Parlati bene!

“Sei troppo lenta!”. “Mamma come sei imbranata!”. “Vuoi prestare attenzione?!”. Queste sono solo alcune frasi che io ero solita ripetermi. A un certo punto però mi sono accorta che questo modo di dialogare con me stessa non mi faceva assolutamente bene, anzi.
Io avevo una gran brutta tendenza, ossia quella di essere troppo severa con me stessa e di pretendere da me delle performance che non avrei nemmeno osato pensare di potermi aspettare da qualcun altro.
La cosa peggiore era che quando non raggiungevo i miei obiettivi la vedevo come una sconfitta. Tutto ciò, come intuirai leggendo, non mi faceva bene ed era molto tossico per il mio equilibrio.
Per fortuna però ho sempre coltivato una forte introspezione e, a un certo punto, ne ho preso coscienza. Spesso prendere coscienza di una cosa è già un ottimo inizio ma non basta: bisogna accompagnarlo a una grande forza di volontà per riuscire a cambiare le carte in tavola.
A me la forza di volontà non è mancata e sono riuscita a compiere un gran lavoro su me stessa di cui oggi sono molto fiera. Credimi, se l’ho fatta io a instaurare con me stessa un dialogo positivo, puoi farcela anche tu. Aggiungerei addirittura che devi farcela perché tu sei la persona più importante nella tua vita e il modo in cui interagisci con te stesso dovrebbe essere uguale a quello in cui tratti la tua migliore amica o il tuo migliore amico.
Io ho imparato a memoria una frase che è diventata per me una specie di mantra e che non mi stanco mai di ripetere non solo a me stessa ma anche a chi credo abbia necessità di ascoltarla: “Vuoi trovare l’amore della tua vita?! Guarda nello specchio!”
Ti auguro quindi di parlarti sempre bene e di trattarti con rispetto perché tu sei ciò che hai di più prezioso.

Il piacere di essere assorto in un’attività

Quando ero adolescente mi succedeva sempre non appena entravo in palestra, già cambiata, e incominciava l’allenamento di pallavolo: per un’ora e mezza i miei pensieri giravano solo e unicamente attorno alla palla.
Poteva succedere di tutto al di fuori di quella palestra, per me ciò che contava era solo non far cadere quel pallone.
Ero totalmente assorta in quello che per me era molto di più di uno sport. La pallavolo era infatti il mio rifugio e la mia squadra una seconda famiglia.
Ieri ho riscoperto il piacere di essere tanto immersi in un’attività da sentirsi come in una bolla, isolati da tutto il resto.
Da un mese stiamo ristrutturando la nostra nuova casa e negli ultimi giorni abbiamo tolto la tappezzeria in una stanza. Era originariamente verniciata di un verde improponibile, almeno per i nostri gusti dato che quello spazio sarà destinato a diventare il nostro ufficio e quel verde era tutto fuorché sobrio.
Volevamo finire di togliere il colore ieri per iniziare oggi a tappezzare e, una volta asciugato il tutto, riverniciare ma di bianco. Avevamo dunque un obiettivo e sapevamo che non ce ne saremmo andati se non avessimo finito. Abbiamo iniziato alle 10:00 a grattare via la tappezzeria con la spatola e, quando per la prima volta riemersi dalla mia concentrazione pensando a che ore fossero, l’orologio segnava già le 15:00. È stata una bella sensazione riscoprirmi così assorta in quel compito tanto da dimenticare tutto il resto.
Lo colgo solo io un parallelismo alla fine di questo testo o lo sostenete anche voi che la spatola è diventata oggi quella che una volta era per me la palla? Ogni età ha il suo giocattolo… No dai!

Passato e presente?!

