Una storia “innocent”

Questa storia tratta di succhi di frutta, detti anche Smoothies, ed ebbe inizio in Inghilterra nell’estate del 1998. In quell’anno o tre compagni di università Richard, Jon e Adam, dopo aver tentato di farsi strada sul mercato del lavoro, avevano voglia di intraprendere un’attività indipendente. Diverse idee gli erano venute in mente ma da molte di esse si dovettero subito allontanare. La vasca da bagno che si riempie da sola, ad esempio, era un’idea troppo rischiosa.

Sempre durante quell’estate i tre amici ebbero però un’idea che gli cambiò la vita: una bevanda fatta di frutta non solo buona ma anche sana. Questa avrebbe aiutato i giovani come loro a fare qualcosa di buono per sè stessi, considerando anche il fatto che il loro ultimo pasto salutare risaliva a diverse settimane indietro ossia quando erano stati invitati dai loro genitori la domenica a pranzo.

Detto, fatto! Richard, Jon e Adam acquistarono frutta per 750 euro, ne fecero del succo e si presentarono un fine settimana a un piccolo festival di musica Jazz a Londra. Davanti al loro stand appesero un cartello con la domanda: “Dobbiamo licenziarci dai nostri attuali posti di lavoro e continuare a fare succhi di frutta?“. Sotto due cestini: sul primo vi era scritto “Sì” mentre sul secondo “No”. La domenica sera il cestino del “Sì” era pieno di bottiglie vuote. Il lunedì mattina i ragazzi andarono in ufficio e si licenziarono. Facile!

Scrissero un Business Plan ma non trovarono nessuno disposto a investire (a dire il vero il Business Plan era un po’ noioso da leggere). Lo hanno riscritto altre 11 volte ma non ricevettero alcuna risposta positiva da banche, joint venture e aziende di Londra.

Richard, Jon e Adam inviarono senza più speranze un’e-mail a tutte le persone che conoscevano avente come oggetto “Chi conosce qualcuno che è ricco?”. Questo segnò una svolta: ricevettero il contatto di un certo Signor Pinto che era disposto a investire.

L’azienda però necessitava di un nome. I tre amici ci pensarono per nove mesi. All’inizio la loro attività era conoscuta come Fast Tractor. Fu in seguito denominata Hungry Aphid, poi Nude e ancora Naked. Alla fine i ragazzi si decisero per “innocent“.

Innocent da allora ne ha fatta di strada ed è diventata oggi una grande azienda attiva a livello mondiale. Gli smoothies si possono acquistare in Inghilterra, Irlanda, America, Australia, Germania, Svizzera, Austria, Danimarca, Norvegia e Finlandia.

Se si cercano sul sito web i valori aziendali si trova quanto segue:

Bevande al 100 % naturali

“Vogliamo che i nostri succhi abbiano un ottimo sapore, siano salutari e vengano prodotti in modo ecosostenibile. In realtà ciò è molto facile: nei nostri smoothies non vi sarà mai nulla di innaturale. I nostri prodotti fanno bene alle persone”.

Frutta fair trade

“Intendiamo essere orgogliosi di ogni pezzo di frutta nei nostri succhi. Preferiamo quindi imprese agricole che siano attente e premurose verso i loro impiegati e nei confronti dell’ambiente”.
Confezioni sostenibili

“Desideriamo che innocent piaccia anche all’ambiente. Le nostre confezioni vengono prodotte con meno materiale possibile. Questo è riciclato o rinnovabile”.

Produzione sostenibile

“Abbiamo solo una terra. Per questo osserviamo costantemente la nostra impresa, dalle piantagioni fino agli uffici, e ci poniamo una semplice domanda: come e dove possiamo risparmiare materiali? Questa domanda ci aiuta a ridurre il nostro impatto sull’ambiente e ci obbliga a essere sempre creativi. Il nostro obiettivo primario la riduzione del CO2”.

