Senza trucco

Nel suo ultimo libro ‚All the way to the river‘, Elizabeth Gilbert racconta che, da quando ha iniziato a prendersi cura di se stessa dopo la morte della sua compagna, ha smesso di truccarsi. Lo ha scelto per liberarsi da quella schiavitù del raggiungere la perfezione che la società cerca di imporre a noi donne.

Durante la mia maternità ho pensato molto all’esempio di donna che desidero essere per mia figlia e sono giunta alla stessa conclusione. Ormai da quasi un anno e mezzo ho smesso di truccarmi, che non vuol dire che non mi prenda cura di me. Significa solamente che non applico prodotti che cambiano il mio aspetto.

Perché nascondersi e cambiare la propria immagine naturale per seguire stereotipi che la società ci impone e in cui io non mi rivedo?

Camminando noto ragazze davvero perse in questa costrizione sociale e non mi capacito. Il trucco cerca di coprire quelle imperfezioni che tanto ci rendono umani. La nostra umanità è invece una delle cose che dovremmo tenerci più strette.

Chiediti perché ti trucchi e se non ti soddisfa la risposta ricorda che sei sempre in tempo per cambiare abitudine.

Un mio selfie poco prima di scrivere questo post, senza trucco ne inganno.

Come posso essere d’aiuto?

Ieri mi è accaduto nuovamente: la vita mi ha fatto notare proprio quello di cui avevo bisogno.

Ero alle casse self-service del supermercato, quando sentire il commesso relazionarsi con una cliente mi ha distratto dal mio impacchettare.

Era un ragazzo giovane, probabilmente uno studente, che, per arrotondare, lavora come commesso al supermercato di Weil der Stadt. “Come posso essere d’aiuto?” chiese gentilmente a una signora anziana che, per non fare la coda, si era cimentata, forse per la prima volta, con la cassa self-service. Una domanda semplice e gentile che rappresentava a parole un pensiero a me caro. Una domanda che ne implica tante altre. “Come posso io mettermi a servizio di qualcun altro?”. “Come posso io con le mie azioni essere utile alla società?”. “Come posso svolgere il mio lavoro in modo gentile e premuroso verso gli altri?”.

Io credo che la vita abbia un altro sapore se le nostre azioni non sono rivolte a soddisfare il nostro ego. Se siamo umili abbastanza da metterci al servizio del prossimo, vedremo in ciò che compiamo un senso più grande. Se siamo in grado di rimpicciolirci, non mettendoci in cima alla lista, saremo capaci di sentirci parte di un insieme più grande.

Quel ragazzo al supermercato ha fatto proprio questo: si è messo a disposizione, svolgendo il suo compito in modo gentile e rispettoso verso chi gli stava di fronte.

La gentilezza è una qualità che può essere allenata e che ci permette di sentirci parte di qualcosa di più grande

Parlane con qualcuno

Sto ascoltando l’ultimo libro di Elizabeth Gilbert ‚All the way to the river‘ e ne sono davvero catturata. La storia è struggente, vera e semplicemente piena di vita. L’autrice si apre con i suoi lettori allo stesso tempo in modo coraggioso e autentico. Tratta il tema della dipendenza, amorosa e da sostanze stupefacenti, in un modo schietto e privo di giudizio. Non ho mai sentito qualcuno parlarne così finora in vita mia.

Condivido con Elizabeth Gilbert l’idea che, quando c’è qualcosa che ti turba talmente tanto da perdere la tua calma interiore, l’azione migliore che tu possa fare è parlarne con qualcuno. Aprirti con un amico può salvarti. Esprimere il tuo pensiero e le tue preoccupazioni a voce alta, condividendoli con una persona fidata, ti permetterà di alleggerire il carico.

Non tenere tutto dentro, finirai per rimuginare. Racconta quello che ti impegna la testa. Troverai in chi ti ascolta magari non la soluzione ma sicuramente una persona su cui contare per condividere il cammino fino alla tua prossima tappa.

Siamo tutti fiori dello stesso giardino

Fatti vedere

„Non sono speciale, mi rendo speciale“, una signora spagnola mi disse questa frase in un momento per me molto difficile. Mi rimase impressa.

Sarà stato il processo mentale vissuto in un anno di maternità ma, ora che ho ripreso a lavorare, mi sembra di avere molto più coraggio e determinazione rispetto a prima. Durante la mia assenza dal lavoro, ho avuto modo di pensare molto a quello che voglio fare ora che sono grande. Siccome i quarant’anni quest’anno bussano alla mia porta, non ho più scuse.

Scrivere è quello che voglio fare da grande.

Ho fondato un blog sull’intranet della mia azienda sulla consapevolezza. A me questa pratica ha cambiato la vita e uno dei miei grandi obiettivi è quello di condividere ciò che ho imparato praticandola.

