Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

Katzen Sciù Sciù

[Una sera a Cava de’ Tirreni, io e Dominik a cena da mia zia Rosetta con i miei cugini e i loro figli.]

Ornella: “Queste dovete provarle, si chiamano lingue di gatto. Come i dolci ma sono salate!”

Tonino: “Angela, e mò traduci: come si dice ‘lingue di gatto’ in tedesco?”

Io, rivolgendomi a Dominik: “Lingue di gatto significa ‘Katzenzungen’.”

Tonino: “Kats-zuuug”.

Dominik: “No, Katzzzzenunnngeeeennnn”.

Tonino: “Vabbuò, come ho detto io: Katse-zuge!”

Io: “Eh, diciamo meglio.”

[Dopo un po’ di tempo, esce Paolo dalla cucina.]

Simona: “Papà, papà: lo sai come si dice in tedesco ‘lingue di gatto’?”

Paolo: “No, e come si dice?”

Dominik: “Katzenzungen!”

Simona: “Dillo tu ora, papà!”

Paolo: “Katszuug!”

Io: “No, Katzennnzunnnngeeennn!”

Paolo: “Katszuuge!”

Dominik: “Katzenzungen, Katzenzungen!”

Paolo: “Eh sì, mò vabbuó: Katzen Sciù Sciù!”

Ecco, il bello di quando vivi una relazione internazionale e vai a trovare la tua famiglia in provincia di Salerno e trascorri lì le tue vacanze è che si inventano neologismi che poi diventano l’intercalare preferito tra te e il tuo compagno tedesco. Katzen Sciù Sciù, una parola da usare ovunque e in ogni contesto.

“Che facciamo oggi?”

“Katzen Sciù Sciù!”

Le famose lingue di gatto salate o meglio Katzen Sciù Sciù

Ogni giorno la stessa cosa

Oggi vi ripropongo la traduzione dall’inglese di un testo pubblicato da dailystoic.com, una newsletter quotidiana, ideata da Ryan Holiday, che diffonde la filosofia dello stoicismo.

Mentre la pandemia si protraeva ti sei trovato probabilmente a porre in maniera ricorrente sia agli altri che a te stesso questa domanda: che giorno è? Si tratta di un quesito semplice ma rivelatore.

Viaggiando di meno, non partecipando a riunioni e non recandosi al lavoro, la realtà temporale e quella fisica hanno rallentato il passo o addirittura si sono fuse. Le settimane e i weekend si sono appannati, le ore si sono sia protratte che dissolte in un istante e tutto è diventato una cosa sola. Siamo diventati come il protagonista del nuovo film Palm Springs, intrappolati in una specie di spazio continuo in cui ogni giorno è uguale all’altro in ripetizione.

Eppure nonostante ciò possa sembrare orribile, probabilmente, come succede al protagonista del film, un po’ ti sta piacendo. In fondo è davvero una cosa così brutta passare tutto questo tempo insieme alla tua famiglia? O vivere una vita più tranquilla e a un ritmo più rilassato? Sì, è vero questo comporta dei costi, cancella i piani e ferma molte cose…eppure come ogni cosa che si protrae a lungo, con il tempo anche questo rilassamento forzato ci ha portato una sensazione di calma e ci sta risultando piacevole.

Forse è proprio questa la sensazione a cui si riferiva Marco Aurelio nel libro ‘Colloqui con sé stesso‘ quando rifletteva sia sul momento attuale, mentre faceva fronte a un’epidemia, che sugli anni della sua gioventù, aspettando di diventare imperatore:

“Ogni cosa è sempre stata uguale”, sostiene Marco Aurelio, “e si ripete nel tempo. Non fa alcuna differenza se una cosa accada in un secolo o in due, o in un periodo infinito…perché sia i più longevi che coloro che perdono la vita in giovane età alla fine perderanno la stessa cosa. Il presente è infatti tutto ciò a cui potranno rinunciare, perché è questa l’unica cosa che abbiamo e ciò che non possiedi non lo puoi perdere.”

Non importa se avrai vissuto 40 anni o 400, Marco Aurelio ci ricorda che ogni giorno è uguale. Alla fine tutto sarà stato uguale.

In conclusione sì, tutto ciò potrà sembrarci strano e surreale, a volte terrificante e non privo di momenti strazianti ma lo stiamo vivendo e basta. Ogni giorno ci svegliamo e affrontiamo una nuova giornata. Chi può dire che questo sarà il nostro novantesimo giorno di quarantena o l’inizio di altri novanta giorni? Oggi è ciò che abbiamo di fronte, qualunque giorno della settimana esso sia. Potrà essere meraviglioso o sembrarci abbastanza, a seconda di ciò a cui sceglieremo di credere.

