Motiv-azione

Questa settimana ho preso parte a un incontro online organizzato dal capitolo italiano di Women in Localization durante il quale è stata invitata a parlare la Life & Business Coach Nancy Cooklin. A parte a pensare che sia una donna dalla biografia davvero affascinante (peruviana di padre inglese, ha vissuto in America e ora vive e lavora a Milano), il suo intervento, incentrato sul concetto di valore, mi ha portata a riflettere sulla parola ‘motivazione’. Nancy Cooklin l’ha presentata nella sue sue slide in modo spezzato, ovvero come ‘motiv-azione’. Ha sottolineato così il fatto che questa parola rappresenti in se il motivo per cui agiamo.

Pensando ai nostri obiettivi, ci può capitare di sentirci inerti e spaesati: non sappiamo da che parte incominciare per arrivarci. Se ci soffermassimo però sul motivo per cui desideriamo raggiungerli ci verrebbe più facile entrare in azione.

Chiedersi sempre il perché di ciò che si fa, identificandone lo scopo, ci permette di essere più presenti con noi stessi dando il giusto valore alle azioni che compiamo. Capirne il motivo è cruciale per conoscerci meglio e costruire con il nostro io un rapporto più autentico.

Alla base delle nostre azioni altro non si trovano che l’amore e le nostre passioni: questi, infatti, sono i nostri motori. Una volta che abbiamo chiaro cosa ci spinge ad agire ci risulterà più semplice attivarci e apprezzare maggiormente ciò che, grazie alle nostre azioni, saremo in grado di raggiungere.

Se sai perché ti muovi, anche nella nebbia troverai il tuo percorso.

Da 10 anni vivo un sogno in compagnia

Da ragazzina avevo due sogni: il primo era diventare giornalista e il secondo era trasferirmi in Germania. Dopo aver capito relativamente in modo veloce che per diventare giornalista in Italia avrei dovuto sacrificare la mia indipendenza economica, nel 2011 mi trovai a inseguire solo il sogno di una vita in Germania. Allora, a 25 anni, non volevo assolutamente arrivare a 40 e chiedermi: “Come sarebbe stato se avessi veramente provato a viverci?!”.

Un po’ just for fun iniziai a candidarmi a posizioni aperte in Germania. Nel 2012 la prima azienda che mi invitò a un colloquio di persona mi offrì un contratto che io, senza esitare, firmai. Ecco che in otto giorni, il 13 febbraio 2012, feci forse il passo più coraggioso della mia vita e mi trasferii a Karlsruhe, nel sud-ovest della Germania.

Da dieci anni sotto un altro cielo

Da allora a oggi sono passati dieci anni e tante sono le lezioni che ho imparato lasciandomi alle spalle famiglia e affetti e scegliendo di vivere a più di 600 km di distanza da loro.

Quando ti allontani da quella che hai sempre definito, e continuerai a definire, casa sei confrontato con tante sfide. Uscendo dalla quotidianità dei tuoi affetti, diventi la voce da lontano e, senza neanche accorgertene, le relazioni cambiano. Il che però non vuol dire che peggiorino, anzi, impari a guardarle con un occhio differente e addirittura ad apprezzarle di più. Questo perché ti rendi conto che le persone a cui tu tieni di più ci sono sempre e mantengono il loro ruolo principale nella tua vita, che prende magari un’altra forma.

Se non mi fossi trasferita qui avrei inoltre perso l’occasione di conoscere quelli che ora per me sono i miei amici vicini, che hanno arricchito la mia vita in molti modi: perché le amicizie che scegli in età adulta le selezioni con la pancia e con il cuore.

In questi dieci anni ho imparato a camminare da sola, a cadere e a rialzarmi prontamente grazie al supporto della mia rete di amici vicini e lontani. Ho capito in fondo solo grazie a questa esperienza che amicizia significa esserci in modo incondizionato.

Con tutti gli amici che mi accompagnano sul mio cammino brindo oggi ai miei ultimi dieci anni da sogno. Grazie!

Mi accetto ed è bellissimo

Ho passato tanto tempo a remarmi contro, a pretendere un risultato differente e a non essere contenta della versione di me che vedevo guardandomi allo specchio.

Mi trovavo a misurarmi, a confrontarmi con altre persone che stimavo senza però considerare il perché fossero in grado di fare o di avere quello che tanto di loro mi affascinava.