Condividere gli utili

“Vogliamo restituire qualcosa dal fatturato che la nostra azienda genera e darlo alle persone che si trovano in situazioni bisognose. Perciò ogni anno doniamo il dieci percento del nostro utile a enti di beneficenza e in modo particolare alla innocent foundation. Questa nostra fondazione supporta progetti di sviluppo nei paesi dai quali proviene la nostra frutta. E’ stata fondata nel 2004 e ha come obiettivo quello di collaborare con le comunità locali per perseguire un futuro sostenibile sia per le persone che per l’ambiente. La innocent foundation finanzia soprattutto progetti che utilizzano risorse naturali per un futuro migliore”.

Innocent: un’impresa ecosostenibile nata dalla buona volontà di tre amici.

CBM e Millennium Development Goals

I Millennium Development Goals fissati dall'ONU nel 2000
I Millennium Development Goals fissati dall’ONU nel 2000

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals – MDG) sono otto punti di sviluppo fissati nel 2000 dalle Nazioni Unite (ONU) con l’intento di dimezzare la povertà mondiale entro il 2015.

Purtroppo è già chiaro che non sarà possibile raggiungere questi obiettivi entro il 2015. Perciò si sta attualmente lavorando a un processo che permetta di reagire sia alle difficoltà note che ai nuovi problemi globali sorti negli ultimi anni. Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio che saranno quindi fissati verranno denominati ‘post-MDG‘.

I 189 stati membri dell’ONU definiranno i nuovi obiettivi da perseguire a partire dal 2015 durante il vertice del 25 settembre 2013 a New York.

Anche la Christoffel-Blindenmission (CBM) si sta attivando in questo senso. Nei paesi in via di sviluppo vive l’82% delle persone disabili sotto la soglia di povertà. La CBM è dell’opinione che i nuovi Millennium Development Goals debbano tenere conto delle persone disabili. Per fare ciò ha indetto una campagna. L’obiettivo è convicere, con l’aiuto della popolazione, il governo federale tedesco ad appoggiare questo tipo di questione durante il vertice ONU e permettere così che le persone disabili vengano considerate nei prossimi MDG.

La CBM ha pubblicato un rapporto ufficiale sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nel quale descrive le proprie richieste in modo dettagliato. Tra queste si denotano i seguenti punti:

  • Le attività intraprese per raggiungere gli obiettivi devono considerare le persone disabili ed essere conformi con la convenzione ONU per i diritti dei disabili (UN-CRPD).
  • L’uguaglianza e la non discriminazione devono essere fissate come punti chiave e considerate in agenda singolarmente.
  • Tutti gli obiettivi devono essere fissati includendo indicatori relativi alle persone disabili.

Il governo federale tedesco non ha ancora comunicato la sua posizione ufficiale a tal riguardo, la CBM intende però perseguire fermamente il suo intento di adattare i Millennium Development Goals alle necessità delle persone disabili

Because I am a Girl: la Giornata di Malala ed Elena Di Cioccio testimonial

Il 12 luglio è stato il compleanno di Malala, la ragazzina pakistana colpita l’anno scorso da un talebano mentre andava a scuola e diventata simbolo del diritto delle bambine ad avere un’istruzione. Proprio il 12 luglio si festeggerà d’ora in avanti la Giornata di Malala. La sedicenne sostiene la campagna di PlanBecause I am a Girl’ e con il suo compleanno si è segnato l’inizio dei 100 giorni che mancano all’11 ottobre ovvero alla Giornata Internazionale della Bambina che coincide con la celebrazione nel mondo della campagna.

Proprio in occasione del compleanno di Malala, Plan Italia ha annunciato che Elena Di Cioccio ha accettato di diventare la testimonial in Italia della campagna ‘Because I am a Girl‘. L’attrice e conduttrice televisiva ha maturato la sua scelta di unirsi alla causa della onlus dopo aver visitato i progetti di Plan in Ghana, dove ha potuto toccare con mano l’importanza del girl empowerment tramite progetti mirati, come il microcredito femminile, l’efficacia dell’istruzione delle bambine come strumento per uscire dalla povertà e quindi la necessità di riportare a scuola le ragazzine che per varie ragioni se ne sono allontanate.