Trovate a questo link il testo originale in inglese.

La mia nuova dipendenza

L’abbonamento di Audible, il servizio di Amazon che permette di scaricare e ascoltare un audiolibro al mese a 9,95€, è per me qualcosa di irrinunciabile.

La passione per la lettura l’ho ereditata dal mio papà, uno dei clienti più assidui della Biblioteca di Gaggiano. Ancora di piú però ho scoperto di adorare gli audiolibri, le opere lette ad alta voce direttamente dai loro autori oppure da attori professionisti. La prima volta ne ascoltai uno è stata quando, nell’estate del 2006, lavoravo come ragazza alla pari vicino a Lubecca, in Germania. Le bambine di cui mi occupavo passavano i pomeriggi ascoltando CD di storie che quasi conoscevano a memoria. Mi fu chiaro allora che l’ascolto di audiolibri è una pratica diffusa nell’educazione tedesca.

L’abbonamento di Audible lo sottoscrissi sei anni fa. Ascoltare i suoi audiolibri allietò moltissime delle mie pause pranzo tra il 2018 e il 2019, un periodo difficile per me sul piano lavorativo. Fu proprio allora che un saggio signore greco mi consigliò di leggere la serie di Elena Ferrante L’amica geniale: “Quattro libri di puro intrattenimento”, li definì. Io che, come ormai ben sapete, ho bisogno sempre di un po’ di tempo per mettere in pratica i consigli ricevuti, scaricai il primo audiolibro lo scorso febbraio e oggi posso affermare di non aver potuto fare acquisto migliore.

Perchè?! Constatare che Elena Ferrante abbia una capacità narrativa sensazionale credo sia superfluo: è noto a livello internazionale. A rapirmi totalmente è stata invece la voce dell’attrice che legge i suoi audiolibri, prodotti da emons edizioni, ossia Anna Bonaiuto. Nata 70 anni fa a Latisana, una città friulana a me nota per motivi famigliari, da genitori napoletani, Anna Bonaiuto interpreta a pennello il ruolo di Elena Greco (Lenú), una delle due protagoniste della storia. È bello sentirla narrare l’amicizia tra Lenú e Lila (Raffaella Cerullo) usando a tratti il dialetto napoletano, anche se io, ascoltandola, ne riconosco una pronuncia non del tutto naturale. A mio parere si percepisce nella sua voce che l’attrice sia cresciuta nel nord Italia e che il napoletano non fu la sua prima lingua, come lo è invece nella storia per Lenú e Lila. Anna Bonaiuto ha tuttavia una voce roca e profonda davvero travolgente in grado di creare dipendenza e io dipendente lo sono definitivamente diventata.

Ieri ho concluso il terzo libro della serie, Storia di chi fugge e di chi resta, e oggi non vedo l’ora di iniziare il quarto e ultimo volume. Mi chiedo già cosa farò alla fine di quest’estate senza Lenú, Lila e Anna Bonaiuto. Nel video qui sotto potete ascoltare l’attrice mentre racconta com’è essere la voce di Elena Ferrante e legge un passaggio tratto da L’amica geniale.

Conosciti, rispettati e onorati

Nell’estate 2015 la mia ex coinquilina Rui venne dall’Australia in Europa per qualche settimana e io ebbi l’occasione di passare con lei un pomeriggio qui a Stoccarda. Eravamo nella mia cucina e stavamo facendo una delle nostre belle chiacchierate quando lei, che allora aveva 31 anni, mi disse una frase che restò impressa nella mia memoria. “Adoro essere arrivata ai miei trent’anni”, fu la frase.
Oggi, a trentatré anni quasi conclusi, capisco completamente cosa lei allora intendesse.
Siccome questa sera non ho nulla di meglio da fare, te lo spiego: è solo a questa età che si arriva a padroneggiare una certa maturità cognitiva.
A trent’anni diventi infatti consapevole di essere il tuo unico e costante compagno in questo viaggio chiamato vita.
Ti sei analizzato, conosciuto, sradicato, rimodellato e hai sentito sulla tua pelle il significato della parola limite. La vita, volente o nolente, ti ha messo di fronte a situazioni difficili, che a tratti ti sono sembrate impossibili ma ne sei sempre uscito. Hai imparato che la felicità non è una meta da raggiungere ma una scelta da compiere in modo consapevole ogni giorno. Sai con fermezza che pretendere il massimo da te stesso non è sempre la cosa più giusta, che rispettare i tuoi limiti, i tuoi umori e i tuoi pensieri risulta invece essere di gran lunga più saggio. Solo così sei in grado infatti di onorare il tuo corpo accudendone l’animo.
Che tu abbia già passato i trent’anni da un pezzo o che sia ancora nel mezzo della tua gioventù più scatenata, il mio augurio è che tu sia già arrivato o che tu possa presto arrivare a questa consapevolezza perché, te lo garantisco, è una sensazione spettacolare.
Intanto… Buen camino.

