Fine settimana anticipato

Sono sul balcone, è venerdì pomeriggio e non sono in ufficio. Sono uscita da lì a mezzogiorno. Perché?! Oggi era il mio ultimo giorno.

Sì, dopo due anni e un mese ho deciso di lasciare la mia azienda e il suo settore ma questa decisione l’ho presa già tanto tempo fa.

A marzo a essere precisi: mese nel quale ho dato le mie dimissioni.

Oggi ho rispettato il preavviso e ho preso l’ultima mezza giornata di ferie.

Ho portato qualcosa per i miei colleghi, parlato con tutti e ringraziato. Sono uscita salutando a mio modo e sentendomi felice mentre, chiudendo quella porta, entravo nel mio tanto sognato futuro. È da qui che ora scrivo, da questa sedia sul balcone con lo smartphone in mano.

Scrivo come un fiume in piena, sì, perché è questo che sono sempre stata. Ecco che però il fiume arriva un certo punto al mare e sfocia.

Il mio mare oggi si chiama fine settimana e da lunedì invece sarà un’azienda diversa che opera nel settore del marketing e della comunicazione. Il mio settore insomma: quello che a me piace fare da sempre.

Inizio oggi una nuova tappa ma sono molto grata di aver potuto collezionare un’esperienza come quella vissuta da Telelingua a Stoccarda. Sono grata per ogni persona che lì ho conosciuto e che mi ha accompagnata in questi due anni. Sono grata soprattutto per coloro che in me hanno visto qualcosa e mi hanno scelta per fare un lavoro che a me in realtà è piaciuto molto.

Buon fine settimana: il mio sarà sicuramente ricco di belle emozioni, il vostro spero altrettanto.

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Una mamma racconta com’è avere figli all’estero

Condivido qui un articolo del Venerdì di Repubblica del 23 febbraio che recensisce il libro di Assunta Sarlo “Ciao amore ciao – Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza“.

Il tema di questo libro è l’emigrazione dei giovani italiani all’estero trattato però dal punto di vista dei loro genitori. A me l’articolo ha fatto un po’ sorridere anche se, in realtà, ruota attorno alla mancanza di prospettive per i giovani in Italia che,di per sé, è un tema piuttosto amaro.

Io sono dell’opinione però che non tutti i giovani che emigrano siano unicamente mossi dalla poca o mala offerta lavorativa italiana. Credo che un ruolo più importante giochino la voglia di immergersi in una realtà differente apprendendo o migliorando una lingua straniera,  il desiderio di avventura così come la volontà di vivere una vita indipendente e fuori dagli schemi imposti dalla società. Dove nasci in fondo non lo puoi decidere ma dove e come vivere sì.

Qualora abbiate voglia di leggere l’articolo di Brunella Giovara sul Venerdì potete farlo cliccando di seguito sul titolo: Come spedire un figlio all’estero e vivere (quasi) felici.

Prepararsi a immaginare il futuro

Non so come voi vi stiate preparando alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Per quanto mi riguarda posso ritenermi contenta di poter scegliere le fonti di informazione in modo flessibile e indipendente. Vivendo all’estero, non vengo infatti bombardata a livello mediatico dalle apparizioni dei candidati dei vari partiti e dalle discussioni a esse collegate. A novembre ho deciso di approfondire di più il mio livello informativo sulla situazione politica italiana abbonandomi a Repubblica Mobile.

Ricordo ancora che in una lezione alle medie sui maggiori quotidiani italiani, dopo averne capito le differenze, mi immaginavo da adulta convinta e affezionata lettrice di Repubblica. Presa coscienza poi della mia passione per la scrittura, iniziai a fatansticare sullo scrivere per questo quotidiano. A distanza di anni posso sostenere di aver seguito questo sogno ma non di averlo conseguito. Dopo l’università ho dovuto imparare infatti un’altra importante lezione: l’editoria in Italia è un settore nel quale un contratto permanente con condizioni giuste e leali pare fin troppo spesso un miraggio. La mia voglia di indipendenza economica era allora così alta da farmi decidere di dirigere il mio focus lavorativo altrove e poi, ammettiamolo, il sogno di scrivere per Repubblica era di per se molto molto ambizioso.

