Il potere di un racconto (anche mancato)

Mi sono sentita raccontare questa storia per la prima volta quando avevo 16 anni. Mi trovavo in Germania, a Monaco di Baviera, per un soggiorno di una settimana organizzato dalla mia scuola superiore in modo da permettere a noi studenti di approfondire le nostre conoscenze linguistiche e di entrare in contatto con la cultura tedesca. Ero in una piccola aula della scuola di lingue che avrei dovuto frequentare ogni mattina e stavo facendo il colloquio di valutazione del livello di tedesco con un insegnante madrelingua che credo si chiamasse Michael.

Michael mi pose una domanda, che ho capito in seguito essere di particolare interesse per chi si confronta con chi studia la propria madrelingua: “Perché hai scelto di imparare il tedesco?”

La risposta mi venne spontanea, non ci pensai un attimo: “Mio nonno paterno è morto prima che io nascessi. Mio papà non ama molto parlare del passato o raccontare di lui però una delle poche cose di cui sono a conoscenza da quando ero bambina è che mio nonno è stato prima della seconda guerra mondiale per un periodo in Germania a lavorare. Lui era fabbro e la Germania necessitava allora di questo tipo di manodopera. Qualche parola in tedesco la sapeva o almeno sapeva abbastanza parolacce per mettersi nei guai. Ecco io, che di lui porto il nome (si chiamava infatti Angelo), a 11 anni volevo avere qualcosa in più in comune con lui e decisi di cominciare a studiare il tedesco alle scuole medie. Adesso non so solo le parolacce!” Sia io che Michael sorridemmo e lui aggiunse che la mia era una bella motivazione.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e quella ragazzina testarda di 11 anni, che si ribellò alla professoressa di inglese che l’aveva inserita nel gruppo che avrebbe studiato il francese come seconda lingua insistendo perché lei voleva assolutamente imparare il tedesco, ha approfondito questa lingua all’università e, mentre era ancora una matricola, ha fatto la ragazza alla pari vicino a Lubecca durante un’estate, ha visitato diverse città tedesche e si è confrontata nel 2007 per la prima volta con il mondo del lavoro in una grande azienda a Stoccarda. Da febbraio 2012 vive ormai stabilmente in Germania e non è in grado di immaginare il suo futuro in un altro posto.

Siccome mio padre non amava parlare del suo passato perché “non lo avrebbe potuto cambiare e quello che conta è il presente”, la storia della sua famiglia me la sono costruita pezzo per pezzo, chiacchierando con i suoi zii e con le persone che lo conoscevano da bambino o che conoscevano i suoi genitori.

Mio nonno in Germania ci andò perché allora lui non era sposato né aveva figli. Voleva evitare che il collega, padre di famiglia, a cui il suo capo lo aveva chiesto in primo luogo dovesse abbandonare moglie e bambini. Nessuno però è stato in grado di dirmi né dove soggiornò né per quanto tempo vi restò, nemmeno i suoi fratelli. So che durante gli anni della guerra era di nuovo in Italia e che conobbe solo allora la donna che diventò poi sua moglie, mia nonna Elvira.

Probabilmente se avessi saputo ogni dettaglio della storia famigliare di mio padre, non avrei provato quella curiosità che è il mio motore e che mi ha portato a scegliere di imparare la lingua del posto in cui mio nonno aveva vissuto solo per sentirmi più vicina a lui.

Rimango infine sempre più affascinata dal potere dei racconti, anche di quelli mancati come nel mio caso. Sono come una scintilla, in grado di accendere in noi un fuoco che può, nel migliore dei casi, diventare una vera e propria passione.

Mentre pensavo a come scrivere questo post mi è tornato in mente il video di TED Talks in cui l’autrice del romanzo Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie, parla del pericolo di una storia unica. La scrittrice sostiene che di una storia esistano sempre tante versioni ed è giusto raccontarne o sentirne molte per permettere la formazione di un’opinione personale che sia il più vicina possibile alla realtà. È proprio questo quello che rende per me la storia di mio nonno così speciale: io di versioni ne ho potute raccogliere molte formando così la mia.

Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

Ed è successo anche a me

Mio papà mi ha lasciato, dopo una lunga malattia, il 5 settembre 2014. La mia intenzione oggi non è quella di scrivere quanto questa perdita abbia significato per me, perché, con tutta la buona volontà, devo ammettere che così brava a scrivere non lo sono.

Condivido però qui oggi un piccolo evento che mi ha portato a sorridere ricordandolo confermandomi inoltre quanto elaborare una perdita abbia un carattere mistico e sia in grado di portarci a onorare la vita, che in fondo è tutto ciò che ci rimane.

Quand’ero una bambina mio papà mi preparava la colazione prima di andare a scuola. Io, che desideravo assomigliargli, ho avuto per un lungo periodo l’abitudine di bere il latte caldo inzuppandoci, come faceva lui, il pane del giorno prima. A volte però mio papà accendeva il fornello, vi metteva sopra il pentolino e poi si dimenticava del latte, affaccendato com’era a rassettare la casa o a seguire me. Ecco che allora nel pentolino si formava uno strato di panna sulla superficie del latte. Con tutta la sua premura se ne dispiaceva e mi raccomandava di berlo piano.

Stamattina volevo riscaldarmi una tazza di latte nel microonde. Siccome noi in famiglia non lo abbiamo mai avuto il microonde, non è che sia molto pratica nello sceglierne le impostazioni. Ho pensato che metterlo al 100% per un minuto e cinquanta secondi fosse una buona idea. Quando ho aperto il forno, il vapore mi ha indicato che avevo un po’ esagerato. Guardando nella tazza, ho sorriso perché, in modo affettuoso, questo ricordo mi ha impegnato i pensieri.

I ricordi forse non aiutano a superare la sensazione di perdita ma ci rendono grati di tutto ciò che abbiamo avuto la possibilità di condividere con una persona che non c’è più, ci portano a sorridere e ci riempiono il cuore di affetto facendoci sentire addirittura meno soli.

La mia tazza di latte con panna 🙂

Felicità

Per me la felicità è sdraiarsi,

in una giornata di sole,

di schiena su un prato,

chiudere gli occhi,

farsi cullare dal suono del vento e

sentirne la brezza accarezzarci la pelle.

Niente di più

ma soprattutto

niente di meno.

L’arte di nutrire la curiosità per ciò che potrebbe sorgere da un cantiere

Durante questo mese d’agosto per andare in ufficio devo fare un viaggio della speranza perché l’azienda di trasporti di Stoccarda, la VVS, sta effettuando lavori di manutenzione nel tratto della metropolitana U6 che collega Stoccarda a Gerlingen, la cittadina dove lavoro. Per fortuna per via del coronavirus abbiamo la possibilità di organizzare i giorni di presenza in ufficio e quelli di lavoro da casa come meglio riteniamo cosicché non mi devo destreggiare tra i vari mezzi ogni giorno. Giovedì scorso però sono andata in ufficio e l’ho fatto riproponendomi di non stressarmi troppo durante il viaggio e cercando di trarre qualcosa di positivo in ciò che vedevo sulla mia strada.
A parte la scoperta che a Feuerbach esista un asilo nido con un nome tenero come Spatzgarten (giardino dei passerotti), il mio tragitto verso l’ufficio è stato poco entusiasmante tranne che per una cosa che ho avuto la possibilità di osservare una volta arrivata a Gerlingen.
La mia azienda progetta da tempo di costruire un nuovo edificio dall’altro lato della strada e in primavera ha avuto il via libera a iniziare i lavori. Da quando, a luglio, abbiamo ricominciato ad andare in ufficio con più regolarità, ho potuto seguire lo sviluppo del cantiere. Giovedì mi sono accorta di non esserne la sola. Camminando verso l’ufficio e passando accanto al cantiere, mi è venuto infatti incontro un nostro Group Leader in bicicletta, rigorosamente con il casco in testa da bravo tedesco. Immediatamente mi sono chiesta che cosa ci facesse lì di prima mattina. Dalla direzione da cui veniva era infatti già passato di fronte alla nostra azienda senza però fermarsi. Subito mi è risultata simpatica l’ipotesi che pedalasse verso il cantiere per osservarne i progressi. Lui ha confermato il mio sospetto: con la coda dell’occhio l’ho osservato girare nel punto in cui la strada diventa sterrata e fermarsi all’inizio del cantiere accanto a due operai.
Secondo me questa curiosità verso i cantieri proviene dalla nostra voglia innata di immaginarci il futuro. Spesso sono gli anziani o i bambini a fermarsi di fronte a un cantiere e a osservarne i lavori. Gli uni con la curiosità verso ciò che chi è più giovane progetta e per controllarne il progresso e gli altri animati dalla passione per costruire e disfare tipica dell’infanzia.
A me osservare questo Group Leader, che con i suoi cinquant’anni non appartiene né all’una né all’altra categoria, iniziare la sua giornata chiacchierando con gli operai edili sull’andamento del loro lavoro mi ha mostrato che scegliere di rallentare prestando rispetto per chi costruisce qualcosa anche per te e osservando l’ambiente in cui ci si trova ripaga sempre sia anche solo per nutrire la propria capacità di immaginazione.

