L’importanza di allenarsi in gruppo

Nell’ultimo periodo sono stata poco costante nell’andare ad allenarmi in palestra. Di solito io, quando ci vado, partecipo a dei corsi in gruppo.

Stamattina sono riuscita a prendermi del tempo e sono andata a un corso dal titolo Full Body Workout. La trainer, prima che iniziassimo, ha detto però che avremmo fatto un’ora di Tabata, un allenamento intervallato ad alta intensità. A me piace particolarmente, oggi però mi ha anche fatto capire il perché dovrei continuare ad aggiungere l’allenamento in palestra al mio piano settimanale.

Davanti a me c’erano due ragazze, che tra l’altro sono anche trainer nella palestra in cui vado, che hanno fatto un gesto che ho trovato motivante. Mentre stavamo facendo dei piegamenti laterali alternati con le gambe su e giù dallo step, quando arrivavano allo stesso lato, loro si davano un cinque.

Per me, che ho sempre praticato molto sport di squadra, è stato bello vederle darsi la carica con questo semplice gesto.

Allenarsi e mantenersi in forma è importante e può venire più facile se fatto in gruppo. Per questo voglio impegnarmi a essere più costante nell’andare in palestra. Stando in mezzo ad altre persone la dinamica di allenamento è, secondo me, sempre più piacevole.

Immagine creata con Mistral AI

Perfettamente imperfetta

La mia vita nell’ultimo periodo è stata intensamente complicata. Posso essere orgogliosa di come l’ho gestita anche se, adesso che il ritmo è rallentato, noto una certa disregolazione emotiva che principalmente si riversa nel mio rapporto con il cibo.

Ora che posso respirare mi concedo di mangiare cose che so non farmi bene. Sarà la pressione che si è allentata e forse l’aver tenuto duro per molto tempo, ma le mie scelte alimentari ultimamente non sono delle migliori.

Tempo fa mi sarei rivolta parole dí disapprovazione, mi sarei tirata da sola le orecchie e avrei aggiunto ancora di più un peso emotivo. Oggi no.

Ho deciso di permettermi di sbagliare e di trattarmi con compassione perché so che sarò capace di correggere il tiro non appena mi sentirò pronta. Non vado fiera nell’indulgere a pasticciare con il cibo, riconosco il comportamento sbagliato ma non pretendo di essere perfetta. Anzi accetto di essere perfettamente imperfetta.

Ho imparato a non prendere subito in mano il bastone ma a indagare il motivo del mio comportamento sbagliato, ad accettarlo e a permetterlo. Il tutto con la consapevolezza che, quando sarò pronta, lo correggerò.

Non è facile trattarsi con compassione ma è sicuramente più produttivo che rimproverarsi e viverla male.

Quando sarò pronta rifiorirò

La stessa pratica ogni giorno

Da ormai due mesi, ogni giorno pratico lo stesso flow di yoga. Si intitola Energized, dura venti minuti e mi permette di incanalare bene le mie energie. Durante la settimana, pratico dopo il lavoro e prima di andare a recuperare mia figlia all’asilo nido. Nel weekend, lo faccio la mattina, appena alzata, con mia figlia che non vede l’ora che srotoli il tappetino per osservarmi muovere e che mi incita a cominciare, dicendomi: „Yoga, yoga!“.

Cosa ho imparato da questa pratica apparentemente ripetitiva?

  • Ogni giorno è differente così come lo è la mia concentrazione. A volte i pensieri offuscano la mia mente ma concentrarmi sul movimento e sul respiro mi aiuta a mantenermi centrata.
  • Ripetere lo stesso flow tutti i giorni è diventato per me un rituale che mi permette di funzionare bene. Solo quando lo completo mi sento più presente nella mia giornata.
  • Anche se conosco la sequenza a memoria, scopro ogni giorno un dettaglio in più. C‘è sempre un piccolo particolare che mi sorprende durante l’esercizio fisico.
  • Prendermi quei venti minuti è per me diventato come una boccata d’aria fresca: è un momento per me nel quale compio qualcosa che mi fa stare bene e mi infonde tranquillità.
  • Una volta completato il flow, mi sento sempre meglio e questo è a volte per me il motivo per cominciare.