Oggi però mi rispecchio in quella mia immagine di lettrice di Repubblica che avevo previsto da ragazzina. Ritengo che Repubblica Mobile sia un’offerta ben strutturata e curata. Il suo prezzo di 44,99 € annuali è ben giustificato dalla qualità e dalla quantità del servizio ricevuto che comprende due newsletter quotidiane con il riassunto dei temi più importanti della giornata e, ovviamente,  la possibilità di consultare gli articoli online.

A piacermi sono soprattutto gli spunti, anche in versione audio, del direttore Mario Calabresi. Lo seguivo già su La Stampa e spesso ne condivido il punto di vista nelle analisi politiche dei suoi editoriali. Questa settimana ad esempio mi è piaciuto molto il suo testo “Incapaci di immaginare il futuro“.

Io, che faccio parte della circoscrizione Estero e che sopporto nel quotidiano il peso delle scelte politiche italiane solo fino a un certo punto, ho un auspicio che so già di non vedere realizzato dopo marzo ma che è comunque rivolto al futuro. Mi auguro per quella che resta la mia terra una politica fatta da gente brava e onesta. Da gente che non solo sia preparata ma che abbia l’obiettivo di offrire speranza e benessere agli italiani, che condivida il sogno europeista e sia orgogliosa di farne parte, che sia concentrata sul costuruire, ottimizzare e snellire l’Italia e il suo apparato, che sia sociale e si prefigga un progresso non solo economico ma soprattutto ecologico e sostenibile. In Italia di persone così ce ne sono diverse: io ne conosco molte e credo che tu che mi stai leggendo altrettanto. Mi auguro che trovino presto il coraggio di impegnarsi e prima ancora di prepararsi ad assumere compiti politici perché un’idea politica è corretta e credibile solo se la conoscenza dei temi a essa collegati è fondata e profonda. Sulla superficialità, sulle idee distruttive e sul populismo in fondo non si sono mai costruiti società e stati degni dei questi nomi.

La mia esperienza di vita all’estero raccontata a Scegli Gaggiano

Lunedì sera ho aperto Facebook e vi ho trovato un messaggio del caro amico Mattia Zangrossi. Mi chiedeva di partecipare rispondendo ad alcune domande a un approfondimento che la sua associazione, Scegli Gaggiano, desidera condurre raccontando la storia dei giovani gaggianesi che hanno scelto di lasciare il paese per andare vivere all’estero.

Per me questa non solo è stata un’occasione per riflettere sulle ragioni della mia scelta ma anche per riconsiderare quanto ho lasciato. A quali conclusioni sono giunta? Quello che accade a Gaggiano e in Italia a livello politico ed economico non smetterà mai di interessarmi ma il centro della mia vita ora è un altro.

Se vi interessa leggere le mie risposte e consultare la rubrica Giovani gaggianesi nel mondo di Scegli Gaggiano cliccate su: http://www.scegligaggiano.it

Gaggiano
Gaggiano vista dal ponte vecchio

 

Lavorando a testa alta

È bello avere un compito, un motivo per cui alzarsi la mattina. Farlo volentieri perchè si ha voglia di imparare, di stare in mezzo alla gente e di mettersi in gioco. Da un mese e mezzo ho ripreso a lavorare, dopo un anno di pausa durante il quale ho imparato tante cose su me stessa e ho affrontato temi con i quali non mi ero mai confrontata prima. 

Per mia fortuna ho trovato un posto di lavoro molto stimolante e un ambiente internazionale che è proprio quello nel quale io mi sento più a mio agio.