Mi criticavo per quelle che io interpretavo come mie mancanze di carattere. Pretendevo, pretendevo da me molto e forse troppo rimanendone costantemente delusa. Negavo situazioni non volendole accettare.

Da qualche tempo ho smesso. Ho iniziato a essere più gentile con me stessa, ad accettarmi e a essere felice delle mie prestazioni. Ho tirato i remi in barca lasciandomi trasportare dalla corrente. Io sono come sono: mi accolgo e mi faccio posto nel mio cuore con tutto il mio bagaglio di esperienze. Quando mi guardo allo specchio sono addirittura fiera di me e di tutto ciò che ho raggiunto finora perché nessuno me lo ha regalato.

Accettarsi e accettare la propria vita è segno di maturità: ora sì che sono adulta.

Nulla fiorisce per tutto l’anno

Secondo il suo profilo instagram Alessandra Olanow è un’illustratrice, una persona dal sonno irregolare e una creatrice di pigiama.

Io la seguo da alcuni mesi e a me le sue illustrazioni fanno riflettere e piacciono molto. Ha un modo particolare di vedere la vita e io rimango in generale sempre affascinata dalle persone che sono capaci di esprimere e vivere la propria creatività. Questa settimana ha condiviso questa immagine nella quale esprime il concetto che nulla nella natura sia in grado di fiorire per tutto l’anno. A balzarmi all’occhio è stata però la didascalia da lei scritta: “Se oggi è un giorno in cui non riesci a fiorire, va bene lo stesso”.

Quante volte ci sentiamo scomodi nella nostra pelle o ci convinciamo che la giornata che stiamo vivendo non solo sia partita storta ma proprio non voglia girare nel verso giusto. A volte ci intrappoliamo in un vortice di pensieri negativi tarpandoci le ali da soli. È parte del gioco: nella vita ci sono alti e bassi. L’importante è non esagerare nel valutarli e prendere il ‘momento no’ in quanto tale ma come passeggero, con la consapevolezza che ne arriverà uno migliore. La parola d’ordine deve essere relativizzare.

Nulla fiorisce tutto l’anno e noi non dobbiamo perdere la speranza che la primavera sia proprio lì, dietro l’angolo, ad aspettarci.

Se non ti senti bene, non ti scoraggiare: è del tutto normale. Guardati allo specchio e fatti una smorfia divertente ed ecco che vedrai apparire quel sorriso e quella luce nei tuoi occhi che credevi aver perso.

Niente fango niente fiore di loto

Mi sono trovata molte volte a partire da zero ma questa volta mi risulta davvero difficile farlo. Nei momenti in cui mi manca il coraggio per affrontare questa situazione, mi trovo a ripetermi una frase che ho sentito in una sessione di meditazione: niente fango niente fiore di loto.

Come il fiore di loto trova la sua strada per uscire da uno stagno infangato, io spero di trovare la mia strada per uscire da qualsiasi percorso difficile la vita pone sulla mia strada.

Scrivere mi aiuta a riordinare le idee e a incanalare le energie, voglio riprendere a farlo qui su questo blog smettendo di nascondermi nel mio dolore. Voglio guardarlo in faccia a viso aperto.

A te che leggi e non sai cosa succede, non preoccuparti: sono solo in attesa di sbocciare nuovamente.

Fiori di loto, Colombia

Niente di più ma [soprattutto] Niente di meno

Poesia di Haemin Sunim [traduzione e titolo di Angela Fradegradi]

Una fettina di mela in un contenitore per la colazione

contiene l’intero universo.

Alberi, luce del sole, nuvole, pioggia, terra,

aria e il sudore di un contadino – tutto ciò

è contenuto lì dentro.

Il furgone da trasporto, benzina, un mercato,

del denaro, il sorriso della cassiera – tutto ciò vi è

lì dentro.

Un frigorifero, un coltello, un tagliere, l’amore

della mamma – tutto ciò vi è lì dentro.

Tutto al mondo è sostituibile e tutto è

interdipendente.

E adesso immaginati, tutto quello che è esiste

dentro di te.

L’intero universo risiede in noi.

N.d.T. Lo sapevate che i traduttori [e gli interpreti] muovono il mondo? Abbiatene cura.