Quando entri nel cuore di un tedesco

Mi ricordo come se fosse ieri il periodo iniziale nella mia prima azienda a Karlsruhe, in Germania. Ogni mattina aprivo la porta dell’ufficio dove lavoravo, un open space condiviso con una ventina di persone, e volenterosa mi avventuravo in un cordiale saluto, dicendo: “Hallo!” o “Guten Morgen!”. La reazione dei miei colleghi è quella che impresse in modo significativo questo ricordo nella mia memoria. Avete presente nei film western le balle di fieno che rotolano?! Ecco più o meno questa era l’immagine che visualizzavo in attesa di una risposta che non arrivava. La stessa cosa capitava quando mi congedavo la sera. Per dovere di cronaca c’è da aggiungere che io con questi colleghi non lavoravo a stretto contatto però da italiana cordiale, abituata a parlare anche con i muri, questo loro non rispondere ai miei saluti mi scioccò e non poco.
Con il tempo però capii che i tedeschi sono come un motore diesel: ci mettono un po’ a ingranare nelle relazioni interpersonali. Queste sbocciano piano piano come le rose in primavera.

Un tedesco prima ti scruta, studiando ogni tua reazione e ogni tuo atteggiamento, poi al ritmo che ritiene più opportuno però si apre facendosi conoscere con cautela sempre più. Quando arriva a sentire che tu sei una persona a cui poter dar fiducia e con cui vale la pena approfondire la relazione, ti stringe nel suo cuore e da lì è quasi impossibile uscirne. L’affetto che ne scaturisce è reciproco e proprio sincero. Ti permette di donare ma soprattutto di ricevere ancor di più, in modo incondizionato. Ne nasce un’amicizia di un’eccezionale profondità, a cui tu non vorrai rinunciare e di cui ti sentirai grato e onorato.
Grazie al fatto che, nonostante le barriere culturali iniziali, io abbia comunque sempre mantenuto un atteggiamento aperto, rispettando i tempi e gli spazi altrui, ho potuto stringere in questi ultimi anni amicizie sincere e importanti con persone tedesche. Sono certa che queste mi accompagneranno per molto tempo nel mio cammino di vita.
Infine la cosa che trovo più incredibile, riflettendoci, è che questa cautela nell’instaurare amicizie la rivedo un po’ sia in me stessa che in altre persone straniere che vivono da diverso tempo qui in Germania. Sarà questo quello che si intende con integrazione?

Per me questa è l’amicizia: camminare sempre uno accanto all’altro.

Di balli con la testa in treno

Venerdì nel tardo pomeriggio ero sul treno suburbano in direzione di quella che sarà la nostra prossima città, Weil der Stadt. Un nome che sto cercando di far imparare alle mie amiche italiane più care, una alla volta, senza farmi scoprire troppo nel mio intento anche so che leggeranno questo testo e quindi non ho più coperture. Un nome che tra l’altro è divertente da tradurre dato che la sua versione italiana sarebbe “Perché la città” e suona un po’ come una sorta di statement a motivare la nostra decisione di trasferirci proprio lì.

Mi trovavo sul treno, raccontavo all’inizio, quando un ragazzo di origine africana si sedette di fronte a me. All’inizio pensai fosse al telefono perché aveva le cuffiette come me e lo vedevo muovere la bocca. Invece poi mi accorsi dal movimento della sua testa che cantava a bassa voce una canzone, oscillando da destra a sinistra al ritmo della musica.

Guardando lui mi ricordai che anche io avevo la app di Spotify aperta sul cellulare con la mia playlist di canzoni legate a ricordi o a persone che hanno caratterizzato la mia vita che risuonava nelle mie orecchie. Ecco che mi trovai senza volerlo pure io, quasi per riflesso, a oscillare la mia testa su e giù ascoltando Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano. Per me questa più che una canzone è un racconto con una musica che proprio ti trasporta tra un concetto e l’altro. Non so se abbiate mai fatto caso al testo: a me ricorda la Milano degli anni delle corti. Anni dei quali mio papà mi parlava sempre con nostalgia, in cui lui è cresciuto e a cui era legato più che a ogni altro ricordo. Poteva passare ore a rievocare i tempi della sua corte del Cornicione di Gaggiano, una corte che per lui è sempre stata sinonimo di casa.

