Niente fango niente fiore di loto

Mi sono trovata molte volte a partire da zero ma questa volta mi risulta davvero difficile farlo. Nei momenti in cui mi manca il coraggio per affrontare questa situazione, mi trovo a ripetermi una frase che ho sentito in una sessione di meditazione: niente fango niente fiore di loto.

Come il fiore di loto trova la sua strada per uscire da uno stagno infangato, io spero di trovare la mia strada per uscire da qualsiasi percorso difficile la vita pone sulla mia strada.

Scrivere mi aiuta a riordinare le idee e a incanalare le energie, voglio riprendere a farlo qui su questo blog smettendo di nascondermi nel mio dolore. Voglio guardarlo in faccia a viso aperto.

A te che leggi e non sai cosa succede, non preoccuparti: sono solo in attesa di sbocciare nuovamente.

Fiori di loto, Colombia

In mancanza di una passione che ho tenuto fin troppo privata

Quando ero ragazzina se c’era una cosa su cui non mi esponevo era sulle canzoni che mi piacevano. Non permettevo a nessuno di ascoltare il mio walkman, lettore cd o mp3.

Non so perché ma è come se un po’ le custodissi e le nascondessi in modo delicato come si fa con un uovo.

Forse in realtà il motivo lo so benissimo: avevo paura di essere giudicata in base a ciò che ascoltavo.

Quando tutte le mie coetanee guardavano e ascoltavano le canzoni in inglese che andavano di moda su MTV e canali simili io mi ammorbavo ascoltando Ligabue, Jovanotti, gli Hanson, i The Calling, i Negrita e Daniele Silvestri. Scrivo apposta ammorbavo perché li ascoltavo a ripetizione e anche perché un po’ ascoltandoli abbinavo un mio film personale ai loro testi. Insomma davo un significato personale a ogni verso delle loro canzoni.

In Germania si usa ascoltare musica a volume molto alto, in Italia io invece, nei miei giovani anni, ero solita cantare a volume molto alto le canzoni che mi appassionavano. Tutto ciò non sempre suscitava piacere nei miei vicini di casa.

La scorsa settimana ho richiesto il rimborso dei biglietti acquistati per andare a sentire e a vedere Ligabue dal vivo a Stoccarda. Il concerto si sarebbe dovuto svolgere nel maggio del 2020, era stato rinviato in seguito a quest’anno e poi annullato per ovvi motivi che ruotano unicamente attorno al Covid19, come potrete ben immaginare.

Sarebbe stata per me la prima volta dal vivo: come questo sia possibile non me lo so spiegare neanche io.

Quando abitavo in Italia ho sempre avuto un po’ di rispetto dei concerti dal vivo. Da quando vivo in Germania ho imparato ad amarli e a viverli in modo puro.

Prima quello che mi tratteneva era che magari la gente potesse sentire l’artista in maniera differente dalla mia. Lo so è una cosa strana da ammettere ma per me la musica rimane ancora un po’ un evento personale, anche in tempi di Spotify dove ognuno può seguire le playlist di chiunque altro.

Tutto ciò un po’ mi fa sorridere in modo amaro. In passato mi trattenevo dal comprare biglietti per concerti di artisti che mi piacevano e adesso invece non mi resta che augurare a Ligabue di pensare presto di tornare a Stoccarda e a tutti noi di liberarci di questo virus. Quest’ultimo è proprio ingiusto perché attacca gli eventi belli delle nostre vite e lo fa in un modo subdolo, semplicemente privandocene. Non è mia intenzione lamentarmi però un po’ lasciatemelo fare.

AmarSi

Scritta da me!

1. Essere e sentirsi vivi

2. Svolgere il mio lavoro con passione e avere accanto a me persone altrettanto appassionate.

3. Chi mi è stato accanto finora e fin qui.

4. Lo studio che mai mi è stato negato finora.

5. L‘aria buona che si respira qui e ora.

6. La luce che c‘è sempre stata e ci sarà per sempre.

7. Coloro che mi hanno aiutato finora a conoscermi più a fondo.

8. Accettare di essere solo un mix di polvere di stelle e aria frizzante.

9. Tutto ciò mi ha donato l’umore.

10. Tu che spero possa ritrovare il sorriso, nel caso lo avessi perso… perché è un sorriso bellissimo!

Niente di più ma [soprattutto] Niente di meno

Poesia di Haemin Sunim [traduzione e titolo di Angela Fradegradi]

Una fettina di mela in un contenitore per la colazione

contiene l’intero universo.