Conosciti, rispettati e onorati

Nell’estate 2015 la mia ex coinquilina Rui venne dall’Australia in Europa per qualche settimana e io ebbi l’occasione di passare con lei un pomeriggio qui a Stoccarda. Eravamo nella mia cucina e stavamo facendo una delle nostre belle chiacchierate quando lei, che allora aveva 31 anni, mi disse una frase che restò impressa nella mia memoria. “Adoro essere arrivata ai miei trent’anni”, fu la frase.
Oggi, a trentatré anni quasi conclusi, capisco completamente cosa lei allora intendesse.
Siccome questa sera non ho nulla di meglio da fare, te lo spiego: è solo a questa età che si arriva a padroneggiare una certa maturità cognitiva.
A trent’anni diventi infatti consapevole di essere il tuo unico e costante compagno in questo viaggio chiamato vita.
Ti sei analizzato, conosciuto, sradicato, rimodellato e hai sentito sulla tua pelle il significato della parola limite. La vita, volente o nolente, ti ha messo di fronte a situazioni difficili, che a tratti ti sono sembrate impossibili ma ne sei sempre uscito. Hai imparato che la felicità non è una meta da raggiungere ma una scelta da compiere in modo consapevole ogni giorno. Sai con fermezza che pretendere il massimo da te stesso non è sempre la cosa più giusta, che rispettare i tuoi limiti, i tuoi umori e i tuoi pensieri risulta invece essere di gran lunga più saggio. Solo così sei in grado infatti di onorare il tuo corpo accudendone l’animo.
Che tu abbia già passato i trent’anni da un pezzo o che sia ancora nel mezzo della tua gioventù più scatenata, il mio augurio è che tu sia già arrivato o che tu possa presto arrivare a questa consapevolezza perché, te lo garantisco, è una sensazione spettacolare.
Intanto… Buen camino.

Il Moment of Happiness di Gretchen Rubin di giovedì che mi ha ispirata a scrivere questo post.

Vivi oggi

Mercoledì pomeriggio stavo camminando dal centro verso casa e i miei pensieri circolavano su terreni battuti davvero troppe volte. Avete presente quei pensieri che sono fine a se stessi e che non portano da nessuna parte se non a farci sentire inadatti nelle nostre azioni?! Ecco quelli.

Mentre camminavo ascoltavo la mia playlist Feierabend su Spotify.

Desidero ora soffermarmi nel racconto un attimo sul termine Feierabend che è una parola composta in tedesco davvero interessante. Non esiste una traduzione precisa in italiano: il termine è composto dalle due parole ‘Feier’ (festa) e ‘Abend’ (sera). Indica il dopolavoro, il momento in cui smetti di lavorare e hai la serata libera insomma e per questo la celebri.

Ascolto spesso questa playlist sulla via del rientro perché è piena di canzoni allegre che hanno il potere di distrarre i miei pensieri e di concedermi una pausa a livello mentale.