Scrivere di consapevolezza è per me un compito importante per cui credo di avere molta preparazione. Negli ultimi undici anni ho approfondito le mie conoscenze su questo tema e desidero mettere ciò che ho imparato a disposizione dei miei colleghi. Il blog si chiama Your Mindful Moment at Work e sto ricevendo finora una risonanza positiva.

Credo che nella vita di ognuno di noi arrivi quel momento nel quale prendere coraggio, alzarsi dalla panchina e dirigersi verso il campo, mettendo in mostra le nostre risorse. Non bisogna mai avere paura di farsi vedere.

Heike

Heike mi ha accompagnata durante il primo anno di vita di nostra figlia. È un’istruttrice certificata che offre un corso di PEKiP (acronimo di Prager-Eltern-Kind-Programm, programma genitore-figlio di Praga) che affianca genitori e bambini nel primo anno di vita. Questo programma è stato sviluppato negli anni ’70 dal pedagogista Jaroslav Koch a Praga ed è diffuso in Germania e altri paesi europei. In Italia credo non sia molto comune.

Con altre sette mamme, a volte anche papà, e con i nostri bebè ha moderato una volta a settimana degli incontri. Ci ha fatto provare attività sensoriali e motorie, come giochi e canzoni, adatte per favorire lo sviluppo dei bambini. Lo scopo di questi incontri di PEKiP era che i bambini imparassero a rapportarsi con il loro corpo, con il genitore e con l’ambiente che li circonda. Heike ci offerto inoltre uno spazio in cui condividere esperienze tra genitori su temi come allattamento, sonno, svezzamento e crescita.

Ha creato una bella atmosfera di gruppo, nella quale noi partecipanti e i nostri bambini ci siamo subito sentiti a nostro agio. Alcune canzoni che ho imparato da lei le uso ancora oggi per calmare o intrattenere mia figlia che ormai partecipa attivamente al testo cantando o facendone i gesti. 

La cosa che ho trovato estremamente di aiuto è stata per me avere una persona con cui condividere il mio primo anno da mamma. Mi ha fatto inoltre bene avere un appuntamento fisso durante la settimana, con tutta la regolarità che questo comportava. Infine ho capito fin da subito che con Heike non necessitavo di mettere maschere e questa è una sua gran bella qualità. Sono grata di aver potuto partecipare al suo corso che raccomando volentieri alle neo-mamme di Weil der Stadt e dintorni.

Il logo dello studio di Heike

Leggere ad alta voce

‚Der Museumsmörder‘ di Earlene Flower è stato il primo libro che ho letto ad alta voce per Dominik. Il primo di una lunga serie. Lo avevamo trovato un sabato sera per caso in una di quelle ceste tipiche di Stoccarda con scritto: „In regalo“.

Era il 2016 e io avevo appena iniziato a lavorare in una mansione completamente in tedesco, senza più usare l’italiano, e non mi sentivo sicura nel leggere e nel presentare in lingua tedesca. Quale migliore esercizio se non la lettura ad alta voce di un testo a me sconosciuto?!

Iniziò così un nuovo passatempo condiviso per me e Dominik e ci appassionammo subito. Io ero il suo speaker di Audible con accento italiano e lui era il mio pubblico più o meno attivo. A volte, al suono della ‚mia bella voce‘, lui però si addormentava e io mi ritrovavo a rileggere il capitolo.

Leggiamo ancora oggi libri insieme, a distanza di dieci anni. Il nostro genere preferito è il thriller. L’ultimo romanzo lo abbiamo finito lo scorso sabato.

Quando ho sentito questa settimana Arthur C. Brooks, uno dei miei divulgatori scientifici preferiti, parlare in un’intervista di quanto la lettura insieme faccia bene alla coppia, non potevo che trovarmi più d’accordo.

È un bell’hobby perché si attiva il cervello con la forza di immaginazione e si discute sul seguito del libro e sulle scelte dell’autore. Io lo posso solo consigliare!

Il nostro primo libro condiviso

Ascolta il tuo corpo

Qualche anno fa una collega di lavoro mi diede un feedback molto interessante. Mi disse che tendevo sempre allinearmi alle preferenze altrui ponendomi troppo poco la domanda: „Io di cosa ho bisogno?“.

Riconobbi subito un fondo di verità in quelle parole e iniziai a osservare il mio comportamento. Effettivamente era così: allora troppo spesso compiacevo invece di seguire quello di cui necessitavo io. Iniziai a lavorarci su e a indagare sui miei bisogni cercando di metterli al primo posto.

Con la gravidanza e la maternità ho migliorato ancora di più questa mia nuova abilità. Mi è diventato chiaro che per funzionare bene è necessario guardarmi dentro e cercare di soddisfare le mie necessità. Solo così posso essere quel genitore emozionalmente maturo che, rispettando se stesso, è in grado di relazionarsi in famiglia con equilibrio.

Credo che imparare ad ascoltare il proprio corpo, agendo di conseguenza, sia uno dei segreti della vita adulta, per dirla alla Gretchen Rubin. È fondamentale ricordarsi che la nostra prima priorità e l’unica persona su cui abbiamo il controllo siamo noi.