Il Moment of Happiness di Gretchen Rubin di giovedì che mi ha ispirata a scrivere questo post.

Vivi oggi

Mercoledì pomeriggio stavo camminando dal centro verso casa e i miei pensieri circolavano su terreni battuti davvero troppe volte. Avete presente quei pensieri che sono fine a se stessi e che non portano da nessuna parte se non a farci sentire inadatti nelle nostre azioni?! Ecco quelli.

Mentre camminavo ascoltavo la mia playlist Feierabend su Spotify.

Desidero ora soffermarmi nel racconto un attimo sul termine Feierabend che è una parola composta in tedesco davvero interessante. Non esiste una traduzione precisa in italiano: il termine è composto dalle due parole ‘Feier’ (festa) e ‘Abend’ (sera). Indica il dopolavoro, il momento in cui smetti di lavorare e hai la serata libera insomma e per questo la celebri.

Ascolto spesso questa playlist sulla via del rientro perché è piena di canzoni allegre che hanno il potere di distrarre i miei pensieri e di concedermi una pausa a livello mentale.

Camminavo quindi tra le vie del centro, quando, a un certo punto, mi sono ritrovata ad ascoltare la canzone ‘Live today’ (Vivi oggi) di Jahcoustix, un cantante tedesco che fa musica un po’ reggae di cui avevo già scritto qualche post fa. Il suo testo mi ha letteralmente folgorata. Mi sono sentita chiamata in causa mentre Jahcoustix cantava quanto sia difficile vivere il momento quando la propria mente vaga tra passato e futuro. Il musicista sostene infatti che sia necessario liberarsi del ricordo del passato e delle proprie aspettative per il futuro per essere veramente se stessi. Spesso, dice, il nostro peggior nemico non siamo altro che noi.

Immediatamente, prestando attenzione al testo di Live today, i miei pensieri hanno smesso di circolare in quei territori già calpestati così troppe volte, rivelandosi sempre e solo un’illusione e che non mi hanno mai portata avanti di un solo centimetro nel mio percorso di vita. Ho ripreso allora semplicemente a concentrarmi sui miei passi.

La musica ha davvero un potere straordinario: sa riportarci con i piedi per terra e permetterci di concentrarci sul momento attuale perché in fondo questo è l’unica cosa che conta.

Nel dubbio esci a fare una passeggiata

Quando ero piccola passavo le giornate estive all’aria aperta. Appena arrivavano le 14:30 scendevo in cortile e iniziavo a chiamare “Silviaaa, Valeriaaa: scendete a giocare?!”, facendomi non solo sentire dalle mie due amiche ma anche da tutto il vicinato che paziente sopportava le mie grida. Così i pomeriggi scorrevano sotto il sole tra giochi di fantasia ispirati ai cartoni animati dell’epoca, come Occhi di gatto, e partite agguerritissime di pallavolo.

Di solito eravamo in quattro: io, Silvia, Valeria e la loro cugina Valentina che però ci raggiungeva un po’ più tardi perché abitava in un’altra via e veniva a trovare la nonna accompagnata dalla mamma in bicicletta. Io ero totalmente immersa in quello che più avanti avrei scoperto essere il mio ambiente preferito: l’aria aperta. Correvo, saltavo, facevo verticali ponte: insomma, non stavo ferma un attimo già allora.

Oggi, che le verticali ponte sono un ricordo lontano, non scendo più in cortile a giocare, un po’ anche perché mi prenderebbero per folle. Una volta terminata la giornata, ora che lavoro da casa, mi cambio, metto le scarpe ed esco invece a fare una passeggiata.

Mio papà era solito fare la stessa cosa finito il lavoro: scendeva in cantina, prendeva la bicicletta e andava a fare un giro per il paese. Quante volte le persone mi raccontavano di averlo incontrato in bici. Io invece cammino perché Stoccarda è piena di collinette e in bicicletta rimarrei ferma a metà salita, senza fiato.

Passeggio solitamente per il mio quartiere: ne osservo i cambiamenti, passo davanti ai negozi dove siamo soliti fare acquisti e ne saluto i proprietari se mi vedono. A volte mi siedo in un café e prendo qualcosa da bere. È proprio camminando per le vie del quartiere che ho scoperto un baretto gestito da italiani nella Johannesstr. che vende le sfogliatelle napoletane con ripieno di crema alla nocciola e gianduia.