Ode allo Yoga

Non è stato un amore a prima vista. La prima volta che ho preso parte a una lezione di yoga nello studio di Moveorespiro nel 2018 mi sono trovata a fine lezione a chiedermi: “Ah, ma quindi tutto qui?!”. Ciò che mi mancava era in realtà una cosa che non avevo capito esserci anche nello yoga ma in un modo differente rispetto a quello in cui io ero abituata: la dinamicità. Io fino ad allora avevo sempre associato la dinamicità alla pressione, praticando yoga invece la pressione si cerca di diminuirla se non addirittura di azzerarla attraverso dei movimenti dinamici, i cosiddetti Flow.

Un’altra difficoltà che ho incontrato agli inizi era quella di fare yoga in una lingua straniera. Molto spesso mi perdevo nelle descrizioni dell’insegnante semplicemente perché non le ascoltavo con l’attenzione che questa disciplina invece richiede. Mi focalizzavo magari su una parola che non capivo immediatamente piuttosto che continuare a seguire il filo del discorso e comprendere quello che l’insegnante richiedeva io facessi.

Una trainer un giorno però, dopo una lezione, mi disse di non prendermela troppo se non capivo al volo la sequenza perché per lei fare yoga in una lingua straniera rappresentava già un’impresa enorme. Questa sua affermazione fu per me un po’ come un’iniezione di fiducia e mi stimolò a non abbandonare la mia pratica. Ogni settimana in modo diligente srotolavo il mio materassino e mi mettevo alla prova vedendo dei miglioramenti sia nel mio modo di ascoltare che di svolgere le sequenze.

Quando lo scorso anno è arrivato il virus e le palestre hanno dovuto chiudere, ho inteso subito che l’unica ancora che mi avrebbe permesso di mantenere il mio equilibrio durante la pandemia sarebbe stata lo sport. Per fortuna la fondatrice di Moveorespiro, Almut Schotte, è una donna che non si arrende alle prime difficoltà e ha aperto una sezione per fare yoga online sul suo sito trasformandolo poi la sua offerta in un vero portale online. È nato così il suo Studio ONE che per me ha rappresentato la salvezza.

Grazie all’offerta corsi online (anche in diretta) di Almut e del suo team di trainer ho iniziato a praticare yoga ogni mattina alternandolo a un allenamento funzionale e al pilates. Nei giorni in cui salto la pratica sportiva noto una differenza sostanziale ed è proprio questo a spronarmi a non mancare mai all’appuntamento con il mio materassino.

Affermare che lo yoga abbia avuto un’influenza positiva su di me sarebbe davvero dire poco. Praticandolo la mattina non devo più preoccuparmi di fare sport né inventarmi scuse durante la giornata per saltarlo. Iniziare la giornata facendo movimento mi permette di essere molto più presente e produttiva sul lavoro. Con lo yoga ho perso peso e tonificato i miei muscoli. Sono più resistente a livello fisico e molto più equilibrata nelle mie azioni perché consapevole dei miei limiti e di ciò che il mio corpo e la mia mente hanno bisogno. Infine mi preoccupo meno perché mi concentro di più sul presente.

Il titolo di questo articolo è abbastanza eloquente da fare intendere che nonostante non ci fossimo piaciuti subito tra me e lo yoga è nato un amore che un po’ mi inorgoglisce perché simbolo della mia perseveranza. L’unica cosa che mi dispiace è che, siccome fra pochi giorni ci trasferiremo fuori da Stoccarda, non potrò più allenarmi nella mia palestra di persona ma continuerò a sostenerla nella sua offerta online. In fondo mi hanno salvato la vita!

In attesa fare yoga online

Un verbo che dovrebbe essere di moto

Imparare: v. tr. [lat. *imparare, comp. di in-1 e parare «procurare»; propr. «procacciarsi una nozione», o sim.]. – 1.a. Acquistare cognizione di qualche cosa, o fare propria una serie di cognizioni (relative a un’arte, a una scienza, a un’attività, ecc.), per mezzo dello studio, dell’esercizio, dell’osservazione, della pratica, attraverso l’esempio altrui, ecc. [Definizione completa sul sito di Treccani]

Alcuni di voi magari si ricorderanno la definizione di verbi di moto appresa durante le lezioni di grammatica italiana alle elementari. I verbi di moto sono quei verbi che esprimono un movimento (come andare, scendere, uscire, guidare, ecc.). Secondo me a questa categoria dovrebbe appartenere anche ‘imparare’.
Il motivo della mia affermazione è semplice: imparare qualcosa di nuovo smuove il tuo sistema e attiva il tuo cervello. Esercitandoti con costanza sarai in grado di arrivare a un livello che nemmeno osavi immaginare all’inizio del tuo percorso di apprendimento. Chi si mantiene attivo e interessato non invecchia, inoltre passare il tempo migliorando le nostre abilità facendo ciò che più ci piace ha un effetto terapeutico: scaccia la tristezza e impegna la mente.
Imparare, spero che a questo punto converrete con me, ha come verbo un carattere di moto perché appunto ci mantiene attivi.