In questo ultimo periodo ho avuto sempre di più la conferma di quanto per me sia importante lavorare. Non ci rinuncerei per nulla al mondo perchè mi piace, mi stimola e ne ho bisogno come persona.

A muovere la passione che metto nel mio lavoro è la mia voglia di imparare e di rendermi utile sia ai miei colleghi che allo scopo della mia impresa. L’azienda per cui lavoro si occupa di coordinare progetti di traduzione mettendo in senso astratto culture e lingue diverse in comunicazione. Questo mi ha sempre affascinata e forse è proprio per questo motivo che a lavoro ci vado volentieri.

Lavorare offre in generale molta più indipendenza perchè alla fine del mese l’importo del proprio conto corrente sale. In questo modo è più facile fare grandi progetti, pensare alle vacanze o prenotare i voli per un breve weekend a casa per rivedere i propri cari.

Per me in quanto donna lavorare è una cosa irrinunciabile che mi gratifica e mi rende una persona più completa. 

Ho avuto un anno di tempo per trovare la mia strada ma ora che l’ho trovata ci cammino a testa alta.

Draquila – L’Italia che trema

Come mai gli italiani votano Berlusconi? La violenza della propaganda, l’impotenza dei cittadini, l’economia e i rapporti di forza fondati sull’illegalità e una catastrofe: il terremoto che ha annientato la città de L’Aquila per raccontare come è stata piegata la giovane democrazia italiana“. Sabina Guzzanti

Draquila – L’Italia che trema è un film assolutamente da vedere e che si commenta da solo.

Pubblicato da moviemaniacsDE su Youtube

Può la nazionalità condizionare l’altruismo?

Gira sulle bacheche dei miei amici su Facebook una notizia che riguarda la zona da dove provengo: la provincia di Milano. A far parlare di sé l’imprenditore Carlo Vichi, il fondatore della Mivar, l’azienda di cui ogni italiano medio possedeva una tv in casa durante gli anni del boom economico del paese.

Alla soglia del nuovo millennio la Mivar non ha retto la concorrenza delle grandi multinazionali straniere in un mercato sempre più innovativo e globalizzato come quello dei televisori. Aveva da poco inaugurato il nuovo stabilimento alle porte di Abbiategrasso quando il 90enne Vichi ha dovuto dichiarare la chiusura delle attività.

La notizia che rimbalza in questi giorni sui social network tratta delle sue ultime dichiarazioni. Carlo Vichi si è detto disponibile a offrire gratuitamente in affitto il nuovo stabilimento Mivar a una società seria disposta a produrre televisori in Italia a patto che questa assuma 1200 italiani, abbiatensi o milanesi. “Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente”, ha dichiarato l’imprenditore in un’intervista.

Di primo acchito queste dichiarazioni fanno sicuramente effetto e questo è innegabile. Andando oltre e considerando la realtà italiana le parole di Vichi appaiono però in un certo senso miopi.

Sarebbe forse troppo pretendere che un tale gesto di altruismo venga compiuto nei confronti di una qualsiasi azienda che si assuma il rischio di investire in Italia, ad Abbiategrasso e nel milanese, dando una possibilità lavorativa a coloro che, rispettivamente qualificati, si candidino e valutandoli in modo indipendente dalla loro nazionalità? Sul lavoro contano la voglia di imparare, l’impegno, la versatilità e la flessibilità. La nazionalità non può essere un criterio imprescindibile in base al quale recrutare un impiegato.

Se si conosce la storia di Carlo Vichi si può comprendere l’origine di queste sue dichiarazioni che senza dubbio descrivono un gesto volto a far del bene. Questo articolo è una riflessione sull’altruismo e sul carattere incondizionato che questo termine racchiude nel suo significato che però nulla vuole togliere alle intenzioni dell’imprenditore. In fondo con i soldi degli altri siamo tutti bravi a elargire commenti.