E tu ti ascolti a sufficienza?

Prenditi cura di te stesso come di una pianta.

Siamo sempre in tempo a correggere il tiro

Da quando ho rincominciato a lavorare dopo la maternità sto facendo un po‘ di fatica a dosare le energie e a trovare un nuovo equilibrio tra le tante cose da fare. Mi sono anche accorta di aver concentrato le mie priorità in modo sbagliato tagliando attività che mi hanno sempre supportata, come lo sport e la meditazione, e arrivando così a un disequilibrio. Alcuni giorni ho avuto degli atteggiamenti sbagliati non riconoscendomi in ciò che facevo o dicevo.

Ho coltivato sempre un buon grado di introspezione e mi sono resa conto quasi immediatamente di essere sulla strada sbagliata. Avevo due scelte: continuare così o correggere il tiro. Mi sono decisa per la seconda opzione.

Quando ci accorgiamo di aver sviluppato dei tratti che ci fanno vivere male le nostre giornate, siamo sempre in tempo a cambiare atteggiamento. L’importante è non rimandare ma applicare fin da subito il modo in cui vogliamo sentirci, ossia quello in cui ci riconosciamo. Non dirci: „Da domani cambio musica!“ ma farlo immediatamente anche con un piccolo gesto nella giusta direzione. Ci farà sentire meglio e allenerà il cervello a scegliere ciò che è per noi più giusto.

Siamo sempre in tempo a correggere il tiro perché quello che ci caratterizza oggi e in cui non ci riconosciamo possiamo sostituirlo con una versione migliore di noi. Basta non avere paura di fare il lavoro necessario per raggiungerla.

Coltiva i tuoi pensieri come i fiori in un giardino

Gli otto giorni che mi hanno cambiato la vita

“Che risposta vuole sentire?”

“Una positiva!”, mi uscì di getto.

“Effettivamente la sta ricevendo”, mi disse quello che sarebbe poi diventato il mio capo da 1&1.

Il mio cuore si allargò, stentavo a crederci.

Questa conversazione diede una svolta alla mia vita. In otto giorni cercai una stanza in cui alloggiare, organizzai il mio trasferimento e tutti i documenti necessari per lavorare in Germania. In quegli stessi otto giorni mia madre imparò ad accendere un computer e a collegarsi su Skype in modo da poter rimanere in contatto con me anche a distanza.

Questa settimana mi sono ritrovata a raccontare il mio trasferimento in Germania a una signora che sta imparando l’italiano e che ho conosciuto facendo volontariato al negozio equo e solidale di Weil der Stadt.

Parlando mi sono accorta di quanto quel salto nel buio sia stato molto coraggioso. Allora però non avevo il tempo di preoccuparmene. Ero impegnata a seguire la corrente della mia vita senza pormi troppe domande.

Il mio motto era: “Non voglio arrivare a 40 anni e chiedermi come sarebbe stato se ci avessi provato”. Ecco, io quest’anno io compio 40 anni e sono molto orgoliosa del salto che ho fatto. Dal 2012 a oggi ne ho fatta di strada e il mio percorso non è stato sempre semplice. Quella decisione mi ha portata a diventare la persona che sapevo di poter essere.

La signora a cui ho raccontato la mia storia mi ha detto di essere impressionata dalla mia forza. Questo mi ha fatto un grande piacere.

Ci vuole coraggio nel lasciare l’ambiente in cui si è cresciuti e gli affetti più cari e ancora più coraggio è necessario nel mantenere la propria decisione quando il gioco si fa duro. Questa è però l’unica via possibile per realizzarsi.

Io in una birreria di Karlsruhe durante gli Europei di calcio del 2012.

Guardati attorno e mettiti a servizio

„Ha bisogno di aiuto?“, mi ha chiesto ieri un ragazzo gentile mentre mi vedeva in difficoltà a far entrare il passeggino di mia figlia nella porta di ingresso di un bagno pubblico. Appena ha pronunciato la domanda, sono riuscita però a superare l’ostacolo del rialzo della porta entrando nell‘ingresso del bagno.

Quel ragazzo senza, forse neanche rendersene conto, ha fatto un gesto molto bello: ha osservato la realtà che lo circondava cercando di rendersi utile per renderla più semplice a chi gli stava intorno. Questa è una qualità che ognuno di noi dovrebbe praticare più spesso.

Quante volte andiamo in giro con lo sguardo rivolto al telefono o ci isoliamo ascoltando qualcosa nelle cuffie? Così facendo però ci perdiamo tutto ciò che accade dal vivo lì dove siamo.

La prossima settimana ti invito a camminare in modo consapevole, a guardarti attorno e a fare come quel ragazzo mettendoti al servizio della tua comunità. Secondo me ne uscirai arricchito. Vale la pena provare, no?!

I bagni pubblici alla Carlo-Schmid-Platz di Weil der Stadt