A me piacciono le conversazioni profonde, quelle in cui filosofeggi sulla tua vita, le tue scelte, le tue motivazioni e i tuoi pensieri. Sono quel tipo di conversazioni in cui imparo di più sulla persona che ho di fronte. Racconto qualcosa di me e, così facendo, mi apro e osservo la reazione di chi ho di fronte. Da come reagisce non solo imparo qualcosa su questa persona ma anche su di me.
Io abito molto nella mia testa e, ogni tanto, è per me bello aprirne le porte e ospitare qualcuno a cui affido i miei pensieri più privati. Quando lo faccio è perché mi fido di chi ho di fronte. Esternare certi argomenti mi aiuta a categorizzarli meglio prendendone distanza.
Ogni pensiero dovrebbe essere passeggero e, se invece rimane a lungo nella nostra testa, parlarne non è mai un errore. Condividere la propria esperienza arricchisce l’amicizia e offre un altro punto di vista da cui considerarla.
Sto ascoltando un libro di un’autrice americana che stimo molto, Kay Redfield Jamison. Il libro si intitola ‘Fires in the dark, healing the unquiet mind‘ e tratta di come guarire da malattie mentali. Un metodo che Kay Redfield Jamison descrive è quello della scrittura come terapia e io posso solo concordare con lei.
Da ormai cinque anni scrivo ogni mattina sulle pagine di un diario digitale i miei pensieri. Non scrivo né per rileggermi né per qualcuno, butto semplicemente fuori tutto quello che impegna la mia testa nelle prime ore della giornata. Spesso scrivo di come ho trascorso la notte e mi chiedo sempre come mi sento. Cerco di essere il più sincera possibile nella risposta. Nessuno è il destinatario di quelle poche righe che sono diventate per me fondamentali. È il momento della giornata in cui mi guardo dentro e stabilisco con il mio animo un filo di connessione.
Questo mio ‘Diario del mattino’, come l’ho intitolato, è stato negli anni per me un grande supporto. Credo di non aver fatto mai tanti progressi nella gestione della mia mente irrequieta come negli ultimi cinque anni. La scrittura quotidiana mi ha permesso di riconoscere percorsi ripetitivi, implementare cambiamenti e trovare dentro di me la forza di continuare a fare bene.
Una cosa di cui scrive Kay Redfield Jamison da molta speranza: uscire da una malattia mentale è possibile ma richiede un duro lavoro personale. Confrontarsi con questo compito è nostra responsabilità.
Una cosa che ho imparato nell’ultimo decennio è quella di non etichettare una giornata negativa come tale. Il motivo è semplice: si ha sempre la possibilità di farla girare in un modo positivo. Basta solamente spostare il centro dei nostri pensieri.
Spesso ci crogioliamo nel nostro malumore e ci autocommiseriamo così tanto che è difficile uscire dal nostro vortice di sensazioni negative. Se facciamo un passo indietro e osserviamo la situazione con obiettività, saremo in grado di mostrare apprezzamento per ciò che abbiamo. È vero, probabilmente stiamo vivendo una giornata difficile ma, se mettiamo in luce tutto quello che di positivo caratterizza la nostra vita, saremo in grado di sentirci meglio nell’immediato. Questa sensazione positiva possiamo coltivarla ad esempio con la gratitudine.
Portare alla nostra attenzione anche solo tre cose di cui siamo grati può innescare nella nostra mente dei sentimenti positivi. Mette la luce su ciò che funziona nella nostra vita, distogliendo l’attenzione dai pensieri negativi. Può iniziare a farci sentire meglio e, magari, anche a intraprendere un’attività che ci faccia continuare a sentire così. Ed ecco che una giornata difficile si rivela parzialmente positiva e questo è un buon punto per incominciare a sentirci bene domani.
Venerdì mi sentivo un po‘ come sottocorrente: ero irrequieta. È il mio giorno libero dal lavoro e di solito lo uso per fare la spesa e mettere in ordine la casa. Dopo essere rientrata dagli acquisti, mi sono messa a pulire il bagno e poi a preparare il pranzo. Mentre tagliavo le verdure, mi sono resa conto della mia irrequietezza. Parlandone con Dominik, siamo giunti alla conclusione che forse avrei dovuto prendermi una pausa. Dopo pranzo mi sono allora sdraiata sul divano.