Il post di Giulia Borriello

Qualora ancora foste scettici, vi racconto che a conferma della mia tesi lunedì, navigando su Linkedin, ho trovato questo post della psicologa Giulia Borriello nel quale cita una frase di T.H. White che esprime proprio questo concetto e non ho potuto non farne uno screenshot.
Io non conosco personalmente Giulia Borriello ma l’ammiro molto. Dal 2012 è tra i miei contatti di Linkedin. Non so esattamente come mi abbia trovata. Ricordo che era un giorno del 2012, il mio primo anno in Germania in cui ero spesso a Berlino per lavoro, quando trovai in Linkedin la sua richiesta di entrare a far parte del mio network di contatti. Vidi che avevamo una persona in comune, che anche lei aveva studiato a Milano e mi chiesi: vorrà dirmi qualcosa questa psicologa italiana esperta nel settore cognitivo-comportamentale che vive a Berlino? E così l’aggiunsi subito.
In realtà finora ho avuto pochi contatti diretti con lei, ogni tanto sono io che commento i suoi post: leggo infatti sempre con grande interesse ciò che condivide e l’ammiro molto per il suo lavoro e per i servizi che offre a supporto della comunità italiana berlinese.
Posso solo consigliarvi di seguirla anche voi qualora abbiate Linkedin. Non ditemi che vi state chiedendo: “e perché mai dovrei farlo?!”
La risposta anche qui è semplice: Per imparare qualcosa di nuovo, magari?!

Di donne, maschiacci e articoli neutri

In questo ultimo periodo un tema che sta assumendo sempre più visibilità a livello internazionale è quello delle pari opportunità.

Lungi da me fare qui una riflessione in chiave economica su questa tematica: non ne ho le competenze. Sono però della ferma opinione che ognuno di noi troverà argomenti sufficienti per riconoscere quanto il garantire alla manodopera femminile una retribuzione corretta, delle condizioni flessibili di lavoro e una fiducia incondizionata nella sua professionalità siano il motore traente di un’economia sostenibile e lungimirante.

Voglio invece far riflettere su un tema linguistico, perché di questo sì che invece so parlare in quanto professional language nerd.

Parto però da un presupposto di carattere sociale, non affermando nulla di innovativo, nel sostenere che il ruolo che la donna ha assunto finora ha origine proprio dall’immagine che si trasmette nell’educazione alle bambine.

Faccio un passo indietro e vi racconto di me. Io non sono mai stata la ‘bambina principessa’: non ho mai indossato un tutù rosa, non ho mai posseduto una bambola (solo delle Barbie) né sono mai stata in grado di farmi uno chignon o una treccia degni di essere definiti tali.

Da molte altre bambine venivo definita un ‘maschiaccio’. Se vogliamo proprio raccontarla tutta, senza voler essere offensiva per chi allora mi trattò così, durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza, sono stata offesa sia verbalmente che in modo scritto proprio per questo mio essere brava a livello sportivo (agile a calcio e a pallavolo) e perché assolutamente priva di una coscienza sessuale. Non mi era subito chiaro che il mio essere femmina mi rendesse diversa dai miei amici di sesso maschile.

I miei genitori per fortuna, e questa è la mia opinione personale, mi hanno sempre lasciata libera di giocare come volevo senza inculcarmi modelli o ruoli sociali. Ho avuto quindi la possibilità di dare libero spazio alla mia fantasia quando giocavo da sola e di crearmi con i miei tempi un’identità.

Questo però non ha a che fare con la lingua, penserete voi adesso. No, giusto: finora la mia argomentazione è in chiave sociologica ed basata sulla mia esperienza personale.

Dal punto di vista linguistico, vi confesso di essere rimasta affascinata da una riflessione che mi sono trovata a fare sulla flessibilità della lingua tedesca e, attenzione, sono consapevole che attribuire al tedesco l’aggettivo flessibile può suonare come un ossimoro.

Adesso però mi spiego.

In tedesco il concetto di neonata/o e bambina/o sono espressi con l’articolo neutro: das. Das Baby e das Kind: il bebè e il bambino. Per chi non lo sapesse, in tedesco ci sono tre articoli: der (per il maschile), die (per il femminile) e appunto das (per il neutro).