Ecco l’articolo pubblicato da Repubblica.it che riporta le dichiarazioni di Vichi.

Lo stabilimento Mivar di Abbiategrasso, fonte mivar.it
Lo stabilimento Mivar di Abbiategrasso, fonte mivar.it

Necessità di comunicare vs. sfera privata – WhatsApp

“Le tecnologie di comunicazione e i loro contenuti danno la possibilità alle persone di entrare in contatto tra loro. Vengono utilizzate come spunti per conversazioni e permettono di vivere in modo sociale dando una nuova sfaccettatura alla comuniazione che viene più richiesta che bloccata. Grazie alle informazioni scambiate con dispositivi mobili si intensificano infatti le conversazioni. Allo stesso tempo si sviluppano nuove forme di comunicazione: chattare con persone lontane tramite applicazioni supportate da smartphone è un’attività che viene integrata in un modo quasi equiparato alla comunicazione di persona.” Ad affermare ciò è Angela Keppler, Profesoressa dell’Università di Mannheim. Ha condotto per un anno un progetto richiesto dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft dal titolo ‘La comunicazione oggi‘ che le ha permesso di effettuare ricerche su come i mezzi di comunicazione modifichino la nostra quotidianità.
Uno dei mezzi grazie al quale oggi comunichiamo è WhatsApp Messenger. Un’app di messaggistica mobile multi-piattaforma che consente di scambiarsi messaggi con i propri contatti senza dover pagare gli SMS. WhatsApp Mssenger è disponibile per tutti gli smartphone più venduti. Dato che WhatsApp si serve dello stesso piano dati Internet usato per le e-mail e la navigazione web, non vi sono costi aggiuntivi per mandare messaggi e restare in contatto con i propri amici. Oltre alla messaggistica di base gli utenti di WhatsApp possono creare gruppi, scambiarsi messaggi illimitati, video e messaggi audio multimediali. L’importante è avere una connessione internet mobile.
WhatsApp Inc. è un’azienda tecnologica in fase di sviluppo fondata nel cuore della Silicon Valley da Jan Koun e Brian Action. I due fondatori di WahtsApp hanno lavorato 20 anni a Yahoo!, uno dei più importanti motori di ricerca che si occupa di raccogliere dati e vendere pubblicità. Fin dagli inizi Koun e Action hanno dimostrato di essere contro l’idea che le aziende debbano sapere proprio tutto della nostra sfera privata. I dettagli sulla nostra vita privata servono infatti a queste per vendere pubblicità.
La tanto amata applicazione ci permette quindi non solo di comunicare con i nostri cari ma anche di non essere disturbati da inutili annunci pubblicitari mentre scriviamo. Nessuno punta una sveglia per non perdersi un annuncio pubbicitario e nessuno va a dormire pensando a quale pubblicità vedrà l’indomani. Andiamo a dormire pensando alle persone con cui abbiamo scritto oggi (e ci dispiace se non abbiamo potuto sentire qualcun altro).
La comunicazione è un settore nel quale molti oggi desiderano lavorare ma non dobbiamo dimenticare che la comunicazione è prima di tutto una necessità.

Logo di Whatsapp
Logo di Whatsapp

 

Il buon piano di crescita

Come uno dei leader tra le aziende agricole, Syngenta si impegna ad aiutare gli agricoltori nel mondo nel coltivare raccolti preservando acqua, terreno ed ecosistema. Questi propositi prendono il nome di buon piano di crescita (The Good Growth Plan).

Uno degli aspetti che rendono quest’azienda unica nel suo genere è che il suo commercio e i suoi prodotti vogliono far fronte a una delle più grandi sfide del pianeta: ottenere grandi raccolti con poche risorse.

Syngenta si impegna infatti a contribuire in modo sostenibile alla sicurezza alimentare della popolazione mondiale, in continua crescita, modificando la produttività agricola. Questo coinvolge sia gli 8 milioni di grandi aziende agricole con oltre 100 ettari di terra che i 500 milioni di piccoli agricoltori che posseggono solamente un ettaro. Ogni azienda e ogni agricoltore sono importanti per raggiungere lo scopo fissato.