I diritti delle bambine e l’uguaglianza di genere sono temi molto cari a Elena Di Cioccio per motivi sia personali sia professionali. La conduttrice si è commossa e appassionata nel vedere il coraggio e la forza con cui le ragazze affrontano il difficile percorso verso l’istruzione e l’emancipazione di genere, trovandosi a combattere ogni giorno contro un ventaglio di discriminazioni che abusano del loro corpo con la pratica delle mutilazioni genitali, le spingono a sposarsi prematuramente e a lasciare la scuola, permettono violenze psicologiche e fisiche.

“La discriminazione di genere – ha sottolineato Di Cioccio – miete vittime in tutto il pianeta a prescindere dalla geolocalizzazione. Se nei paesi sviluppati, ricchi di cultura umanista, gonfi di benessere, dove le regole sociali dovrebbero garantire una certa equità, ad uccidere le donne sono la follia del possesso, la gelosia o la competizione uomo-donna. Nei luoghi dove manca tutto, dove ricchezza e istruzione sono appannaggio di pochi, la lotta per la sopravvivenza diviene feroce e sono gli indivuidi fisicamente più fragili a subirne le conseguenze. Ci sono nazioni che cooperano allo sviluppo dei mercati mondiali e che sul loro suolo ammettono, giustificano e perpetrano ogni tipo di abuso nei confronti del genere femminile. L’altra metà dell’umanità. Quella che genera. La vera rivoluzione del prossimo secolo sarà quella di dare valore all’essere umano con tutte le sue differenze”.

Elena Di Cioccio è stata un una delle principali protagoniste del recente evento televisivo su La7 di Plan Italia, Prima le ragazze! Girls first!, con cui la onlus ha lanciato il suo ritorno in Italia dopo 50 anni. Migliaia le chiamate per esprimere l’adesione a Plan Italia e a condividere l’importanza del tema della lotta alla discriminazione delle bambine.

La Campagna Internazionale di Plan ‘Because I am a Girl‘ ha come obiettivo un’istruzione di qualità di almeno nove anni per 4 milioni di bambine nel mondo che a causa della povertà rischiano di rimanere ai margini della società. L’anno scorso per la Giornata Internazionale della Bambina il pianeta si è illuminato di rosa: dall’Empire State Building alla London Eye di Londra, dalle Cascate del Niagara alle Piramidi d’Egitto, dalla Sirenetta ai principali monumenti indiani. Anche Plan Italia ha fatto la sua parte illuminando l’Ottagono della Galleria di Vittorio Emanuele II a Milano. Un’ondata rosa che ha attraversato il mondo per focalizzare l’attenzione sulle bambine e sui loro diritti.

Elena Di Cioccio durante la trasmissione Prima le ragazze!
Elena Di Cioccio durante la trasmissione Prima le ragazze!

Walaa Hussein: una ragazza oltre ogni limite

Sabato 13 luglio 2013 Dietrich Alexander ha pubblicato un articolo che racconta la storia di Walaa Hussein sul quotidiano Die Welt. Riporto qui i passaggi più interessanti di questo articolo da me tradotti in italiano.

Israeliana, palestinese, giocatrice di calcio nel campionato di Israele e della nazionale palestinese: come si può essere tutto ciò contemporaneamente? “Io sono araba, palestinese e israeliana ma prima di tutto sono una persona”, dice Walaa Hussein. La ventiquattrenne ha infatti superato ogni limite: è una donna forte e sicura di sè che ha trovato la sua strada tra checkpoint, ostacoli, tradizioni famigliari e modernità nella regione del mondo più dilaniata dai conflitti.

La storia di Walaa è eccezionale poichè è Walaa stessa ad esserlo. Nata e cresciuta nelle vicinanze della città costiera Akko in Israele, non accetta di rientrare in alcun schema, rifiuta le tradizioni e gli obblighi imposti dalla sua famiglia e dalla società che la volevano vestita in modo femminile e sposata.

“Walaa è una persona istintiva che minimizza l’importanza dei conflitti nel Vicino Orinete per poter respirare e vivere nel modo migliore”, afferma Noemi Schneider l’autrice del libro sulla donna giovane e decisa ‘Kick it, Walaa! Das Maedchen, das ueber die Grenzen geht‘ (Kick it, Walaa! La ragazza che va oltre ogni limite).

