossimo più Helen affronteremmo la vita in un modo sicuramente più costruttivo.

Coraggiosa, ferma e unita: l’Italia che verrà

E’ dai valori della Resistenza partigiana che l’Italia dovrebbe ripartire. Li ha ben riassunti il 25 aprile il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “C’è sempre molto da imparare sul modo di affrontare i momenti cruciali: coraggio, fermezza e senso dell’unità furono decisivi nella Resistenza al fascismo”.
Lo stesso Napolitano, durante il discorso di insediamento per il suo secondo mandato, ha definito con i seguenti termini l’operato della classe politica degli ultimi anni: “Omissioni, guasti, irresponsabilità, lentezze, esitazioni, calcoli strumentali, tatticismi, sperimentalismi, sterilità, autoindulgenza, nulla di fatto, corruzione, sordità e dispute banali“. Proprio elencando le parole del capo dello Stato Beppe Severgnini ha esordito nel suo editoriale, pubblicato sul Corriere della Sera di venerdì 26 aprile, dal titolo Il contatto con la realtà.
I parlamentari, mentre Napolitano parlava, applaudivano freneticamente: che però il suo messaggio li abbia toccati per davvero è un dubbio che rimane.
L’Italia ha voglia di novità e di tornare ad avere fiducia nella classe politica. Il voto al Movimento 5 Stelle ne è l’emblema. Facce nuove: questo l’urlo scaturito dalle urne! Molti elettori, pur consapevoli che una democrazia moderna non si possa affidare alle idee e al programma di Beppe Grillo, hanno deciso di votare il suo partito nato dal web. Questo è un gesto sul quale è necessario riflettere: il 25% degli italiani ha deciso di scegliere l’incompentenza dei 5 Stelle pur di liberarsi dall’inefficienza della classe politica che ha governato a lungo il paese.
Allora sì che le parole di Napolitano diventano di un’importanza cruciale. Il capo dello stato, con la sua lunga esperienza politica, ha saputo leggere nel voto di quegli italiani esattamente il messaggio che essi volevano trasmettere. Con i suoi 88 anni si è dimostrato lungimirante e si è messo in gioco in prima persona affermanto che, in caso di fallimento, ne trarrà le sue conseguenze. Scioglierà quindi le Camere o si dimetterà.
Dopo il buco nell’acqua di Bersani, Napolitano ha quindi affidato a Enrico Letta l’incarico di formare un esecutivo, scegliendolo per il suo alto profilo e la sua competenza. Il 47enne Letta è un politico giovane: una caratteritica che la sempre più interessata Europa valuta in maniera positiva.
Il premier incaricato il 25 aprile ha dichiarato di aver sentito il bisogno e la necessità di rendere omaggio alla memoria di quanti si siano battuti e sacrificati per la liberazione dell’Italia e per la democrazia. Questi sono ottimi presupposti per dare il via ad un governo che non ha alternative.
Ridare lavoro e speranza ai giovani, concedere sussidi alle imprese, occuparsi di far sì che la cassa integrazione non sia la soluzione per chi un lavoro lo ha e lo vuole continuare a fare, evitare che l’IVA a luglio arrivi al 22% salvaguardando i consumi: queste sono tematiche che necessitano un paese con un governo coraggioso, fermo e unito.

E se anche i clown ridono di noi…Basta!

Partecipare ad una serata di teatro sperimentale, animata da clown, può portare a riflettere sull’immagine che gli stranieri hanno di noi italiani.

Venerdì 19 aprile è andato in scena lo spettacolo Performing Art… 100 Minuti di Clowns & Comedy al Tanztheater Etage di Karlsruhe. Il proposito degli organizzatori era di portare il pubblico a ridere e in gran parte la missione è riscita. Non del tutto però.

Non è per criticare uno spettacolo che di per sè, seppur amatoriale, è stato divertente ma uno sketch in particolare ha suscitato in me un moto di disappunto. Nella scena a cui mi riferisco due clown si fingevano, rispettivamente, un regista italiano e un attore di diversa provenienza. Il regista era lo stereotipo dell’italiano visto dai tedeschi che però non ha nulla a che vedere con il vero italiano odierno. L’attore appariva quindi disorientato dalle indicazioni del magnifico ed eccentrico regista che non era a sua volta mai soddisfatto della performance.

Per i tedeschi, come credo per altri stranieri, noi siamo l’emblema del casinista, creativo, fanfarone e teatrale. Questa affermazione può sembrare brutale ma la certezza della sua verità è indiscutibile. L’idea che gli stranieri hanno dell’italiano medio non sta però al passo con i tempi!

Il giornale tedesco Die Zeit riportava in data 07 marzo un interessante articolo a proposito di quanto il nostro paese produca menti brillanti ma non sia in grado di farne tesoro. Infatti, secondo Repubblica, la Lombardia si rivela la regione che maggiormente alimenta l’emigrazione: ben 13.156 lombardi hanno trasferito la propria residenza all’estero nel 2012. Per Paesi, la Germania è la prima meta di destinazione con 10.520 italiani che l’hanno scelta.

Ci trasferiamo quindi in Germania ma l’immagine che i tedeschi hanno di noi non corrisponde alla realtà del nostro background culturale e sociale attuale. Quante volte mi sono sentita dire dopo aver affermato di essere italiana: “Allora sei piena di temperamento!”. Per non citare tutte quelle persone che, dopo avermi conosciuta meglio, mi hanno detto, quasi stupite, che io non sono assolutamente una ‘tipica italiana’.

Definiamo ora il loro concetto di ‘tipico italiano‘. Spesso e volentieri questo concide con che ‘non parla ma urla‘, che ‘ha una personalità dominante‘, che è ‘divertente ma allo stesso tempo inopportuno‘ e che ‘parla sia in tedesco che in italiano con una bruttissima tonalità di accento‘ (e questo forse è l’aspetto che a pelle urta di più). Potrei continuare. Avete presente Jersey Shore?! Ecco ci siamo quasi!

A questo punto poniamoci una domanda: siamo veramente così? Se la risposta che vi state dando è no allora sta a noi, giovani e adulti in Italia e all’estero, cambiare il modo che hanno gli ‘altri’ di vederci rendendoci ambasciatori positivi della nostra cultura, delle nostre tradizioni e dei nostri valori. Senza contare che almeno in Europa dovremmo avere tutti un senso di appartenenza in più che va oltre le differenze nazionali.