Alberi, luce del sole, nuvole, pioggia, terra,

aria e il sudore di un contadino – tutto ciò

è contenuto lì dentro.

Il furgone da trasporto, benzina, un mercato,

del denaro, il sorriso della cassiera – tutto ciò vi è

lì dentro.

Un frigorifero, un coltello, un tagliere, l’amore

della mamma – tutto ciò vi è lì dentro.

Tutto al mondo è sostituibile e tutto è

interdipendente.

E adesso immaginati, tutto quello che è esiste

dentro di te.

L’intero universo risiede in noi.

N.d.T. Lo sapevate che i traduttori [e gli interpreti] muovono il mondo? Abbiatene cura.

Assenza giustificata

Mea culpa, mea maxima culpa: trascurare il blog non è cosa buona e giusta ma la mia assenza è giustificata. Ci siamo trasferiti nel corso dell’ultimo mese e la pausa è stata un po’ forzata ma molto dovuta alle circostanze.

In questo mese di assenza, nei ritagli di tempo, mi sono appassionata, ho fatto e visto cose degne di nota. Non definirei questo periodo di inattività come un ‘blocco dello scrittore‘, piuttosto lo chiamerei una ‘pausa creativa‘.

Non scrivendo attivamente, mi sono infatti resa conto che nel prossimo periodo desidero concentrarmi sul coltivare le mie due più grandi passioni.

La prima è quella dell’informazione di qualità. Chi mi conosce bene sa che avrei voluto diventare giornalista. Questo sogno l’ho accantonato per forza maggiore anche se non l’ho mai del tutto dimenticato. Io sono dell’opinione che l’informazione sia un bene e che, in quanto tale, abbia un suo prezzo. Chi ce la offre deve venire remunerato. Ciò purtroppo però non sempre avviene in un modo degno di essere definito giusto.

Ho deciso quindi di informarmi di più a livello locale leggendo nella versione a pagamento il quotidiano di Stoccarda, la Stuttgarter Zeitung, e supportando il giornale che quando ero bambina avrei voluto leggere da adulta, la Repubblica.

La seconda grande passione che coltiverò di più è quella delle lingue. Durante i miei vent’anni avevo indetto come sfida con me stessa quella di saper parlare quattro lingue fino al compimento dei trenta. Ora che vado verso i quaranta, o meglio che sono al giro di boa dei trentacinque, mi pongo ufficialmente l’obiettivo di arrivare a quota cinque lingue. Ho già bene in mente quale sarà la prossima lingua che apprenderò: il portoghese, variante del Brasile. Tanto per coronare questo obiettivo vi lascio qui una canzone che a me piace molto e di cui non ci capisco niente se non che il cantante si è innamorato.

Buon ascolto!

P.S. Niente panico però: qui continuerò a scrivere settimanalmente nonostante i miei due nuovi hobby.

Ode allo Yoga

Non è stato un amore a prima vista. La prima volta che ho preso parte a una lezione di yoga nello studio di Moveorespiro nel 2018 mi sono trovata a fine lezione a chiedermi: “Ah, ma quindi tutto qui?!”. Ciò che mi mancava era in realtà una cosa che non avevo capito esserci anche nello yoga ma in un modo differente rispetto a quello in cui io ero abituata: la dinamicità. Io fino ad allora avevo sempre associato la dinamicità alla pressione, praticando yoga invece la pressione si cerca di diminuirla se non addirittura di azzerarla attraverso dei movimenti dinamici, i cosiddetti Flow.

Un’altra difficoltà che ho incontrato agli inizi era quella di fare yoga in una lingua straniera. Molto spesso mi perdevo nelle descrizioni dell’insegnante semplicemente perché non le ascoltavo con l’attenzione che questa disciplina invece richiede. Mi focalizzavo magari su una parola che non capivo immediatamente piuttosto che continuare a seguire il filo del discorso e comprendere quello che l’insegnante richiedeva io facessi.

Una trainer un giorno però, dopo una lezione, mi disse di non prendermela troppo se non capivo al volo la sequenza perché per lei fare yoga in una lingua straniera rappresentava già un’impresa enorme. Questa sua affermazione fu per me un po’ come un’iniezione di fiducia e mi stimolò a non abbandonare la mia pratica. Ogni settimana in modo diligente srotolavo il mio materassino e mi mettevo alla prova vedendo dei miglioramenti sia nel mio modo di ascoltare che di svolgere le sequenze.