Quando mi concedo una pausa, di solito, ho sempre un senso di colpa. So benissimo da dove provenga e come gestirlo. La mia strategia venerdì è stata, ad esempio, quella di concentrarmi sul respiro per calmare la mente. Ho messo un timer di quaranta minuti e sono stata lì sdraiata a respirare, senza device né distrazioni. Solo io e il mio respiro. Anche se ho fatto fatica a concedermelo, quel momento di pausa è stato per me fondamentale. Mi ha tranquillizzata.
Abbiamo tutti una quotidianità frenetica, per questo è molto importante concedersi delle pause consapevoli. Prendersi del tempo per scendere giù di giri, passando dalla mente al corpo riconnettendosi, può cambiare le carte che abbiamo in mano.
Nel dubbio, se ti senti stressato e non sai perché, fermati e respira.
È da diverso tempo che rifletto sul mio rapporto con lo smartphone. Te ne sarai accorto se hai letto il post della scorsa settimana. Il mio algoritmo probabilmente ne è anche a conoscenza, perché Instagram mi ha proposto un paio di giorni fa un video interessante di uno dei miei autori preferiti sul rapporto con la tecnologia, Arthur C. Brooks: qui il link.
Nell’ultimo periodo mi sono concentrata particolarmente sull’evitare di utilizzare lo smartphone quando cammino. Complice il fatto che vivo lontana da famiglia e amicizie di vecchia data, mi sorprendevo spesso a usare il tempo libero all’aria aperta per inviare messaggi vocali o rispondere a quelli di testo. Questo ha preso particolarmente una piega negativa quando facevo lunghe passeggiate con la carrozzina durante la maternità. Allora usavo lo smartphone per ascoltare podcast o audiolibri, intrattenendomi mentre mia figlia dormiva nel passeggino. Mi perdevo però tutto quello che accadeva nell’ambiente che mi circondava, eclissandomi con i miei auricolari. Ho anche scritto diversi post di questo blog spingendo il passeggino, lo confesso. Era però l’unico momento di tranquillità che avevo.
La doccia fredda è arrivata per me quando, camminando nel centro di Weil der Stadt, un giorno mi sono imbattuta in due “Zombie da cellulare”. Erano due amiche sui quattordici anni che, invece di chiacchierare, camminavano l’una dietro l’altra osservando lo schermo dei loro smartphone. Invece di puntare il dito contro, ho iniziato a guardarmi dentro e mi sono resa conto di non essere da meno. Ho iniziato a chiedermi il perché di questa necessità di tecnologia e sono giunta alla conclusione che spesso ricorrevo allo smartphone quando non sapevo cosa fare del mio tempo. Ho iniziato allora a pianificare il mio tempo in modo migliore. Adesso ho tanti di quei to do che il cellulare lo dimentico da qualche parte e non ci penso più.
Ho iniziato a camminare quando cammino, a guardarmi intorno e ad ascoltare i suoni della natura, sorprendendomi della loro bellezza. Quando sono con mia figlia, che ormai nel passeggino non dorme quasi più, l’uso dello smartphone è per me tabù. Ho ritrovato piacere nella vita offline e credo questo non sia che l’inizio.
Ovviamente continuo a mandare messaggi vocali, a scrivere su questo blog e sui social ma lo faccio in maniera dedicata: mi prendo del tempo per fare solo quello. Non lo inserisco come tappa buchi.
Questo post è per ricordarti che la vita è al di là di uno schermo e che perdersela sarebbe proprio un peccato.
Ma vista da una torre su cui sono salita in modo consapevole a fine giugno.
Un weekend lungo, fuoriporta, al lago. Un bungalow in un campeggio con corrente e un frigorifero. Noi tre e i nostri amici. Il cellulare lasciato sempre lontano e dimenticato.
A staccare la spina e a concentrarsi sul presente ci si guadagna solamente. A non connettersi su social media non si perde assolutamente nulla.
Nel suo ultimo libro ‚All the way to the river‘, Elizabeth Gilbert racconta che, da quando ha iniziato a prendersi cura di se stessa dopo la morte della sua compagna, ha smesso di truccarsi. Lo ha scelto per liberarsi da quella schiavitù del raggiungere la perfezione che la società cerca di imporre a noi donne.
Durante la mia maternità ho pensato molto all’esempio di donna che desidero essere per mia figlia e sono giunta alla stessa conclusione. Ormai da quasi un anno e mezzo ho smesso di truccarmi, che non vuol dire che non mi prenda cura di me. Significa solamente che non applico prodotti che cambiano il mio aspetto.