Per realizzare le sue ambizioni Syngenta mette l’agricoltore al centro delle sue attività. La strategia è quella di pensare come un agricoltore con approccio olistico verso terra e raccolto. L’azienda non offre agli agricoltori solamente un’offerta integrata ma anche tecnologie innovative e trasformative.

Al centro del successo di Syngenta vi è l’innovazione, intesa in modo particolare come ricerca e sviluppo. I prodotti futuri devono contribuire a grandi raccolti ma avere un’influenza positiva sulla terra e sugli individui che  la abitano. I grandi raccolti di per sè non sono sufficienti a lungo termine.

Entro il 2020 Syngenta si è impegnata a raggiungere i seguenti sei obiettivi:

  1. Aumentare la produttività media delle tipologie di raccolto più importanti a livello modiale del 20% senza utilizzare più terra, acqua o input.
  2. Migliorare la fertilità di 10 milioni di ettari destinati all’agricoltura ma in stato di degrado.
  3. Introdurre la biodiversità per 5 milioni di ettari di terreno agricolo.
  4. Raggiungere 20 milioni di piccoli agricoltori permettendogli di aumentare la loro produzione del 50%.
  5. Formare 20 milioni di contadini sulla sicurezza sul lavoro specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  6. Ottenere condizioni di lavoro corrette all’interno della catena di fornitura.

Non tutte le bambine sono ritornate a scuola

Durante le scorse settimane hanno riaperto le scuole, le cartelle sono state riempite con nuove penne e quaderni e la ricerca frenetica ai libri di testo è iniziata. Per tante ragazzine nel mondo però non è stato così. In particolare se si considerano le regioni più povere del pianeta dove tre fattori determinanti remano contro l’istruzione delle bambine: l’essere povere, il vivere in aree rurali e l’appartenere a gruppi etnici discriminati o esclusi.

Plan – Si torna a scuola?

In quel 20% di famiglie che costituiscono la parte più povera solo il 64% dei bambini in età scolare è iscritto a scuola, rispetto al 90% registrato nel 20% di famiglie più ricche (dati Unicef 2010). Se però a questa statistica si introduce la variabile del genere emerge un quadro desolante: le bambine nelle famiglie più povere sono le più soggette all’esclusione totale dalla scuola.

Quando i genitori in stato di miseria si trovano a decidere quale dei propri figli possa trarre maggior profitto dallo studio le bambine non vengono premiate con questo diritto. La loro immediata utilità nei lavori domestici, il loro valore economico come mogli-bambine sono considerati punti più importanti rispetto all’istruzione. Appena la bambina entra in pubertà viene quindi costretta ad abbandonare gli studi. I numeri parlano chiaro: 10 milioni di ragazzine si sposano prima dei 18 anni.

“L’istruzione è la chiave di volta per allontanare le bambine dai matrimoni prematuri – sottolinea il Direttore Nazionale di Plan Italia, Tiziana Fattori – infatti, in uno studio di Plan, emerge che le ragazzine senza istruzione hanno tre volte più probabilità di sposarsi prima della maggiore età di coloro che hanno finito la scuola secondaria. Inoltre i benefici derivanti dall’istruzione delle bambine sono dimostrati da una serie di studi sia in termini di aumenti in percentuale del PIL nazionale sia nel contributo dato dalle madri istruite nel far uscire le proprie famiglie dalla povertà”.
Con la sua campagna Because I am a Girl Plan ha l’obiettivo di dare un’istruzione di qualità di almeno 9 anni a 4 milioni di ragazzine. La campagna è sostenuta da Malala che ha da poco ricevuto il Premio Tipperary per la Pace ed è candidata per il Premio Nobel per la Pace.