Walaa è una palestinese del ’48, discende da quegli arabi che dopo la fondazione di Israele nel 1949 sono rimasti nello stato ebraico. Allora erano in 100.000, oggi sono un milione e mezzo di persone. Un quinto degli abitanti di Israele ha quindi origine arabo-palesitnese proprio come Walaa che gioca per il Ramat Hascharon, squadra isrealiana di Serie A, e per la nazionale palestinese. Si dovrà decidere prima o poi? “No, no”, dice a Die Welt. “Quando sono nata non avevo scelta”. In Israele è israeliana, in Palestina è palestinese. In entrambi i luoghi è un’esotica: sia in Israele che in Palestina si sente a casa ma contemporaneamente no.

Walaa è così perchè suo padre Rassan glielo ha permesso andando anche contro alla propria moglie. La sua famiglia vive a Schaab che si trova vicino ad Akko nella parte settentrionale di Israele. Rispetta le regole del corano ma non in modo puristico. Walaa da bambina non desiderava avere bambole ma a quattro anni giocava già in una scuola calcio. A suo fratello Murad, più grande di lei di un anno e mezzo, tutto ciò non piaceva. “Sei una ragazza e le ragazze non giocano a calcio”, diceva. Anche la mamma era dubbiosa sulle scelte della figlia. Solo il papà Rassan la capiva e la faceva correre, allenare e giocare. Raramente la si vedeva infatti senza un pallone.

Gli scout israeliani e palestinesi notarono presto le sue qualità di attaccante. A 14 anni Walaa gioca la sua prima partita con il Sakhnin e segna i due gol della vittoria contro l’Hadera. La sua prestazione convince persino il fratello Murad che dopo il fischio finale le da una pacca sulla spalla e le dice “Gioca! Sei brava. Continua!”. Sarà l’unica partita che guarderà della sorella. Murad è campione israeliano di bodybuilding e ha scelto di vivere secondo uno stile di vita conservativo e religioso. Una sorella indipendente e giocatrice di calcio non si addice a questa scelta di vita.

Il talentscout isrealiano Roni Schneider invita Walaa, che allora aveva 15 anni, a fare un allenamento di prova nella nazionale. A 16 anni entra a far parte della rosa dell’Under 19 e gioca a livello internazionale.

Walaa non vuole farsi strumentalizzare ed è convinta della sua indipendenza in quanto persona. Quando gioca per la nazionale palestinese mette la mano sul cuore durante l’inno. Si è decisa quindi? Nient’affatto. La prossima stagione giocherà di nuovo per la società israeliana Hascharon.

In autunno finirà di studiare fisioterapia. Al suo paese aspettano di vederla sposata. Questo significa che dovrà smettere di giocare a calcio perchè non ha ancora trovato un secondo Rassan. Walaa è sempre andata oltre a limiti, contraddizioni e modelli di ruolo. Svia ancora però dalla questione più difficile della sua vita: forse in fondo non è così forte da ribellarsi alle norme e alle aspettative della società nei suoi confronti. La risposta infatti nella quale trasmette più ansia e ostinazione è: “Non voglio diventare grande”.

Walaa Hussein, foto da Die Welt
Walaa Hussein, foto da Die Welt

Voci di donne: Come l’istruzione può cambiare la vita in Africa

Hai un minuto? E se ce l’hai come vorrei riuscire a farlo diventare un sempre…” canta Mina nella sua ‘Itaca’, trasmessa in anteprima assoluta durante la trasmissione di Plan Italia, Prima le Ragazze, su La7 lo scorso 5 Giugno.

La Signora della musica italiana ha voluto così testimoniare la sua vicinanza all’impegno di Plan Italia, promotore di campagne a tutela dei diritti delle ragazze che non hanno la possibilità di studiare. In realtà, se ci si riflette, un minuto di attenzione nella vita delle bambine può significare un sempre.