Camminavo quindi tra le vie del centro, quando, a un certo punto, mi sono ritrovata ad ascoltare la canzone ‘Live today’ (Vivi oggi) di Jahcoustix, un cantante tedesco che fa musica un po’ reggae di cui avevo già scritto qualche post fa. Il suo testo mi ha letteralmente folgorata. Mi sono sentita chiamata in causa mentre Jahcoustix cantava quanto sia difficile vivere il momento quando la propria mente vaga tra passato e futuro. Il musicista sostene infatti che sia necessario liberarsi del ricordo del passato e delle proprie aspettative per il futuro per essere veramente se stessi. Spesso, dice, il nostro peggior nemico non siamo altro che noi.

Immediatamente, prestando attenzione al testo di Live today, i miei pensieri hanno smesso di circolare in quei territori già calpestati così troppe volte, rivelandosi sempre e solo un’illusione e che non mi hanno mai portata avanti di un solo centimetro nel mio percorso di vita. Ho ripreso allora semplicemente a concentrarmi sui miei passi.

La musica ha davvero un potere straordinario: sa riportarci con i piedi per terra e permetterci di concentrarci sul momento attuale perché in fondo questo è l’unica cosa che conta.

Nel dubbio esci a fare una passeggiata

Quando ero piccola passavo le giornate estive all’aria aperta. Appena arrivavano le 14:30 scendevo in cortile e iniziavo a chiamare “Silviaaa, Valeriaaa: scendete a giocare?!”, facendomi non solo sentire dalle mie due amiche ma anche da tutto il vicinato che paziente sopportava le mie grida. Così i pomeriggi scorrevano sotto il sole tra giochi di fantasia ispirati ai cartoni animati dell’epoca, come Occhi di gatto, e partite agguerritissime di pallavolo.

Di solito eravamo in quattro: io, Silvia, Valeria e la loro cugina Valentina che però ci raggiungeva un po’ più tardi perché abitava in un’altra via e veniva a trovare la nonna accompagnata dalla mamma in bicicletta. Io ero totalmente immersa in quello che più avanti avrei scoperto essere il mio ambiente preferito: l’aria aperta. Correvo, saltavo, facevo verticali ponte: insomma, non stavo ferma un attimo già allora.

Oggi, che le verticali ponte sono un ricordo lontano, non scendo più in cortile a giocare, un po’ anche perché mi prenderebbero per folle. Una volta terminata la giornata, ora che lavoro da casa, mi cambio, metto le scarpe ed esco invece a fare una passeggiata.

Mio papà era solito fare la stessa cosa finito il lavoro: scendeva in cantina, prendeva la bicicletta e andava a fare un giro per il paese. Quante volte le persone mi raccontavano di averlo incontrato in bici. Io invece cammino perché Stoccarda è piena di collinette e in bicicletta rimarrei ferma a metà salita, senza fiato.

Passeggio solitamente per il mio quartiere: ne osservo i cambiamenti, passo davanti ai negozi dove siamo soliti fare acquisti e ne saluto i proprietari se mi vedono. A volte mi siedo in un café e prendo qualcosa da bere. È proprio camminando per le vie del quartiere che ho scoperto un baretto gestito da italiani nella Johannesstr. che vende le sfogliatelle napoletane con ripieno di crema alla nocciola e gianduia.

Fiori scovati camminando

Spesso, mentre passeggio, ascolto un audiolibro, chiamo la mia mamma oppure mando messaggi vocali alle mie amiche: sì, ovviamente anche a Silvia, Valeria e Valentina che negli anni ancora non ce l’hanno fatta a liberarsi di me. Un’altra cosa che mi piace fare è osservare i fiori che addobbano i marciapiedi o gli ingressi dei palazzi e ne scovo sempre di belli.

Durante il periodo di restrizioni per via del coronavirus io avevo il terrore che anche qui venisse stabilito il lockdown e non potessi neanche uscire a fare una passeggiata. Per fortuna non si è arrivati a tanto e a me passeggiare ha reso la pandemia più sopportabile anzi ha contribuito a mantenere il mio equilibrio. Il mio programma preferito infatti, quando non sapevo quale attività intraprendere, è stato mettermi lo zainetto in spalla e andare a fare un giro.

È una cosa semplice in fondo ma è in grado di farti sentire immediatamente meglio perché sei confrontato con il via vai della vita in strada, hai altri input, ti muovi e respiri aria fresca. Una volta ho letto che tutti, anche gli adulti, avrebbero bisogno di scendere a giocare in cortile per scacciare i malumori e i brutti pensieri: a me oggi basta solamente uscire a fare una passeggiata.

