Felicità

Vuoi essere o sembrare felice?

Non prestare attenzione

quando il mondo ti dice quello che devi fare

per essere felice.

Sii sincero con te stesso e

cerca di capire quello che vuoi veramente.

Haemin Sunim

Quando brilli tu?

C’è una canzone tedesca che nell’ultimo periodo mi gira spesso nella testa. Si chiama ‘Wann strahlst du?’ che in italiano significa ‘Quando brilli tu?’. Mi piace molto ascoltarla perché pone l’accento sul fatto che nella vita per brillare bisogna farsi trasportare dalla meraviglia delle piccole cose e avere il coraggio di nominarle andando magari in controtendenza.

Quando brilli tu?

di Jacques Palminger & Erobique

Amo i sognatori, gli spiriti iniziatori
che riconoscono ovunque i semi
che non prendono troppo sul serio i fallimenti
e nominano sempre il buono
non quelli che conoscono il futuro a memoria
e che guardano all’entusiasmo come ingenuità
e che ti riempiono le orecchie
con le loro vecchie paure impacchettate da consigli

Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?
Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?

Io amo quelli che provano una trovata
che beffano l’esperienza
che serpeggiano illesi tra gli insuccessi
e i cui occhi brillano quando pongono una domanda
Non quelli che pensano che tanto non ne vale la pena
che hanno sempre saputo tutto
e dicono: “Perché? Tanto non fa differenza”
e seppelliscono la loro curiosità con l’esperienza

Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?
Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?

Io amo quelli che riescono a stupirsi
del fiore tra gli scarti
che vivono meglio adesso che domani
che sanno andare fuori ritmo
Non quelli che nel forse e nel prima o poi
seppelliscono tutte le energie
e si sono imbalsamati nel grigio
della malinconia.

Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?
Io devo alla vita la luce nei miei occhi
quando brilli tu?
quando brilli tu?
quando brilli tu?

In mancanza di una passione che ho tenuto fin troppo privata

Quando ero ragazzina se c’era una cosa su cui non mi esponevo era sulle canzoni che mi piacevano. Non permettevo a nessuno di ascoltare il mio walkman, lettore cd o mp3.

Non so perché ma è come se un po’ le custodissi e le nascondessi in modo delicato come si fa con un uovo.

Forse in realtà il motivo lo so benissimo: avevo paura di essere giudicata in base a ciò che ascoltavo.

Quando tutte le mie coetanee guardavano e ascoltavano le canzoni in inglese che andavano di moda su MTV e canali simili io mi ammorbavo ascoltando Ligabue, Jovanotti, gli Hanson, i The Calling, i Negrita e Daniele Silvestri. Scrivo apposta ammorbavo perché li ascoltavo a ripetizione e anche perché un po’ ascoltandoli abbinavo un mio film personale ai loro testi. Insomma davo un significato personale a ogni verso delle loro canzoni.

In Germania si usa ascoltare musica a volume molto alto, in Italia io invece, nei miei giovani anni, ero solita cantare a volume molto alto le canzoni che mi appassionavano. Tutto ciò non sempre suscitava piacere nei miei vicini di casa.

La scorsa settimana ho richiesto il rimborso dei biglietti acquistati per andare a sentire e a vedere Ligabue dal vivo a Stoccarda. Il concerto si sarebbe dovuto svolgere nel maggio del 2020, era stato rinviato in seguito a quest’anno e poi annullato per ovvi motivi che ruotano unicamente attorno al Covid19, come potrete ben immaginare.

Sarebbe stata per me la prima volta dal vivo: come questo sia possibile non me lo so spiegare neanche io.

Quando abitavo in Italia ho sempre avuto un po’ di rispetto dei concerti dal vivo. Da quando vivo in Germania ho imparato ad amarli e a viverli in modo puro.

Prima quello che mi tratteneva era che magari la gente potesse sentire l’artista in maniera differente dalla mia. Lo so è una cosa strana da ammettere ma per me la musica rimane ancora un po’ un evento personale, anche in tempi di Spotify dove ognuno può seguire le playlist di chiunque altro.