Quando lo scorso anno è arrivato il virus e le palestre hanno dovuto chiudere, ho inteso subito che l’unica ancora che mi avrebbe permesso di mantenere il mio equilibrio durante la pandemia sarebbe stata lo sport. Per fortuna la fondatrice di Moveorespiro, Almut Schotte, è una donna che non si arrende alle prime difficoltà e ha aperto una sezione per fare yoga online sul suo sito trasformandolo poi la sua offerta in un vero portale online. È nato così il suo Studio ONE che per me ha rappresentato la salvezza.

Grazie all’offerta corsi online (anche in diretta) di Almut e del suo team di trainer ho iniziato a praticare yoga ogni mattina alternandolo a un allenamento funzionale e al pilates. Nei giorni in cui salto la pratica sportiva noto una differenza sostanziale ed è proprio questo a spronarmi a non mancare mai all’appuntamento con il mio materassino.

Affermare che lo yoga abbia avuto un’influenza positiva su di me sarebbe davvero dire poco. Praticandolo la mattina non devo più preoccuparmi di fare sport né inventarmi scuse durante la giornata per saltarlo. Iniziare la giornata facendo movimento mi permette di essere molto più presente e produttiva sul lavoro. Con lo yoga ho perso peso e tonificato i miei muscoli. Sono più resistente a livello fisico e molto più equilibrata nelle mie azioni perché consapevole dei miei limiti e di ciò che il mio corpo e la mia mente hanno bisogno. Infine mi preoccupo meno perché mi concentro di più sul presente.

Il titolo di questo articolo è abbastanza eloquente da fare intendere che nonostante non ci fossimo piaciuti subito tra me e lo yoga è nato un amore che un po’ mi inorgoglisce perché simbolo della mia perseveranza. L’unica cosa che mi dispiace è che, siccome fra pochi giorni ci trasferiremo fuori da Stoccarda, non potrò più allenarmi nella mia palestra di persona ma continuerò a sostenerla nella sua offerta online. In fondo mi hanno salvato la vita!

In attesa fare yoga online

Quando entri nel cuore di un tedesco

Mi ricordo come se fosse ieri il periodo iniziale nella mia prima azienda a Karlsruhe, in Germania. Ogni mattina aprivo la porta dell’ufficio dove lavoravo, un open space condiviso con una ventina di persone, e volenterosa mi avventuravo in un cordiale saluto, dicendo: “Hallo!” o “Guten Morgen!”. La reazione dei miei colleghi è quella che impresse in modo significativo questo ricordo nella mia memoria. Avete presente nei film western le balle di fieno che rotolano?! Ecco più o meno questa era l’immagine che visualizzavo in attesa di una risposta che non arrivava. La stessa cosa capitava quando mi congedavo la sera. Per dovere di cronaca c’è da aggiungere che io con questi colleghi non lavoravo a stretto contatto però da italiana cordiale, abituata a parlare anche con i muri, questo loro non rispondere ai miei saluti mi scioccò e non poco.
Con il tempo però capii che i tedeschi sono come un motore diesel: ci mettono un po’ a ingranare nelle relazioni interpersonali. Queste sbocciano piano piano come le rose in primavera.

Un tedesco prima ti scruta, studiando ogni tua reazione e ogni tuo atteggiamento, poi al ritmo che ritiene più opportuno però si apre facendosi conoscere con cautela sempre più. Quando arriva a sentire che tu sei una persona a cui poter dar fiducia e con cui vale la pena approfondire la relazione, ti stringe nel suo cuore e da lì è quasi impossibile uscirne. L’affetto che ne scaturisce è reciproco e proprio sincero. Ti permette di donare ma soprattutto di ricevere ancor di più, in modo incondizionato. Ne nasce un’amicizia di un’eccezionale profondità, a cui tu non vorrai rinunciare e di cui ti sentirai grato e onorato.
Grazie al fatto che, nonostante le barriere culturali iniziali, io abbia comunque sempre mantenuto un atteggiamento aperto, rispettando i tempi e gli spazi altrui, ho potuto stringere in questi ultimi anni amicizie sincere e importanti con persone tedesche. Sono certa che queste mi accompagneranno per molto tempo nel mio cammino di vita.
Infine la cosa che trovo più incredibile, riflettendoci, è che questa cautela nell’instaurare amicizie la rivedo un po’ sia in me stessa che in altre persone straniere che vivono da diverso tempo qui in Germania. Sarà questo quello che si intende con integrazione?

Per me questa è l’amicizia: camminare sempre uno accanto all’altro.

