Grazia, Graziella e…

  1. Aver riposato egregiamente
  2. Sentirmi chiara in testa e nella mente
  3. Amare la vita, sempre
  4. Amare me stessa, sempre
  5. Amare chi mi rende bella la giornata
  6. Amare i giochi di parol-ette
  7. Amare la lingua dei bambini – picco-lini
  8. Essere felice, sempre
  9. Essere come un libro, aperto
  10. Essere sempre a disposizione!

Grazie, Angy*

AmarSi

Scritta da me!

1. Essere e sentirsi vivi

2. Svolgere il mio lavoro con passione e avere accanto a me persone altrettanto appassionate.

3. Chi mi è stato accanto finora e fin qui.

4. Lo studio che mai mi è stato negato finora.

5. L‘aria buona che si respira qui e ora.

6. La luce che c‘è sempre stata e ci sarà per sempre.

7. Coloro che mi hanno aiutato finora a conoscermi più a fondo.

8. Accettare di essere solo un mix di polvere di stelle e aria frizzante.

9. Tutto ciò mi ha donato l’umore.

10. Tu che spero possa ritrovare il sorriso, nel caso lo avessi perso… perché è un sorriso bellissimo!

Niente di più ma [soprattutto] Niente di meno

Poesia di Haemin Sunim [traduzione e titolo di Angela Fradegradi]

Una fettina di mela in un contenitore per la colazione

contiene l’intero universo.

Alberi, luce del sole, nuvole, pioggia, terra,

aria e il sudore di un contadino – tutto ciò

è contenuto lì dentro.

Il furgone da trasporto, benzina, un mercato,

del denaro, il sorriso della cassiera – tutto ciò vi è

lì dentro.

Un frigorifero, un coltello, un tagliere, l’amore

della mamma – tutto ciò vi è lì dentro.

Tutto al mondo è sostituibile e tutto è

interdipendente.

E adesso immaginati, tutto quello che è esiste

dentro di te.

L’intero universo risiede in noi.

N.d.T. Lo sapevate che i traduttori [e gli interpreti] muovono il mondo? Abbiatene cura.

Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

Una mamma racconta com’è avere figli all’estero

Condivido qui un articolo del Venerdì di Repubblica del 23 febbraio che recensisce il libro di Assunta Sarlo “Ciao amore ciao – Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza“.

Il tema di questo libro è l’emigrazione dei giovani italiani all’estero trattato però dal punto di vista dei loro genitori. A me l’articolo ha fatto un po’ sorridere anche se, in realtà, ruota attorno alla mancanza di prospettive per i giovani in Italia che,di per sé, è un tema piuttosto amaro.

Io sono dell’opinione però che non tutti i giovani che emigrano siano unicamente mossi dalla poca o mala offerta lavorativa italiana. Credo che un ruolo più importante giochino la voglia di immergersi in una realtà differente apprendendo o migliorando una lingua straniera,  il desiderio di avventura così come la volontà di vivere una vita indipendente e fuori dagli schemi imposti dalla società. Dove nasci in fondo non lo puoi decidere ma dove e come vivere sì.

Qualora abbiate voglia di leggere l’articolo di Brunella Giovara sul Venerdì potete farlo cliccando di seguito sul titolo: Come spedire un figlio all’estero e vivere (quasi) felici.

Prepararsi a immaginare il futuro

Non so come voi vi stiate preparando alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Per quanto mi riguarda posso ritenermi contenta di poter scegliere le fonti di informazione in modo flessibile e indipendente. Vivendo all’estero, non vengo infatti bombardata a livello mediatico dalle apparizioni dei candidati dei vari partiti e dalle discussioni a esse collegate. A novembre ho deciso di approfondire di più il mio livello informativo sulla situazione politica italiana abbonandomi a Repubblica Mobile.