Tutto ciò un po’ mi fa sorridere in modo amaro. In passato mi trattenevo dal comprare biglietti per concerti di artisti che mi piacevano e adesso invece non mi resta che augurare a Ligabue di pensare presto di tornare a Stoccarda e a tutti noi di liberarci di questo virus. Quest’ultimo è proprio ingiusto perché attacca gli eventi belli delle nostre vite e lo fa in un modo subdolo, semplicemente privandocene. Non è mia intenzione lamentarmi però un po’ lasciatemelo fare.

Niente di più ma [soprattutto] Niente di meno

Poesia di Haemin Sunim [traduzione e titolo di Angela Fradegradi]

Una fettina di mela in un contenitore per la colazione

contiene l’intero universo.

Alberi, luce del sole, nuvole, pioggia, terra,

aria e il sudore di un contadino – tutto ciò

è contenuto lì dentro.

Il furgone da trasporto, benzina, un mercato,

del denaro, il sorriso della cassiera – tutto ciò vi è

lì dentro.

Un frigorifero, un coltello, un tagliere, l’amore

della mamma – tutto ciò vi è lì dentro.

Tutto al mondo è sostituibile e tutto è

interdipendente.

E adesso immaginati, tutto quello che è esiste

dentro di te.

L’intero universo risiede in noi.

N.d.T. Lo sapevate che i traduttori [e gli interpreti] muovono il mondo? Abbiatene cura.

Assenza giustificata

Mea culpa, mea maxima culpa: trascurare il blog non è cosa buona e giusta ma la mia assenza è giustificata. Ci siamo trasferiti nel corso dell’ultimo mese e la pausa è stata un po’ forzata ma molto dovuta alle circostanze.

In questo mese di assenza, nei ritagli di tempo, mi sono appassionata, ho fatto e visto cose degne di nota. Non definirei questo periodo di inattività come un ‘blocco dello scrittore‘, piuttosto lo chiamerei una ‘pausa creativa‘.

Non scrivendo attivamente, mi sono infatti resa conto che nel prossimo periodo desidero concentrarmi sul coltivare le mie due più grandi passioni.

La prima è quella dell’informazione di qualità. Chi mi conosce bene sa che avrei voluto diventare giornalista. Questo sogno l’ho accantonato per forza maggiore anche se non l’ho mai del tutto dimenticato. Io sono dell’opinione che l’informazione sia un bene e che, in quanto tale, abbia un suo prezzo. Chi ce la offre deve venire remunerato. Ciò purtroppo però non sempre avviene in un modo degno di essere definito giusto.

Ho deciso quindi di informarmi di più a livello locale leggendo nella versione a pagamento il quotidiano di Stoccarda, la Stuttgarter Zeitung, e supportando il giornale che quando ero bambina avrei voluto leggere da adulta, la Repubblica.

La seconda grande passione che coltiverò di più è quella delle lingue. Durante i miei vent’anni avevo indetto come sfida con me stessa quella di saper parlare quattro lingue fino al compimento dei trenta. Ora che vado verso i quaranta, o meglio che sono al giro di boa dei trentacinque, mi pongo ufficialmente l’obiettivo di arrivare a quota cinque lingue. Ho già bene in mente quale sarà la prossima lingua che apprenderò: il portoghese, variante del Brasile. Tanto per coronare questo obiettivo vi lascio qui una canzone che a me piace molto e di cui non ci capisco niente se non che il cantante si è innamorato.

Buon ascolto!

P.S. Niente panico però: qui continuerò a scrivere settimanalmente nonostante i miei due nuovi hobby.

Mancanze

La prima volta me ne sono accorta nel 2014, quando durante una videochiamata con la mia famiglia, mio nipote Paolo, che allora aveva tre anni, sullo sfondo di quella che era la mia cameretta disse una cosa che mi fece sorridere ma anche riflettere. Aveva un telefonino giocattolo in mano ed esclamò improvvisamente: “Shhh! Non disturbatemi, sono al telefono con la zia Angy!”. Io ero la zia lontana, quella che viveva in Germania e a cui si telefona invece di andarla a trovare di persona per fare merenda insieme.