Per Fatma Ndaw è stato veramente così: nata nei sobborghi di Dakar, in Senegal, a sei anni è rimasta orfana ma non ha smesso un minuto di studiare anche quando è stata costretta a sposarsi a soli 15 anni con uno zio, rimanendo subito incinta.

Fatma non si è persa d’animo, perché ogni minuto è prezioso, e ha lasciato il marito che voleva altri figli e con il sostegno di sua zia è riuscita ad andare all’università di Dakar laureandosi in Lingue. E’ diventata insegnante, ha comprato una casa per lei e sua zia. Non si è però fermata lì! Ora sta collaborando con Plan Senegal nel progetto ‘1.000 Girls‘ per trasmettere la lezione più importante che ha imparato ossia che l’istruzione è lo strumento per cambiare la propria vita.

Ci sono ancora 66 milioni di bambine nel mondo che non vanno a scuola e a una su tre viene negato l’accesso all’istruzione scolastica proprio perchè femmina.

In particolare i paesi dell’Africa centro-occidentale soffrono di una forte disparità di genere che si traduce nella mancanza di istruzione scolastica per le bambine. Infatti le zone occidentali hanno il livello di istruzione più basso nel mondo.

Secondo dati ufficiali negli 11 paesi africani della fascia occidentale 14 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola e quasi otto milioni sono bambine. Nelle aree rurali la percentuale dei bambini senza istruzione arriva al doppio in confronto a quella dei bambini che vivono nelle aree urbane. Inoltre la percentuale di abbandono scolastico grava pesantemente sulle ragazze e le cause sono espresse dai matrimoni prematuri, dalle molestie, dalle violenza di natura sessuale e dalla mancanza di infrastrutture che aiutino le differenze di genere come, ad esempio, i bagni separati.

Il lavoro di Plan nei confronti dell’istruzione delle bambine nell’Africa centro-occidentale si fonda su tre elementi interconnessi: un uguale accesso all’istruzione, un’istruzione di qualità e il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche. Inoltre Plan lavora con i governi sia locali sia a livello nazionale per sensibilizzarli verso il rispetto dei diritti di tutti i bambini soprattutto delle bambine.

Perché ‘trasformare un minuto in sempre’ nella vita delle bambine del mondo si può fare, ce lo insegna Fatma Ndaw.

Per informazione su come sostenere una bambina a distanza con Plan Italia, si può chiamare il numero: 0039-039 6848701 – email: info@plan-italia.orgwww.plan-italia.org.

Fatma Ndaw
Fatma Ndaw

Fondazione Marisa Bellisario: donne eccellenti!

Per una donna fare carriera è più difficile ma è più divertente“.

Venticinque anni fa Marisa Bellisario lasciava la consapevolezza che ogni donna, se determinata e coraggiosa, in grado di osare e inseguire le proprie ambizioni, può raggiungere qualsiasi traguardo, nella vita come nel lavoro. La Bellisario, scomparsa nel 1988, era definita manager dura ma corretta dalla stampa internazionale e il suo percorso professionale in Olivetti è degno di ammirazione. Infatti la sua è la prima carriera in Italia nell’ambito delle telecomunicazioni e dell’informatica e la prima di respiro internazionale, perché è lei stessa a scrivere di “aver scoperto venti anni prima di economisti ed esperti che un’impresa deve essere internazionale”.

Ogni anno dal 1989 la Fondazione che da lei prende il nome, presieduta da Lella Golfo, premia le eccellenze femminili che si sono distinte nella professione, nel management, nella scienza, nell’economia e nel sociale a livello nazionale e internazionale. ‘Donne ad alta quota‘ è un premio pensato per riconoscere l’impegno delle donne nel lavoro che quest’anno si è svolto il 20 giugno.

La Fondazione Marisa Bellisario promuove lo studio e la progettazione di azioni rivolte al mondo del lavoro, dell’imprenditoria femminile e del management con interesse particolare verso le nuove tecnologie. La Fondazione desidera valorizzare le professionalità femminili che operano nel settore pubblico e privato e promuove una cultura attenta alla parità in un dialogo aperto nella società. Ha come obiettivo principale quello di richiamare costantemente l’attenzione del mondo politico, delle istituzioni, dell’imprenditoria e del mondo del lavoro su idee e progetti innovativi, per promuovere e sostenere l’affermazione delle professionalità femminili in ambito nazionale ed internazionale.