Ricordo ancora che in una lezione alle medie sui maggiori quotidiani italiani, dopo averne capito le differenze, mi immaginavo da adulta convinta e affezionata lettrice di Repubblica. Presa coscienza poi della mia passione per la scrittura, iniziai a fatansticare sullo scrivere per questo quotidiano. A distanza di anni posso sostenere di aver seguito questo sogno ma non di averlo conseguito. Dopo l’università ho dovuto imparare infatti un’altra importante lezione: l’editoria in Italia è un settore nel quale un contratto permanente con condizioni giuste e leali pare fin troppo spesso un miraggio. La mia voglia di indipendenza economica era allora così alta da farmi decidere di dirigere il mio focus lavorativo altrove e poi, ammettiamolo, il sogno di scrivere per Repubblica era di per se molto molto ambizioso.

Oggi però mi rispecchio in quella mia immagine di lettrice di Repubblica che avevo previsto da ragazzina. Ritengo che Repubblica Mobile sia un’offerta ben strutturata e curata. Il suo prezzo di 44,99 € annuali è ben giustificato dalla qualità e dalla quantità del servizio ricevuto che comprende due newsletter quotidiane con il riassunto dei temi più importanti della giornata e, ovviamente,  la possibilità di consultare gli articoli online.

A piacermi sono soprattutto gli spunti, anche in versione audio, del direttore Mario Calabresi. Lo seguivo già su La Stampa e spesso ne condivido il punto di vista nelle analisi politiche dei suoi editoriali. Questa settimana ad esempio mi è piaciuto molto il suo testo “Incapaci di immaginare il futuro“.

Io, che faccio parte della circoscrizione Estero e che sopporto nel quotidiano il peso delle scelte politiche italiane solo fino a un certo punto, ho un auspicio che so già di non vedere realizzato dopo marzo ma che è comunque rivolto al futuro. Mi auguro per quella che resta la mia terra una politica fatta da gente brava e onesta. Da gente che non solo sia preparata ma che abbia l’obiettivo di offrire speranza e benessere agli italiani, che condivida il sogno europeista e sia orgogliosa di farne parte, che sia concentrata sul costuruire, ottimizzare e snellire l’Italia e il suo apparato, che sia sociale e si prefigga un progresso non solo economico ma soprattutto ecologico e sostenibile. In Italia di persone così ce ne sono diverse: io ne conosco molte e credo che tu che mi stai leggendo altrettanto. Mi auguro che trovino presto il coraggio di impegnarsi e prima ancora di prepararsi ad assumere compiti politici perché un’idea politica è corretta e credibile solo se la conoscenza dei temi a essa collegati è fondata e profonda. Sulla superficialità, sulle idee distruttive e sul populismo in fondo non si sono mai costruiti società e stati degni dei questi nomi.

La mia esperienza di vita all’estero raccontata a Scegli Gaggiano

Lunedì sera ho aperto Facebook e vi ho trovato un messaggio del caro amico Mattia Zangrossi. Mi chiedeva di partecipare rispondendo ad alcune domande a un approfondimento che la sua associazione, Scegli Gaggiano, desidera condurre raccontando la storia dei giovani gaggianesi che hanno scelto di lasciare il paese per andare vivere all’estero.

Per me questa non solo è stata un’occasione per riflettere sulle ragioni della mia scelta ma anche per riconsiderare quanto ho lasciato. A quali conclusioni sono giunta? Quello che accade a Gaggiano e in Italia a livello politico ed economico non smetterà mai di interessarmi ma il centro della mia vita ora è un altro.

Se vi interessa leggere le mie risposte e consultare la rubrica Giovani gaggianesi nel mondo di Scegli Gaggiano cliccate su: http://www.scegligaggiano.it

Gaggiano
Gaggiano vista dal ponte vecchio

 

Lavorando a testa alta

È bello avere un compito, un motivo per cui alzarsi la mattina. Farlo volentieri perchè si ha voglia di imparare, di stare in mezzo alla gente e di mettersi in gioco. Da un mese e mezzo ho ripreso a lavorare, dopo un anno di pausa durante il quale ho imparato tante cose su me stessa e ho affrontato temi con i quali non mi ero mai confrontata prima. 

Per mia fortuna ho trovato un posto di lavoro molto stimolante e un ambiente internazionale che è proprio quello nel quale io mi sento più a mio agio.