Perché nascondersi e cambiare la propria immagine naturale per seguire stereotipi che la società ci impone e in cui io non mi rivedo?
Camminando noto ragazze davvero perse in questa costrizione sociale e non mi capacito. Il trucco cerca di coprire quelle imperfezioni che tanto ci rendono umani. La nostra umanità è invece una delle cose che dovremmo tenerci più strette.
Chiediti perché ti trucchi e se non ti soddisfa la risposta ricorda che sei sempre in tempo per cambiare abitudine.
Un mio selfie poco prima di scrivere questo post, senza trucco ne inganno.
„Condividere“ è stato uno dei primi verbi che ho insegnato a Dominik in italiano. Lui che, da figlio unico, ha sempre avuto tutto per se ma durante la nostra relazione ha condiviso con me tanti momenti e tante cose.
Io nell’ultimo periodo sto condividendo un oggetto che pensavo fosse solo interessante per me: il mio cuscino da meditazione.
Da quando nostra figlia sa sedersi e rialzarsi autonomamente, il mio cuscino da meditazione ha ampliato la sua funzione. È diventato postazione di lettura. Nostra figlia sceglie un libro dallo scaffale, lo porta a passeggio per tutta la sala, si siede sul cuscino da meditazione e aspetta che io legga ad alta voce il contenuto del libro. Ripetiamo questo flow molte volte durante l’arco della giornata. La lettura è per lei una grande passione e io sono felice che si senta comoda sul mio cuscino che adesso è un po‘ anche suo.
Quando una nuova vita entra nella tua ne stravolge il significato e, da questo nuovo incastro, nasce sempre qualcosa di unico.
Ieri mi è accaduto nuovamente: la vita mi ha fatto notare proprio quello di cui avevo bisogno.
Ero alle casse self-service del supermercato, quando sentire il commesso relazionarsi con una cliente mi ha distratto dal mio impacchettare.
Era un ragazzo giovane, probabilmente uno studente, che, per arrotondare, lavora come commesso al supermercato di Weil der Stadt. “Come posso essere d’aiuto?” chiese gentilmente a una signora anziana che, per non fare la coda, si era cimentata, forse per la prima volta, con la cassa self-service. Una domanda semplice e gentile che rappresentava a parole un pensiero a me caro. Una domanda che ne implica tante altre. “Come posso io mettermi a servizio di qualcun altro?”. “Come posso io con le mie azioni essere utile alla società?”. “Come posso svolgere il mio lavoro in modo gentile e premuroso verso gli altri?”.
Io credo che la vita abbia un altro sapore se le nostre azioni non sono rivolte a soddisfare il nostro ego. Se siamo umili abbastanza da metterci al servizio del prossimo, vedremo in ciò che compiamo un senso più grande. Se siamo in grado di rimpicciolirci, non mettendoci in cima alla lista, saremo capaci di sentirci parte di un insieme più grande.
Quel ragazzo al supermercato ha fatto proprio questo: si è messo a disposizione, svolgendo il suo compito in modo gentile e rispettoso verso chi gli stava di fronte.
La gentilezza è una qualità che può essere allenata e che ci permette di sentirci parte di qualcosa di più grande
Sto ascoltando l’ultimo libro di Elizabeth Gilbert ‚All the way to the river‘ e ne sono davvero catturata. La storia è struggente, vera e semplicemente piena di vita. L’autrice si apre con i suoi lettori allo stesso tempo in modo coraggioso e autentico. Tratta il tema della dipendenza, amorosa e da sostanze stupefacenti, in un modo schietto e privo di giudizio. Non ho mai sentito qualcuno parlarne così finora in vita mia.
Condivido con Elizabeth Gilbert l’idea che, quando c’è qualcosa che ti turba talmente tanto da perdere la tua calma interiore, l’azione migliore che tu possa fare è parlarne con qualcuno. Aprirti con un amico può salvarti. Esprimere il tuo pensiero e le tue preoccupazioni a voce alta, condividendoli con una persona fidata, ti permetterà di alleggerire il carico.
Non tenere tutto dentro, finirai per rimuginare. Racconta quello che ti impegna la testa. Troverai in chi ti ascolta magari non la soluzione ma sicuramente una persona su cui contare per condividere il cammino fino alla tua prossima tappa.