Decisionismo, capacità e competenze coniugate con l’esperienza maturata a livello internazionale hanno fatto del profilo professionale di Marisa Bellisario una donna lungimirante e coraggiosa. La Fondazione Bellisario porta avanti il suo impegno che ha rappresentato per la storia femminile un simbolo dell’affermazione della parità tra uomo e donna.

Because I am a girl

Tutti i bambini devono poter crescere in modo sano, aver diritto a un’educazione senza violenza, poter essere istruiti ed essere protetti dallo sfruttamento: così sta scritto nella Convenzione per i diritti dei bambini dell’ONU. Spesso però per le bambine non è così!

Particolarmente in Africa, Asia e America Latina l’uguaglianza non è scontata. Molte bambine non possono frequentare regolarmente la scuola perchè devono fare i mestieri, prendersi cura dei fratelli e delle sorelle oppure aiutare la propria madre nei campi. Il diploma diventa quindi l’eccezione. Se sono malate spesso non ricevono cure. Inoltre sono spesso vittime di matrimoni combinati e diventano mamme in età ancora adolescenziale. Nel peggiore dei casi non vengono neanche registrate all’anagrafe e diventano quindi più facilmente vittime di violenza fisica e psicologica, sfruttamento e traffico di persone.

Le ragazze però, se aiutate, potrebbero rappresentare il ‘motore’ della società. Supportando il loro sviluppo migliora di gran lunga la situazione economica della loro famiglia, della loro comunità e non per ultima della loro nazione. Questo viene dimostrato sia dall’esperienza di Plan che dagli studi dell’ONU e della Banca Mondiale.

Ogni anno in più passato fra i banchi di scuola significa per una ragazza che il suo reddito potenziale aumenta tra il 15 e il 25 per cento. Le donne infatti investono i loro risparmi nell’educazione dei propri figli. Questo porta a lavori migliori per i membri delle loro famiglie.

Per questo motivo la campagna ‘Because I am a girl’ di Plan appoggia lo sviluppo delle bambine e la loro formazione. Oltre al fatto che possano andare a scuola è importante che esse siano in grado di prendere in modo indipendente le loro decisioni e ciò ha un grande impatto sullo sviluppo delle nazioni povere.

Because I am a girl è una campagna mondiale per i diritti delle bambine che promuove il loro diritto ad avere le stesse chance dei pari età di sesso maschile. L’obiettivo di Plan è quello di rafforzare la posizione femminile perchè possano riscattare la loro situazione famigliare. Investire sulle bambine significa accantonare la povertà!

Momo: l’importanza del tempo

Per un anno è andato in scena al Badisches Staatstheater di Karlsruhe il balletto Momo. Tratto dal romanzo di Michael Ende, pubblicato nel 1973, l’opera si concentra sul tema del tempo.

Il tempo è una tematica ricorrente nella letteratura mondiale della quale si sono occupati scrittori come Shakespeare, Thomas Mann e Samuel Beckett. “Che cos’è il tempo?” e “Cosa ha che fare con le nostre vite?“: queste le domande che Ende si pone nel suo romanzo.
Il balletto andato in scena sul palcoscenico del teatro di Karlsruhe merita veramente di essere visto. La coreografia di Tim Plegge vede nella versione originale la talentuosa ed espressiva Blythe Newman nei panni della trovatella Momo, Flavio Salamanca come Beppo e il versatile Zhi Le Xu che interpreta Gigi.