Fiori scovati camminando

Spesso, mentre passeggio, ascolto un audiolibro, chiamo la mia mamma oppure mando messaggi vocali alle mie amiche: sì, ovviamente anche a Silvia, Valeria e Valentina che negli anni ancora non ce l’hanno fatta a liberarsi di me. Un’altra cosa che mi piace fare è osservare i fiori che addobbano i marciapiedi o gli ingressi dei palazzi e ne scovo sempre di belli.

Durante il periodo di restrizioni per via del coronavirus io avevo il terrore che anche qui venisse stabilito il lockdown e non potessi neanche uscire a fare una passeggiata. Per fortuna non si è arrivati a tanto e a me passeggiare ha reso la pandemia più sopportabile anzi ha contribuito a mantenere il mio equilibrio. Il mio programma preferito infatti, quando non sapevo quale attività intraprendere, è stato mettermi lo zainetto in spalla e andare a fare un giro.

È una cosa semplice in fondo ma è in grado di farti sentire immediatamente meglio perché sei confrontato con il via vai della vita in strada, hai altri input, ti muovi e respiri aria fresca. Una volta ho letto che tutti, anche gli adulti, avrebbero bisogno di scendere a giocare in cortile per scacciare i malumori e i brutti pensieri: a me oggi basta solamente uscire a fare una passeggiata.

Raupe Immersatt: un foodsharing café nel cuore di Stoccarda

Nel mio ultimo post vi accennavo di uno dei miei posti preferiti qui a Stoccarda Ovest, il foodsharing café Raupe Immersatt.

Il suo nome rappresenta un gioco di parole che prende spunto dal libro per bambini Il piccolo Bruco Maisazio di Eric Carle. Raupe Immersatt significa infatti, tradotto in italiano, Il Bruco Sempresazio.

Ma cos’è un foodsharing café? Partiamo innanzitutto dallo spiegare brevemente cosa sia il foodsharing in generale che è un movimento molto diffuso a Stoccarda e nei suoi dintorni. Il suo concetto consiste nell’evitare gli sprechi di cibo. Chiunque può prendere parte a questo movimento iscrivendosi come volontario alla piattaforma online foodsharing.de e accedendo così alla lista degli esercizi alimentari (supermercati o ristoranti) che vi aderiscono. Questi negozi distribuiscono in maniera gratuita ai volontari foodsharing quegli alimenti che non possono più essere venduti, per esempio nel caso di un supermercato, perché in scadenza, un po’ ammaccati o maturi. Come iscritto tu però non puoi scegliere cosa portare a casa ma hai il dovere di prendere in consegna tutto ciò che ti viene offerto e poi o cucinarlo direttamente o ripartirlo a tua volta ad esempio tra amici o colleghi.

Il Raupe Immersatt, come foodsharing café, prende in consegna il cibo in eccesso dai supermercati e dai negozi alimentari per poi distribuirlo nei suoi Fairteiler (anche qui un altro gioco di parole con il tedesco Verteiler, distributore), che altro non sono che dei frigoriferi a vetro e dei ripiani a cui i suoi clienti accedono in maniera gratuita.

Si possono trovare ad esempio fette di torta, cornetti, pane, burro, marmellata ma anche insalate o frutta. Basta insomma alzarsi dal proprio tavolo, prendere un piatto e servirsi: il tutto gratis. Ovviamente ci sono regole igieniche da rispettare e adesso in tempi di covid-19 i gestori del café le hanno rafforzate.

Un altro concetto che io trovo interessante al Raupe Immersatt è la loro offerta di bevande: ecologiche, regionali ma soprattutto socialmente corrette. Quest’ultimo è un punto di fondamentale importanza per il Raupe Immersatt. A decidere il prezzo delle bevande consumate infatti sono i clienti. Non ci sono prezzi predefiniti, chiunque può pagare a seconda delle sue possibilità e del valore che la bibita consumata rappresenta nel suo immaginario.

Inoltre gli spazi del café sono usati come coulisse di eventi culturali: soprattutto nel weekend l’offerta di concerti e conferenze è davvero interessante. Io, ad esempio, quest’anno ho partecipato a un concerto di musica jazz di due studenti dell’Accademia Musicale di Stoccarda.

Un’ultima cosa che rende questo foodsharing café interessante è che nasce dall’idea di sono cinque giovani con un background nel sociale e nelle energie rinnovabili e sostenibili. Questi ragazzi con il loro lavoro stanno lanciando un segnale che i tempi sono cambiati e sono maturi per una trasformazione sociale e nella gestione delle risorse.