La stessa cosa l’ho notata nelle amicizie: una volta fuori dalla quotidianità delle persone a mie care, anche il nostro rapporto si è modificato. Io non ero lì fisicamente e quindi ero meno accessibile e meno presente nel loro immaginario. Questo è normale, nel mio di immaginario invece questi affetti continuavano a giocare lo stesso ruolo fondamentale di sempre. In fondo anche questo è normale: ero io a “essermene andata”, non loro. Con il tempo però anche in questo rapporto avevo raggiunto una certa dinamica che mi rendeva felice. Non mi sono mai sentita troppo lontana da nessuno, anche perché ci si vedeva spesso.

Mai come nell’ultimo anno sono stata assente dalla vita dei miei affetti più cari. Il 21.02.2020 è stata l’ultima volta che sono salita a Stoccarda su un aereo con destinazione Milano Malpensa. Un weekend da sola a Milano, proprio quando a Codogno si contava il primo decesso a causa del covid 19.

Mancare un anno da “casa” non mi era mai successo. Non vedere mia madre per un anno, mia sorella e suo marito, i loro bambini, le mie amiche e i miei amici di sempre. Non poter star seduti attorno a un tavolo a chiacchierare, a ridere e a prenderci in giro. Sentire la mancanza di mangiare una pizza insieme. Volere ma non poter giocare con le carte dei Pokemon con Paolo o sfoderare il “Fradegradi’s move” con mia nipote Francesca sulla pista da ballo (o meglio, in corridoio perché non so se insieme in discoteca ci lascerebbero rimanere a lungo). Non poter abbracciare chi mi sta a cuore o anche semplicemente non poterlo guardarlo negli occhi.

Io non voglio lamentarmi perché non è giusto, perché anche se lo facessi non cambierebbe niente.

Constato però che più passa il tempo e più ne sento la mancanza. Ho imparato a conviverci con questa nostalgia e a concentrarmi su quello che posso fare e controllare nel mio quotidiano. Così sorrido nel ritrovarmi a cercare su internet foto della mia Gaggiano in modo da poterle usare come sfondo su Teams al lavoro e fare streaming da lì, incuriosendo i miei colleghi. Ho imparato a mostrare la mia vicinanza mandando podcast (o audiolibri) alle mie amiche aggiornandole su tutto quello che succede nella mia vita e chiedendo notizie sulla loro. Non esco più ma faccio videochiamate come non ci fosse un domani, riempiendomi l’agenda di appuntamenti online con chi ne ha la voglia e il tempo.

Questa pandemia ci ha cambiato a tutti ma a tutto c’è una fine o una soluzione. Io spero presto di poter tornare a fare una delle mie passeggiate in solitaria preferite per Gaggiano e ad ammirare questo mulino nel parchetto.

Una foto del parchetto di Gaggiano, scattata durante la mia ultima visita a febbraio 2020

Caro Paolo, per i tuoi dieci anni..

Io ti auguro tutta la luce di questo mondo. Quando sei nato il 19.01.2011, tu a me l’hai donata in modo incondizionato. Hai riempito il mio cuore di gioia in un momento in cui io non sapevo bene che strada prendere.
Ora, dieci anni dopo, a essere cresciuto non sei solo tu ma anche io.
Sono grata di essere tua zia: tu sei un fascio di energia e questa è una qualità bellissima a mio parere.
Spero di poterti riabbracciare presto ma intanto, visto che tanto ti piace cantare, ti regalo il testo di questa canzone.
Si chiama Das Licht dieser Welt (La luce di questo mondo) ed è, secondo me, tutto ciò di cui avrai bisogno durante il tuo percorso di vita.
Un abbraccio forte
Angy

La luce di questo mondo

di Gisbert zu Knyphausen

Ti lanci nella luce di questo mondo
poi cominci a gridare,
arriva una persona che ti tiene in braccio.
E l’amore che senti
non lo perderai mai più,
ti accompagnerà per sempre
fino a quando non calerà il sipario.