Nella vita non esistono errori

Ci sono scelte di cui ci pentiamo e che ci viene facile etichettare come errori perché le associamo a delusioni.

Ci chiediamo costantemente se abbiamo agito in modo giusto o se invece sarebbe stato meglio che avessimo intrapreso un’azione completamente diversa. Mettiamo allora tutto in dubbio, mischiamo le carte e ci troviamo nel buio più pesto senza intravedere alcuna luce.

In realtà tutto ciò è uno spreco inutile di energie perché nella vita gli errori non esistono.

Ogni esperienza, positiva o negativa che sia, ci ha portato a diventare la persona che siamo oggi e ci ha insegnato una lezione preziosa. Il fatto di poter cadere non ci deve spaventare né tanto meno dobbiamo temere il buio anzi. È proprio nel commettere un errore o nel sentire il tonfo di una caduta che cresciamo, riconosciamo i nostri limiti e impariamo a rispettarli e ad andare avanti.

È solo quando è buio infatti che gli acchiappasogni sono in grado di bloccare i nostri incubi e ci permettono di concentrarci sui bei sogni.

Abbiate sempre il coraggio di provarci, se poi sbagliate pazienza, almeno non avrete rimorsi.

Gli acchiappasogni

A volare in alto si sta davvero bene

Io sono una fifona, di quelle fifone che di ciò di cui hanno paura sviluppano una sorta di rispetto e vi consumano i pensieri.

Così, per anni non ho toccato un volante né ho mai preso l’iniziativa per preparare una torta da sola: due cose così diverse, penserete, e che la maggior parte di voi fa in automatico. Io invece no.

Stufa di girarci attorno solo nei miei pensieri non muovendomi a cambiare le cose, il 31 dicembre a Dominica mi sono seduta al tavolo e ho steso la mia vision board per il 2020. Perché io per dare un senso alle cose le devo scrivere.

Cosa sia una vision board è semplice da spiegare: si prende un foglio, abbastanza grande da scriverci gli obiettivi che si vogliono realizzare in un certo arco di tempo. Ci si può sbizzarrire attaccandoci immagini o disegni riguardanti quei traguardi. Il senso è quello di buttare giù le aree nelle quali si desidera lavorare in modo da visualizzarle nero su bianco.

Al centro della mia vision board io quel giorno scrissi: Bye bye comfort zone. Mi sfidavo infatti a intraprendere quest’anno cose che non mi sono mai fidata a fare perché significavano per me uscire dalla mia agiatezza e confrontarmi con l’ignoto: guidare e preparare una torta, ad esempio.

Ebbene, siamo giunti a metà anno e io ho rotto il ghiaccio come potete vedere da queste due immagini.

A darmi la carica, perché a volte la motivazione interiore non è del tutto sufficiente, sono state una cartolina con una citazione di Pippi Calzelunghe e una canzone.

Sulla cartolina, una di quelle gratuite e di pubblicità che si trovano nei locali, c’è scritto: “Questo non l’ho ancora mai provato prima, quindi sono totalmente sicura di riuscire a farlo“. L’ho appesa sullo specchio in camera da letto in modo da leggerne il testo ogni giorno.

La canzone invece è Fliegen (Volare) di Ami Warning in cui la cantante racconta proprio la paura di intraprendere qualcosa, mettendosi in gioco e correndo il rischio di fare una cosa che magari poi non ci viene neanche così bene. In realtà però facendola si può anche scoprire di saper volare diventando irraggiungibile: bisogna solo avere il coraggio di volerlo.

Trovate Fliegen qui di seguito: a me piace davvero tanto. Anche se non sapete il tedesco, ascoltatela: Ami Warning ha una voce spettacolare e la canzone ha un bel ritmo.

Concludo scrivendo che noi siamo in grado di fare qualsiasi cosa, basta solo provarci, affrontare le proprie paure solo per se stessi e non gettare mai la spugna, soprattutto non farlo ancor prima di iniziare: in fondo a volare in alto si sta davvero bene.