Se capitate qui a Stoccarda penso abbiate capito che io una visita al Raupe Immersatt ve la consiglio: lo trovate nella Johannesstr. 97, Stuttgart West.

Un cappuccino con il latte di mandorla al Raupe Immersatt

Chi ben comincia…

Da metà marzo mi sono iscritta a una newsletter quotidiana un po’ particolare. L’ho scoperta per caso, una domenica pomeriggio di solitudine, navigando sul laptop in cerca di ispirazione da uno dei miei posti preferiti di Stoccarda Ovest, il foodsharing café Raupe Immersatt. Se vi stiate chiedendo cosa sia un foodsharing café ve lo racconterò prossimamente: oggi il tema è un altro.

La newsletter a cui mi sono iscritta è quella del sito Daily Stoic: ogni giorno ricevo una pillola di stoicismo in inglese per mail. La sua lettura viene inoltre offerta come podcast quotidiano su Spotify.

Grazie a Daily Stoic mi sto facendo una cultura su Marco Aurelio. Tra le tante cose, ho scoperto che l’imperatore romano aveva il mio stesso tallone d’Achille: faceva fatica ad alzarsi dal letto la mattina.

Molte mattine si trovava infatti fare pugni con se stesso per uscire dal letto quando in realtà avrebbe disperatamente voluto rimanere bello comodo sotto le coperte.

Lui, che non doveva necessariamente alzarsi, aveva l’obiettivo di essere in piedi di buon’ora per andare a lavorare. Perché?! Semplice: era consapevole che conquistare il mattino fosse la chiave per conquistare la giornata e, in un senso più lato, per vincere nella vita. Spingendosi a fare qualcosa di scomodo iniziava così un processo che lo avrebbe portato a vivere una giornata di successo.

Se una cosa ho capito durante i miei primi 33 anni di vita è che quando inizio una giornata presto la sento più mia. Svegliandomi di buon’ora mi sento più in grado di decidere il corso della mia giornata, senza contare che sono più presente con me stessa. Ho infatti notato che quando mi lascio andare rimanendo più a lungo sotto le coperte il mio umore ne risente.

Come si dice?! Chi ben comincia è a metà dell’opera? Io scelgo di cominciare ogni giorno come Marco Aurelio: in fondo, quando studiavo storia alle elementari, mi era sempre stato simpatico.

Splendere di Johanna Maggy Hauksdóttir

Una lettura piacevole, scorrevole e soprattutto veloce – solo 122 pagine – il libro Splendere di Johanna Maggy Hauksdóttir emana vibrazioni positive, per descriverlo in quella maniera esoterica che a me piace tanto.

Johanna Maggy è nota in Italia, credo, soprattutto per essere la moglie di Fabio Volo. È peró anche una blogger, una trainer di pilates e yoga e un’esperta in olismo. È inoltre una donna oggettivamente davvero molto bella, secondo me non bella solo esteriormente ma soprattutto per via dell’aura che sprigiona – sì, non ce n’è oggi do sfogo al mio lato esoterico. Nel descriverla, infine, non si possono non menzionare le sue origini islandesi che hanno lasciato un solco profondo in lei soprattutto nel suo rapporto con la natura e le attività all’aria aperta.

Nel suo libro, tradotto in italiano da Alessandra Carati, Johanna Maggy introduce quelli che lei chiama “Piccoli incantesimi per brillare ogni giorno”. Si sofferma soprattutto sull’importanza del respiro consapevole, del bere molta acqua durante il giorno, del cibo sano, del movimento e della natura.

Johanna Maggy ha un modo di interpretare la vita molto particolare che ha di per sé un qualcosa di magico. A me ha fatto, ad esempio, sorridere quando racconta della sua passione delle zuppe per cena e che, quando le prepara, per catturare in modo positivo l’attenzione dei suoi figli, gli dica che andrà passarle con il suo ‘bastone magico’ che altro non è che il frullatore a immersione.

Grazie a Splendere ho scoperto le classi di yoga online di Tim Senesi, uno degli istruttori preferiti di Johanna Maggy. Sono in inglese e sono per me, che ho notoriamente un debole per le lingue straniere, un ottimo esercizio non solo fisico ma anche di arricchimento linguistico.

Io vi consiglio la lettura di questo libro qualora voleste recuperare un po’ il vostro equilibrio sia a livello fisico che mentale. A me ha tenuto compagnia in modo piacevole e regalato spunti molto positivi su cui riflettere – in modo esoterico, si intende.