Il cordone ombelicale è appena stato tagliato
e siamo già tutti in alto mare.
Il caos qui è infinito
ma anche l’amore lo è.
Le tue lacrime invece non lo sono,
danno solo risalto
a quello di cui hai bisogno
oscurando invece quello di cui non necessiti.

E quando ridi,
tutto va da sé.
Guarda come arriva la gioia
e mette tutto sottosopra.
E ricordati sempre,
anche nel caso in cui
la più grande disgrazia di questo mondo
dovesse cadere sulle tue spalle:
un nuovo giorno ti starà già aspettando
al termine di una così lunga notte.

Ti auguro il coraggio di
prenderti quello di cui hai bisogno,
un cuore sorridente e molti amici
con cui potrai viaggiare fino
a dove arrivi la vostra forza di immaginazione.
Il mondo è pieno di meraviglie
e voi anche, voi anche, voi anche.

E quando ridete,
tutto va da sé.
Guarda come arriva la gioia
e mette tutto sottosopra.
Oh, io ti auguro,
che ci sia sempre qualcuno accanto a te se dovessi cadere,
che ti aiuti a rialzarti e a mantenerti in piedi,
e che ti prepari una colazione
al termine di una lunga notte.

E i tuoi dubbi e la rabbia
fanno parte della vita
ma non ti perdere dentro di loro,
poiché l’amore che doni
è l’amore che ricevi.

Il video della canzone Das Licht dieser Welt di Gisbert Zu Knyphausen.

Parlati bene!

“Sei troppo lenta!”. “Mamma come sei imbranata!”. “Vuoi prestare attenzione?!”. Queste sono solo alcune frasi che io ero solita ripetermi. A un certo punto però mi sono accorta che questo modo di dialogare con me stessa non mi faceva assolutamente bene, anzi.
Io avevo una gran brutta tendenza, ossia quella di essere troppo severa con me stessa e di pretendere da me delle performance che non avrei nemmeno osato pensare di potermi aspettare da qualcun altro.
La cosa peggiore era che quando non raggiungevo i miei obiettivi la vedevo come una sconfitta. Tutto ciò, come intuirai leggendo, non mi faceva bene ed era molto tossico per il mio equilibrio.
Per fortuna però ho sempre coltivato una forte introspezione e, a un certo punto, ne ho preso coscienza. Spesso prendere coscienza di una cosa è già un ottimo inizio ma non basta: bisogna accompagnarlo a una grande forza di volontà per riuscire a cambiare le carte in tavola.
A me la forza di volontà non è mancata e sono riuscita a compiere un gran lavoro su me stessa di cui oggi sono molto fiera. Credimi, se l’ho fatta io a instaurare con me stessa un dialogo positivo, puoi farcela anche tu. Aggiungerei addirittura che devi farcela perché tu sei la persona più importante nella tua vita e il modo in cui interagisci con te stesso dovrebbe essere uguale a quello in cui tratti la tua migliore amica o il tuo migliore amico.
Io ho imparato a memoria una frase che è diventata per me una specie di mantra e che non mi stanco mai di ripetere non solo a me stessa ma anche a chi credo abbia necessità di ascoltarla: “Vuoi trovare l’amore della tua vita?! Guarda nello specchio!”
Ti auguro quindi di parlarti sempre bene e di trattarti con rispetto perché tu sei ciò che hai di più prezioso.