Sorrisi perché pensai che nella vita non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Come mi disse una mia cara amica siciliana una volta, i passeggeri che trovi sui mezzi di trasporto che non prendi abitualmente non li rivedrai probabilmente mai più nella tua vita, quindi perché non oscillare in modo quasi impercettibile con la testa ascoltando musica?!

Se avete prestato attenzione all’inizio di questo post, potreste pensare che però mi trovavo sul treno verso quella che sarà la mia nuova città e di conseguenza che io quel treno suburbano lo prenderò spesso e… invece no! Perché?! Proprio questo weekend ho firmato il contratto d’acquisto della mia prima auto e, se mi conoscete bene o se avete letto ogni tanto questo blog, riconoscerete che per me questo è un traguardo… Ora mi troverete a oscillare con la testa in coda al semaforo e magari addirittura mi lancerò cantando pure!

Il treno suburbano S6 per Weil der Stadt – fonte Stuttgarter Zeitung

Un verbo che dovrebbe essere di moto

Imparare: v. tr. [lat. *imparare, comp. di in-1 e parare «procurare»; propr. «procacciarsi una nozione», o sim.]. – 1.a. Acquistare cognizione di qualche cosa, o fare propria una serie di cognizioni (relative a un’arte, a una scienza, a un’attività, ecc.), per mezzo dello studio, dell’esercizio, dell’osservazione, della pratica, attraverso l’esempio altrui, ecc. [Definizione completa sul sito di Treccani]

Alcuni di voi magari si ricorderanno la definizione di verbi di moto appresa durante le lezioni di grammatica italiana alle elementari. I verbi di moto sono quei verbi che esprimono un movimento (come andare, scendere, uscire, guidare, ecc.). Secondo me a questa categoria dovrebbe appartenere anche ‘imparare’.
Il motivo della mia affermazione è semplice: imparare qualcosa di nuovo smuove il tuo sistema e attiva il tuo cervello. Esercitandoti con costanza sarai in grado di arrivare a un livello che nemmeno osavi immaginare all’inizio del tuo percorso di apprendimento. Chi si mantiene attivo e interessato non invecchia, inoltre passare il tempo migliorando le nostre abilità facendo ciò che più ci piace ha un effetto terapeutico: scaccia la tristezza e impegna la mente.
Imparare, spero che a questo punto converrete con me, ha come verbo un carattere di moto perché appunto ci mantiene attivi.

Il post di Giulia Borriello

Qualora ancora foste scettici, vi racconto che a conferma della mia tesi lunedì, navigando su Linkedin, ho trovato questo post della psicologa Giulia Borriello nel quale cita una frase di T.H. White che esprime proprio questo concetto e non ho potuto non farne uno screenshot.
Io non conosco personalmente Giulia Borriello ma l’ammiro molto. Dal 2012 è tra i miei contatti di Linkedin. Non so esattamente come mi abbia trovata. Ricordo che era un giorno del 2012, il mio primo anno in Germania in cui ero spesso a Berlino per lavoro, quando trovai in Linkedin la sua richiesta di entrare a far parte del mio network di contatti. Vidi che avevamo una persona in comune, che anche lei aveva studiato a Milano e mi chiesi: vorrà dirmi qualcosa questa psicologa italiana esperta nel settore cognitivo-comportamentale che vive a Berlino? E così l’aggiunsi subito.
In realtà finora ho avuto pochi contatti diretti con lei, ogni tanto sono io che commento i suoi post: leggo infatti sempre con grande interesse ciò che condivide e l’ammiro molto per il suo lavoro e per i servizi che offre a supporto della comunità italiana berlinese.
Posso solo consigliarvi di seguirla anche voi qualora abbiate Linkedin. Non ditemi che vi state chiedendo: “e perché mai dovrei farlo?!”
La risposta anche qui è semplice: Per imparare qualcosa di nuovo, magari?!