Si possono sempre trovare molte scuse per non muoversi, soprattutto da mamma, quando il tempo è ben scandito dalle tante cose da fare per la famiglia. Io credo però che prendersi del tempo per fare sport con regolarità aiuti a funzionare meglio. Ci si mette in cima alla propria lista, perché solo se funzioniamo possiamo veramente essere d’aiuto a qualcun altro.

La scrittura nel guarire la mente

Sto ascoltando un libro di un’autrice americana che stimo molto, Kay Redfield Jamison. Il libro si intitola ‘Fires in the dark, healing the unquiet mind‘ e tratta di come guarire da malattie mentali. Un metodo che Kay Redfield Jamison descrive è quello della scrittura come terapia e io posso solo concordare con lei.

Da ormai cinque anni scrivo ogni mattina sulle pagine di un diario digitale i miei pensieri. Non scrivo né per rileggermi né per qualcuno, butto semplicemente fuori tutto quello che impegna la mia testa nelle prime ore della giornata. Spesso scrivo di come ho trascorso la notte e mi chiedo sempre come mi sento. Cerco di essere il più sincera possibile nella risposta. Nessuno è il destinatario di quelle poche righe che sono diventate per me fondamentali. È il momento della giornata in cui mi guardo dentro e stabilisco con il mio animo un filo di connessione.

Questo mio ‘Diario del mattino’, come l’ho intitolato, è stato negli anni per me un grande supporto. Credo di non aver fatto mai tanti progressi nella gestione della mia mente irrequieta come negli ultimi cinque anni. La scrittura quotidiana mi ha permesso di riconoscere percorsi ripetitivi, implementare cambiamenti e trovare dentro di me la forza di continuare a fare bene.

Una cosa di cui scrive Kay Redfield Jamison da molta speranza: uscire da una malattia mentale è possibile ma richiede un duro lavoro personale. Confrontarsi con questo compito è nostra responsabilità.

Fermati e respira

Venerdì mi sentivo un po‘ come sottocorrente: ero irrequieta. È il mio giorno libero dal lavoro e di solito lo uso per fare la spesa e mettere in ordine la casa. Dopo essere rientrata dagli acquisti, mi sono messa a pulire il bagno e poi a preparare il pranzo. Mentre tagliavo le verdure, mi sono resa conto della mia irrequietezza. Parlandone con Dominik, siamo giunti alla conclusione che forse avrei dovuto prendermi una pausa. Dopo pranzo mi sono allora sdraiata sul divano.

Quando mi concedo una pausa, di solito, ho sempre un senso di colpa. So benissimo da dove provenga e come gestirlo. La mia strategia venerdì è stata, ad esempio, quella di concentrarmi sul respiro per calmare la mente. Ho messo un timer di quaranta minuti e sono stata lì sdraiata a respirare, senza device né distrazioni. Solo io e il mio respiro. Anche se ho fatto fatica a concedermelo, quel momento di pausa è stato per me fondamentale. Mi ha tranquillizzata.

Abbiamo tutti una quotidianità frenetica, per questo è molto importante concedersi delle pause consapevoli. Prendersi del tempo per scendere giù di giri, passando dalla mente al corpo riconnettendosi, può cambiare le carte che abbiamo in mano.

Nel dubbio, se ti senti stressato e non sai perché, fermati e respira.

Quando cammino, cammino

È da diverso tempo che rifletto sul mio rapporto con lo smartphone. Te ne sarai accorto se hai letto il post della scorsa settimana. Il mio algoritmo probabilmente ne è anche a conoscenza, perché Instagram mi ha proposto un paio di giorni fa un video interessante di uno dei miei autori preferiti sul rapporto con la tecnologia, Arthur C. Brooks: qui il link.