Il piacere di essere assorto in un’attività

Quando ero adolescente mi succedeva sempre non appena entravo in palestra, già cambiata, e incominciava l’allenamento di pallavolo: per un’ora e mezza i miei pensieri giravano solo e unicamente attorno alla palla.
Poteva succedere di tutto al di fuori di quella palestra, per me ciò che contava era solo non far cadere quel pallone.
Ero totalmente assorta in quello che per me era molto di più di uno sport. La pallavolo era infatti il mio rifugio e la mia squadra una seconda famiglia.
Ieri ho riscoperto il piacere di essere tanto immersi in un’attività da sentirsi come in una bolla, isolati da tutto il resto.
Da un mese stiamo ristrutturando la nostra nuova casa e negli ultimi giorni abbiamo tolto la tappezzeria in una stanza. Era originariamente verniciata di un verde improponibile, almeno per i nostri gusti dato che quello spazio sarà destinato a diventare il nostro ufficio e quel verde era tutto fuorché sobrio.
Volevamo finire di togliere il colore ieri per iniziare oggi a tappezzare e, una volta asciugato il tutto, riverniciare ma di bianco. Avevamo dunque un obiettivo e sapevamo che non ce ne saremmo andati se non avessimo finito. Abbiamo iniziato alle 10:00 a grattare via la tappezzeria con la spatola e, quando per la prima volta riemersi dalla mia concentrazione pensando a che ore fossero, l’orologio segnava già le 15:00. È stata una bella sensazione riscoprirmi così assorta in quel compito tanto da dimenticare tutto il resto.
Lo colgo solo io un parallelismo alla fine di questo testo o lo sostenete anche voi che la spatola è diventata oggi quella che una volta era per me la palla? Ogni età ha il suo giocattolo… No dai!

Passato e presente?!

Quando entri nel cuore di un tedesco

Mi ricordo come se fosse ieri il periodo iniziale nella mia prima azienda a Karlsruhe, in Germania. Ogni mattina aprivo la porta dell’ufficio dove lavoravo, un open space condiviso con una ventina di persone, e volenterosa mi avventuravo in un cordiale saluto, dicendo: “Hallo!” o “Guten Morgen!”. La reazione dei miei colleghi è quella che impresse in modo significativo questo ricordo nella mia memoria. Avete presente nei film western le balle di fieno che rotolano?! Ecco più o meno questa era l’immagine che visualizzavo in attesa di una risposta che non arrivava. La stessa cosa capitava quando mi congedavo la sera. Per dovere di cronaca c’è da aggiungere che io con questi colleghi non lavoravo a stretto contatto però da italiana cordiale, abituata a parlare anche con i muri, questo loro non rispondere ai miei saluti mi scioccò e non poco.
Con il tempo però capii che i tedeschi sono come un motore diesel: ci mettono un po’ a ingranare nelle relazioni interpersonali. Queste sbocciano piano piano come le rose in primavera.

Un tedesco prima ti scruta, studiando ogni tua reazione e ogni tuo atteggiamento, poi al ritmo che ritiene più opportuno però si apre facendosi conoscere con cautela sempre più. Quando arriva a sentire che tu sei una persona a cui poter dar fiducia e con cui vale la pena approfondire la relazione, ti stringe nel suo cuore e da lì è quasi impossibile uscirne. L’affetto che ne scaturisce è reciproco e proprio sincero. Ti permette di donare ma soprattutto di ricevere ancor di più, in modo incondizionato. Ne nasce un’amicizia di un’eccezionale profondità, a cui tu non vorrai rinunciare e di cui ti sentirai grato e onorato.
Grazie al fatto che, nonostante le barriere culturali iniziali, io abbia comunque sempre mantenuto un atteggiamento aperto, rispettando i tempi e gli spazi altrui, ho potuto stringere in questi ultimi anni amicizie sincere e importanti con persone tedesche. Sono certa che queste mi accompagneranno per molto tempo nel mio cammino di vita.
Infine la cosa che trovo più incredibile, riflettendoci, è che questa cautela nell’instaurare amicizie la rivedo un po’ sia in me stessa che in altre persone straniere che vivono da diverso tempo qui in Germania. Sarà questo quello che si intende con integrazione?

Per me questa è l’amicizia: camminare sempre uno accanto all’altro.