Questa settimana riflettendo sull’essere donna sia da sola che in compagnia, sono giunta alla conclusione che l’articolo neutro sia una cosa meravigliosa. Usare il neutro riferendosi all’infanzia, periodo in cui prima di tutto si è dei cuccioli alla scoperta del mondo, è una cosa stupenda. Non definire un piccolo essere umano in base al sesso evitando di educarlo facendo leva sul suo genere è una cosa che io, qualora mai avessi la fortuna e l’onore nella mia vita di diventare mamma, mi auguro di saper fare. Sono della convinzione che l’educazione si trasformi in senso di se e nel bagaglio culturale individuale e sociale.

Siamo persone e per questo siamo tutti uguali. Non siamo razze, categorie né tanto meno generi.

Il discorso di ieri di Kamala Harris, dopo la vittoria di Joe Biden alle elezioni americane, rappresenta per me un’ulteriore conferma di quanto sia necessario questo dibattito.

Sì, io da bambina ero un maschiaccio, e allora?! Da ragazzina quando me lo fecero notare, ci rimasi male e me ne vergognai. Oggi, a 34 anni, se ci penso sorrido perché sono diventata la donna che ha avuto le palle di scrivere questo post.

Alziamo la testa e troviamo il coraggio di parlare, per cortesia.

La mia nuova dipendenza

L’abbonamento di Audible, il servizio di Amazon che permette di scaricare e ascoltare un audiolibro al mese a 9,95€, è per me qualcosa di irrinunciabile.

La passione per la lettura l’ho ereditata dal mio papà, uno dei clienti più assidui della Biblioteca di Gaggiano. Ancora di piú però ho scoperto di adorare gli audiolibri, le opere lette ad alta voce direttamente dai loro autori oppure da attori professionisti. La prima volta ne ascoltai uno è stata quando, nell’estate del 2006, lavoravo come ragazza alla pari vicino a Lubecca, in Germania. Le bambine di cui mi occupavo passavano i pomeriggi ascoltando CD di storie che quasi conoscevano a memoria. Mi fu chiaro allora che l’ascolto di audiolibri è una pratica diffusa nell’educazione tedesca.

L’abbonamento di Audible lo sottoscrissi sei anni fa. Ascoltare i suoi audiolibri allietò moltissime delle mie pause pranzo tra il 2018 e il 2019, un periodo difficile per me sul piano lavorativo. Fu proprio allora che un saggio signore greco mi consigliò di leggere la serie di Elena Ferrante L’amica geniale: “Quattro libri di puro intrattenimento”, li definì. Io che, come ormai ben sapete, ho bisogno sempre di un po’ di tempo per mettere in pratica i consigli ricevuti, scaricai il primo audiolibro lo scorso febbraio e oggi posso affermare di non aver potuto fare acquisto migliore.

Perchè?! Constatare che Elena Ferrante abbia una capacità narrativa sensazionale credo sia superfluo: è noto a livello internazionale. A rapirmi totalmente è stata invece la voce dell’attrice che legge i suoi audiolibri, prodotti da emons edizioni, ossia Anna Bonaiuto. Nata 70 anni fa a Latisana, una città friulana a me nota per motivi famigliari, da genitori napoletani, Anna Bonaiuto interpreta a pennello il ruolo di Elena Greco (Lenú), una delle due protagoniste della storia. È bello sentirla narrare l’amicizia tra Lenú e Lila (Raffaella Cerullo) usando a tratti il dialetto napoletano, anche se io, ascoltandola, ne riconosco una pronuncia non del tutto naturale. A mio parere si percepisce nella sua voce che l’attrice sia cresciuta nel nord Italia e che il napoletano non fu la sua prima lingua, come lo è invece nella storia per Lenú e Lila. Anna Bonaiuto ha tuttavia una voce roca e profonda davvero travolgente in grado di creare dipendenza e io dipendente lo sono definitivamente diventata.

Ieri ho concluso il terzo libro della serie, Storia di chi fugge e di chi resta, e oggi non vedo l’ora di iniziare il quarto e ultimo volume. Mi chiedo già cosa farò alla fine di quest’estate senza Lenú, Lila e Anna Bonaiuto. Nel video qui sotto potete ascoltare l’attrice mentre racconta com’è essere la voce di Elena Ferrante e legge un passaggio tratto da L’amica geniale.