In questo ultimo periodo ho avuto sempre di più la conferma di quanto per me sia importante lavorare. Non ci rinuncerei per nulla al mondo perchè mi piace, mi stimola e ne ho bisogno come persona.

A muovere la passione che metto nel mio lavoro è la mia voglia di imparare e di rendermi utile sia ai miei colleghi che allo scopo della mia impresa. L’azienda per cui lavoro si occupa di coordinare progetti di traduzione mettendo in senso astratto culture e lingue diverse in comunicazione. Questo mi ha sempre affascinata e forse è proprio per questo motivo che a lavoro ci vado volentieri.

Lavorare offre in generale molta più indipendenza perchè alla fine del mese l’importo del proprio conto corrente sale. In questo modo è più facile fare grandi progetti, pensare alle vacanze o prenotare i voli per un breve weekend a casa per rivedere i propri cari.

Per me in quanto donna lavorare è una cosa irrinunciabile che mi gratifica e mi rende una persona più completa. 

Ho avuto un anno di tempo per trovare la mia strada ma ora che l’ho trovata ci cammino a testa alta.

Draquila – L’Italia che trema

Come mai gli italiani votano Berlusconi? La violenza della propaganda, l’impotenza dei cittadini, l’economia e i rapporti di forza fondati sull’illegalità e una catastrofe: il terremoto che ha annientato la città de L’Aquila per raccontare come è stata piegata la giovane democrazia italiana“. Sabina Guzzanti

Draquila – L’Italia che trema è un film assolutamente da vedere e che si commenta da solo.

Pubblicato da moviemaniacsDE su Youtube

Può la nazionalità condizionare l’altruismo?

Gira sulle bacheche dei miei amici su Facebook una notizia che riguarda la zona da dove provengo: la provincia di Milano. A far parlare di sé l’imprenditore Carlo Vichi, il fondatore della Mivar, l’azienda di cui ogni italiano medio possedeva una tv in casa durante gli anni del boom economico del paese.

Alla soglia del nuovo millennio la Mivar non ha retto la concorrenza delle grandi multinazionali straniere in un mercato sempre più innovativo e globalizzato come quello dei televisori. Aveva da poco inaugurato il nuovo stabilimento alle porte di Abbiategrasso quando il 90enne Vichi ha dovuto dichiarare la chiusura delle attività.

La notizia che rimbalza in questi giorni sui social network tratta delle sue ultime dichiarazioni. Carlo Vichi si è detto disponibile a offrire gratuitamente in affitto il nuovo stabilimento Mivar a una società seria disposta a produrre televisori in Italia a patto che questa assuma 1200 italiani, abbiatensi o milanesi. “Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente”, ha dichiarato l’imprenditore in un’intervista.

Di primo acchito queste dichiarazioni fanno sicuramente effetto e questo è innegabile. Andando oltre e considerando la realtà italiana le parole di Vichi appaiono però in un certo senso miopi.

Sarebbe forse troppo pretendere che un tale gesto di altruismo venga compiuto nei confronti di una qualsiasi azienda che si assuma il rischio di investire in Italia, ad Abbiategrasso e nel milanese, dando una possibilità lavorativa a coloro che, rispettivamente qualificati, si candidino e valutandoli in modo indipendente dalla loro nazionalità? Sul lavoro contano la voglia di imparare, l’impegno, la versatilità e la flessibilità. La nazionalità non può essere un criterio imprescindibile in base al quale recrutare un impiegato.

Se si conosce la storia di Carlo Vichi si può comprendere l’origine di queste sue dichiarazioni che senza dubbio descrivono un gesto volto a far del bene. Questo articolo è una riflessione sull’altruismo e sul carattere incondizionato che questo termine racchiude nel suo significato che però nulla vuole togliere alle intenzioni dell’imprenditore. In fondo con i soldi degli altri siamo tutti bravi a elargire commenti.

Ecco l’articolo pubblicato da Repubblica.it che riporta le dichiarazioni di Vichi.

Lo stabilimento Mivar di Abbiategrasso, fonte mivar.it
Lo stabilimento Mivar di Abbiategrasso, fonte mivar.it