Un verbo che dovrebbe essere di moto

Imparare: v. tr. [lat. *imparare, comp. di in-1 e parare «procurare»; propr. «procacciarsi una nozione», o sim.]. – 1.a. Acquistare cognizione di qualche cosa, o fare propria una serie di cognizioni (relative a un’arte, a una scienza, a un’attività, ecc.), per mezzo dello studio, dell’esercizio, dell’osservazione, della pratica, attraverso l’esempio altrui, ecc. [Definizione completa sul sito di Treccani]

Alcuni di voi magari si ricorderanno la definizione di verbi di moto appresa durante le lezioni di grammatica italiana alle elementari. I verbi di moto sono quei verbi che esprimono un movimento (come andare, scendere, uscire, guidare, ecc.). Secondo me a questa categoria dovrebbe appartenere anche ‘imparare’.
Il motivo della mia affermazione è semplice: imparare qualcosa di nuovo smuove il tuo sistema e attiva il tuo cervello. Esercitandoti con costanza sarai in grado di arrivare a un livello che nemmeno osavi immaginare all’inizio del tuo percorso di apprendimento. Chi si mantiene attivo e interessato non invecchia, inoltre passare il tempo migliorando le nostre abilità facendo ciò che più ci piace ha un effetto terapeutico: scaccia la tristezza e impegna la mente.
Imparare, spero che a questo punto converrete con me, ha come verbo un carattere di moto perché appunto ci mantiene attivi.

Il post di Giulia Borriello

Qualora ancora foste scettici, vi racconto che a conferma della mia tesi lunedì, navigando su Linkedin, ho trovato questo post della psicologa Giulia Borriello nel quale cita una frase di T.H. White che esprime proprio questo concetto e non ho potuto non farne uno screenshot.
Io non conosco personalmente Giulia Borriello ma l’ammiro molto. Dal 2012 è tra i miei contatti di Linkedin. Non so esattamente come mi abbia trovata. Ricordo che era un giorno del 2012, il mio primo anno in Germania in cui ero spesso a Berlino per lavoro, quando trovai in Linkedin la sua richiesta di entrare a far parte del mio network di contatti. Vidi che avevamo una persona in comune, che anche lei aveva studiato a Milano e mi chiesi: vorrà dirmi qualcosa questa psicologa italiana esperta nel settore cognitivo-comportamentale che vive a Berlino? E così l’aggiunsi subito.
In realtà finora ho avuto pochi contatti diretti con lei, ogni tanto sono io che commento i suoi post: leggo infatti sempre con grande interesse ciò che condivide e l’ammiro molto per il suo lavoro e per i servizi che offre a supporto della comunità italiana berlinese.
Posso solo consigliarvi di seguirla anche voi qualora abbiate Linkedin. Non ditemi che vi state chiedendo: “e perché mai dovrei farlo?!”
La risposta anche qui è semplice: Per imparare qualcosa di nuovo, magari?!

Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

Katzen Sciù Sciù

[Una sera a Cava de’ Tirreni, io e Dominik a cena da mia zia Rosetta con i miei cugini e i loro figli.]

Ornella: “Queste dovete provarle, si chiamano lingue di gatto. Come i dolci ma sono salate!”

Tonino: “Angela, e mò traduci: come si dice ‘lingue di gatto’ in tedesco?”

Io, rivolgendomi a Dominik: “Lingue di gatto significa ‘Katzenzungen’.”

Tonino: “Kats-zuuug”.

Dominik: “No, Katzzzzenunnngeeeennnn”.

Tonino: “Vabbuò, come ho detto io: Katse-zuge!”

Io: “Eh, diciamo meglio.”

[Dopo un po’ di tempo, esce Paolo dalla cucina.]

Simona: “Papà, papà: lo sai come si dice in tedesco ‘lingue di gatto’?”

Paolo: “No, e come si dice?”

Dominik: “Katzenzungen!”

Simona: “Dillo tu ora, papà!”

Paolo: “Katszuug!”

Io: “No, Katzennnzunnnngeeennn!”

Paolo: “Katszuuge!”

Dominik: “Katzenzungen, Katzenzungen!”

Paolo: “Eh sì, mò vabbuó: Katzen Sciù Sciù!”

Ecco, il bello di quando vivi una relazione internazionale e vai a trovare la tua famiglia in provincia di Salerno e trascorri lì le tue vacanze è che si inventano neologismi che poi diventano l’intercalare preferito tra te e il tuo compagno tedesco. Katzen Sciù Sciù, una parola da usare ovunque e in ogni contesto.

“Che facciamo oggi?”

“Katzen Sciù Sciù!”

Le famose lingue di gatto salate o meglio Katzen Sciù Sciù