Nell’ultimo periodo mi sono concentrata particolarmente sull’evitare di utilizzare lo smartphone quando cammino. Complice il fatto che vivo lontana da famiglia e amicizie di vecchia data, mi sorprendevo spesso a usare il tempo libero all’aria aperta per inviare messaggi vocali o rispondere a quelli di testo. Questo ha preso particolarmente una piega negativa quando facevo lunghe passeggiate con la carrozzina durante la maternità. Allora usavo lo smartphone per ascoltare podcast o audiolibri, intrattenendomi mentre mia figlia dormiva nel passeggino. Mi perdevo però tutto quello che accadeva nell’ambiente che mi circondava, eclissandomi con i miei auricolari. Ho anche scritto diversi post di questo blog spingendo il passeggino, lo confesso. Era però l’unico momento di tranquillità che avevo.

La doccia fredda è arrivata per me quando, camminando nel centro di Weil der Stadt, un giorno mi sono imbattuta in due “Zombie da cellulare”. Erano due amiche sui quattordici anni che, invece di chiacchierare, camminavano l’una dietro l’altra osservando lo schermo dei loro smartphone. Invece di puntare il dito contro, ho iniziato a guardarmi dentro e mi sono resa conto di non essere da meno. Ho iniziato a chiedermi il perché di questa necessità di tecnologia e sono giunta alla conclusione che spesso ricorrevo allo smartphone quando non sapevo cosa fare del mio tempo. Ho iniziato allora a pianificare il mio tempo in modo migliore. Adesso ho tanti di quei to do che il cellulare lo dimentico da qualche parte e non ci penso più.

Ho iniziato a camminare quando cammino, a guardarmi intorno e ad ascoltare i suoni della natura, sorprendendomi della loro bellezza. Quando sono con mia figlia, che ormai nel passeggino non dorme quasi più, l’uso dello smartphone è per me tabù. Ho ritrovato piacere nella vita offline e credo questo non sia che l’inizio.

Ovviamente continuo a mandare messaggi vocali, a scrivere su questo blog e sui social ma lo faccio in maniera dedicata: mi prendo del tempo per fare solo quello. Non lo inserisco come tappa buchi.

Questo post è per ricordarti che la vita è al di là di uno schermo e che perdersela sarebbe proprio un peccato.

Ma vista da una torre su cui sono salita in modo consapevole a fine giugno.

Senza trucco

Nel suo ultimo libro ‚All the way to the river‘, Elizabeth Gilbert racconta che, da quando ha iniziato a prendersi cura di se stessa dopo la morte della sua compagna, ha smesso di truccarsi. Lo ha scelto per liberarsi da quella schiavitù del raggiungere la perfezione che la società cerca di imporre a noi donne.

Durante la mia maternità ho pensato molto all’esempio di donna che desidero essere per mia figlia e sono giunta alla stessa conclusione. Ormai da quasi un anno e mezzo ho smesso di truccarmi, che non vuol dire che non mi prenda cura di me. Significa solamente che non applico prodotti che cambiano il mio aspetto.

Perché nascondersi e cambiare la propria immagine naturale per seguire stereotipi che la società ci impone e in cui io non mi rivedo?

Camminando noto ragazze davvero perse in questa costrizione sociale e non mi capacito. Il trucco cerca di coprire quelle imperfezioni che tanto ci rendono umani. La nostra umanità è invece una delle cose che dovremmo tenerci più strette.

Chiediti perché ti trucchi e se non ti soddisfa la risposta ricorda che sei sempre in tempo per cambiare abitudine.

Un mio selfie poco prima di scrivere questo post, senza trucco ne inganno.

Parlane con qualcuno

Sto ascoltando l’ultimo libro di Elizabeth Gilbert ‚All the way to the river‘ e ne sono davvero catturata. La storia è struggente, vera e semplicemente piena di vita. L’autrice si apre con i suoi lettori allo stesso tempo in modo coraggioso e autentico. Tratta il tema della dipendenza, amorosa e da sostanze stupefacenti, in un modo schietto e privo di giudizio. Non ho mai sentito qualcuno parlarne così finora in vita mia.