Il potere di un racconto (anche mancato)

Mi sono sentita raccontare questa storia per la prima volta quando avevo 16 anni. Mi trovavo in Germania, a Monaco di Baviera, per un soggiorno di una settimana organizzato dalla mia scuola superiore in modo da permettere a noi studenti di approfondire le nostre conoscenze linguistiche e di entrare in contatto con la cultura tedesca. Ero in una piccola aula della scuola di lingue che avrei dovuto frequentare ogni mattina e stavo facendo il colloquio di valutazione del livello di tedesco con un insegnante madrelingua che credo si chiamasse Michael.

Michael mi pose una domanda, che ho capito in seguito essere di particolare interesse per chi si confronta con chi studia la propria madrelingua: “Perché hai scelto di imparare il tedesco?”

La risposta mi venne spontanea, non ci pensai un attimo: “Mio nonno paterno è morto prima che io nascessi. Mio papà non ama molto parlare del passato o raccontare di lui però una delle poche cose di cui sono a conoscenza da quando ero bambina è che mio nonno è stato prima della seconda guerra mondiale per un periodo in Germania a lavorare. Lui era fabbro e la Germania necessitava allora di questo tipo di manodopera. Qualche parola in tedesco la sapeva o almeno sapeva abbastanza parolacce per mettersi nei guai. Ecco io, che di lui porto il nome (si chiamava infatti Angelo), a 11 anni volevo avere qualcosa in più in comune con lui e decisi di cominciare a studiare il tedesco alle scuole medie. Adesso non so solo le parolacce!” Sia io che Michael sorridemmo e lui aggiunse che la mia era una bella motivazione.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e quella ragazzina testarda di 11 anni, che si ribellò alla professoressa di inglese che l’aveva inserita nel gruppo che avrebbe studiato il francese come seconda lingua insistendo perché lei voleva assolutamente imparare il tedesco, ha approfondito questa lingua all’università e, mentre era ancora una matricola, ha fatto la ragazza alla pari vicino a Lubecca durante un’estate, ha visitato diverse città tedesche e si è confrontata nel 2007 per la prima volta con il mondo del lavoro in una grande azienda a Stoccarda. Da febbraio 2012 vive ormai stabilmente in Germania e non è in grado di immaginare il suo futuro in un altro posto.

Siccome mio padre non amava parlare del suo passato perché “non lo avrebbe potuto cambiare e quello che conta è il presente”, la storia della sua famiglia me la sono costruita pezzo per pezzo, chiacchierando con i suoi zii e con le persone che lo conoscevano da bambino o che conoscevano i suoi genitori.

Mio nonno in Germania ci andò perché allora lui non era sposato né aveva figli. Voleva evitare che il collega, padre di famiglia, a cui il suo capo lo aveva chiesto in primo luogo dovesse abbandonare moglie e bambini. Nessuno però è stato in grado di dirmi né dove soggiornò né per quanto tempo vi restò, nemmeno i suoi fratelli. So che durante gli anni della guerra era di nuovo in Italia e che conobbe solo allora la donna che diventò poi sua moglie, mia nonna Elvira.

Probabilmente se avessi saputo ogni dettaglio della storia famigliare di mio padre, non avrei provato quella curiosità che è il mio motore e che mi ha portato a scegliere di imparare la lingua del posto in cui mio nonno aveva vissuto solo per sentirmi più vicina a lui.

Rimango infine sempre più affascinata dal potere dei racconti, anche di quelli mancati come nel mio caso. Sono come una scintilla, in grado di accendere in noi un fuoco che può, nel migliore dei casi, diventare una vera e propria passione.

Mentre pensavo a come scrivere questo post mi è tornato in mente il video di TED Talks in cui l’autrice del romanzo Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie, parla del pericolo di una storia unica. La scrittrice sostiene che di una storia esistano sempre tante versioni ed è giusto raccontarne o sentirne molte per permettere la formazione di un’opinione personale che sia il più vicina possibile alla realtà. È proprio questo quello che rende per me la storia di mio nonno così speciale: io di versioni ne ho potute raccogliere molte formando così la mia.

Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

Ed è successo anche a me

Mio papà mi ha lasciato, dopo una lunga malattia, il 5 settembre 2014. La mia intenzione oggi non è quella di scrivere quanto questa perdita abbia significato per me, perché, con tutta la buona volontà, devo ammettere che così brava a scrivere non lo sono.

Condivido però qui oggi un piccolo evento che mi ha portato a sorridere ricordandolo confermandomi inoltre quanto elaborare una perdita abbia un carattere mistico e sia in grado di portarci a onorare la vita, che in fondo è tutto ciò che ci rimane.

Quand’ero una bambina mio papà mi preparava la colazione prima di andare a scuola. Io, che desideravo assomigliargli, ho avuto per un lungo periodo l’abitudine di bere il latte caldo inzuppandoci, come faceva lui, il pane del giorno prima. A volte però mio papà accendeva il fornello, vi metteva sopra il pentolino e poi si dimenticava del latte, affaccendato com’era a rassettare la casa o a seguire me. Ecco che allora nel pentolino si formava uno strato di panna sulla superficie del latte. Con tutta la sua premura se ne dispiaceva e mi raccomandava di berlo piano.

Stamattina volevo riscaldarmi una tazza di latte nel microonde. Siccome noi in famiglia non lo abbiamo mai avuto il microonde, non è che sia molto pratica nello sceglierne le impostazioni. Ho pensato che metterlo al 100% per un minuto e cinquanta secondi fosse una buona idea. Quando ho aperto il forno, il vapore mi ha indicato che avevo un po’ esagerato. Guardando nella tazza, ho sorriso perché, in modo affettuoso, questo ricordo mi ha impegnato i pensieri.

I ricordi forse non aiutano a superare la sensazione di perdita ma ci rendono grati di tutto ciò che abbiamo avuto la possibilità di condividere con una persona che non c’è più, ci portano a sorridere e ci riempiono il cuore di affetto facendoci sentire addirittura meno soli.

La mia tazza di latte con panna 🙂

Felicità

Per me la felicità è sdraiarsi,

in una giornata di sole,

di schiena su un prato,

chiudere gli occhi,

farsi cullare dal suono del vento e

sentirne la brezza accarezzarci la pelle.

Niente di più

ma soprattutto

niente di meno.

Katzen Sciù Sciù

[Una sera a Cava de’ Tirreni, io e Dominik a cena da mia zia Rosetta con i miei cugini e i loro figli.]

Ornella: “Queste dovete provarle, si chiamano lingue di gatto. Come i dolci ma sono salate!”

Tonino: “Angela, e mò traduci: come si dice ‘lingue di gatto’ in tedesco?”

Io, rivolgendomi a Dominik: “Lingue di gatto significa ‘Katzenzungen’.”

Tonino: “Kats-zuuug”.

Dominik: “No, Katzzzzenunnngeeeennnn”.

Tonino: “Vabbuò, come ho detto io: Katse-zuge!”

Io: “Eh, diciamo meglio.”

[Dopo un po’ di tempo, esce Paolo dalla cucina.]

Simona: “Papà, papà: lo sai come si dice in tedesco ‘lingue di gatto’?”

Paolo: “No, e come si dice?”

Dominik: “Katzenzungen!”

Simona: “Dillo tu ora, papà!”

Paolo: “Katszuug!”

Io: “No, Katzennnzunnnngeeennn!”

Paolo: “Katszuuge!”

Dominik: “Katzenzungen, Katzenzungen!”

Paolo: “Eh sì, mò vabbuó: Katzen Sciù Sciù!”

Ecco, il bello di quando vivi una relazione internazionale e vai a trovare la tua famiglia in provincia di Salerno e trascorri lì le tue vacanze è che si inventano neologismi che poi diventano l’intercalare preferito tra te e il tuo compagno tedesco. Katzen Sciù Sciù, una parola da usare ovunque e in ogni contesto.

“Che facciamo oggi?”

“Katzen Sciù Sciù!”

Le famose lingue di gatto salate o meglio Katzen Sciù Sciù