Condivido con Elizabeth Gilbert l’idea che, quando c’è qualcosa che ti turba talmente tanto da perdere la tua calma interiore, l’azione migliore che tu possa fare è parlarne con qualcuno. Aprirti con un amico può salvarti. Esprimere il tuo pensiero e le tue preoccupazioni a voce alta, condividendoli con una persona fidata, ti permetterà di alleggerire il carico.

Non tenere tutto dentro, finirai per rimuginare. Racconta quello che ti impegna la testa. Troverai in chi ti ascolta magari non la soluzione ma sicuramente una persona su cui contare per condividere il cammino fino alla tua prossima tappa.

Siamo tutti fiori dello stesso giardino

Fatti vedere

„Non sono speciale, mi rendo speciale“, una signora spagnola mi disse questa frase in un momento per me molto difficile. Mi rimase impressa.

Sarà stato il processo mentale vissuto in un anno di maternità ma, ora che ho ripreso a lavorare, mi sembra di avere molto più coraggio e determinazione rispetto a prima. Durante la mia assenza dal lavoro, ho avuto modo di pensare molto a quello che voglio fare ora che sono grande. Siccome i quarant’anni quest’anno bussano alla mia porta, non ho più scuse.

Scrivere è quello che voglio fare da grande.

Ho fondato un blog sull’intranet della mia azienda sulla consapevolezza. A me questa pratica ha cambiato la vita e uno dei miei grandi obiettivi è quello di condividere ciò che ho imparato praticandola.

Scrivere di consapevolezza è per me un compito importante per cui credo di avere molta preparazione. Negli ultimi undici anni ho approfondito le mie conoscenze su questo tema e desidero mettere ciò che ho imparato a disposizione dei miei colleghi. Il blog si chiama Your Mindful Moment at Work e sto ricevendo finora una risonanza positiva.

Credo che nella vita di ognuno di noi arrivi quel momento nel quale prendere coraggio, alzarsi dalla panchina e dirigersi verso il campo, mettendo in mostra le nostre risorse. Non bisogna mai avere paura di farsi vedere.

Heike

Heike mi ha accompagnata durante il primo anno di vita di nostra figlia. È un’istruttrice certificata che offre un corso di PEKiP (acronimo di Prager-Eltern-Kind-Programm, programma genitore-figlio di Praga) che affianca genitori e bambini nel primo anno di vita. Questo programma è stato sviluppato negli anni ’70 dal pedagogista Jaroslav Koch a Praga ed è diffuso in Germania e altri paesi europei. In Italia credo non sia molto comune.

Con altre sette mamme, a volte anche papà, e con i nostri bebè ha moderato una volta a settimana degli incontri. Ci ha fatto provare attività sensoriali e motorie, come giochi e canzoni, adatte per favorire lo sviluppo dei bambini. Lo scopo di questi incontri di PEKiP era che i bambini imparassero a rapportarsi con il loro corpo, con il genitore e con l’ambiente che li circonda. Heike ci offerto inoltre uno spazio in cui condividere esperienze tra genitori su temi come allattamento, sonno, svezzamento e crescita.

Ha creato una bella atmosfera di gruppo, nella quale noi partecipanti e i nostri bambini ci siamo subito sentiti a nostro agio. Alcune canzoni che ho imparato da lei le uso ancora oggi per calmare o intrattenere mia figlia che ormai partecipa attivamente al testo cantando o facendone i gesti. 

La cosa che ho trovato estremamente di aiuto è stata per me avere una persona con cui condividere il mio primo anno da mamma. Mi ha fatto inoltre bene avere un appuntamento fisso durante la settimana, con tutta la regolarità che questo comportava. Infine ho capito fin da subito che con Heike non necessitavo di mettere maschere e questa è una sua gran bella qualità. Sono grata di aver potuto partecipare al suo corso che raccomando volentieri alle neo-mamme di Weil der Stadt e dintorni.

Il logo dello studio di Heike