La filosofia di vita di Momo è riassumibile con il concetto di vivere il proprio tempo godendosi gli attimi e apprezzandone i valori. Di tutt’altro avviso sono però i cosiddetti ‘signori grigi‘, ossia gli agenti oscuri che cercano di portare le persone comuni a risparimiare il tempo. Credono che la vita debba significare efficienza e che la spontaneità sia roba da bambini. In realtà i signori grigi sottraggono il tempo alle persone illudendole che lo potranno riavere in un secondo momento. Quando questo momento arriverà non è però molto chiaro. L’importante è che facciano tutto in modo veloce e macchinoso, che si impegnino nel lavoro senza pensare ai propri sogni e rendano l’amore un bene materiale.
I valori dimenticati, l’arrivismo, il non mettere il cuore in ciò che si fa, il consumismo, l’essere tutti uguali e la fretta: Momo è un’allegoria ai tempi moderni. Momo però è la chiave tramite la quale agli uomini viene riaperta la porta della vita vera. Con la sua innocenza restituisce agli uomini il tempo perduto.

Momo nella nostra quotidianità non ci può liberare, possiamo però cambiare da soli il nostro atteggiamento nei confronti del tempo. Come? Semplice: rallentando, fermandoci a riflettere, andando all’indietro e cercando di trovare un senso alle cose e di vivere seguendo le proprie emozioni. Tutto appartiene agli altri, solo il tempo è nostro.

Ernesto Sirolli: shut up and listen!

Ernesto Sirolli: italiano, laureato in Scienze Politiche nel 1976 a Roma, nel 2004 effettua un dottorato di ricerca alla Murdoch University di Perth. Ha lavorato in Europa, Africa, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti e Regno Unito nello sviluppo economico.

Nel 1985 contribuì in un modo particolare allo sviluppo economico di Esperance, una piccola comunità rurale dell’Australia occidentale: adottò un approccio incentrato sulla passione, la determinazione, l’intelligenza e la ricchezza di risorse delle persone locali.

Prendendo spunto dall’Esperance Experience 250 comunità in tutto il mondo applicarono questo approccio reattivo e incentrato sulle persone allo sviluppo della propria economia. Questo modello è chiamato Enterprise Facilitation ed è documentato nel libro Ripples from the Zambezi — Passion, Entrepreneurship and the Rebirth of the Local Economy, pubblicato da Sirolli.

Sirolli è diventato una nota autorità nel campo dello sviluppo economico sostenibile e tiene diverse conferenze in tutto il mondo. E’ inoltre il fondatore del Sirolli Institute, un’organizzazione no profit internazionale che insegna ai leader come mantenere e sviluppare progetti economici nelle loro comunità.

Un torrente in piena contro la violenza sulle donne

A Karlsruhe nella Hirschstr. 53 B ha sede l’associazione Wildwasser & FrauenNotruf che può contare su un valido team di assistenti sociali e psicologhe pronto a offrire assistenza a ragazze e donne vittime di violenze sessuali.
Wildwasser‘ in tedesco significa ‘torrente ‘ ed è proprio come un torrente in piena che si potrebbe descrivere la passione con cui queste donne agiscono per permettere a chi si affida a loro di superare un evento così traumatico come può essere la violenza sessuale.
Secondo alcune ricerche, una ragazza su quattro viene violentata sessualmente. Gli autori di queste violenze sono per lo più uomini: padri, patrigni, fratelli, zii, amici, vicini, insegnanti o educatori. In qualche caso si tratta anche di donne: madri, matrigne ed educatrici. Nella maggior parte dei casi sono persone che la ragazza conosce e di cui si fida; altre volte può trattarsi di sconosiuti.
Una violenza sessuale avviene quando una persona utilizza la sua posizione di forza, la fiducia e l’incoscienza di un minore per soddisfare le proprie necessità di forza, approvazione, contatto corporeo tramite attività sessuali.
La violenza sessuale contro le donne può avvenire, invece, in diverse forme: esibizionismo, offese, minacce, molestie sessuali e violenza orale, anale o vaginale. Tutto ciò può succedere sempre e in qualsiasi luogo: di giorno o di notte, in casa o all’aperto, al lavoro o su internet, durante lo sport o in terapia. Chi la compie sono spesso amici, mariti, partner, capi, colleghi, dottori ma a volte anche sconosciuti.
Una donna su sette è vittima di violenza. Paura e vergogna regnano nell’animo di queste donne che spesso faticano a fidarsi del prossimo. Wildwasser & FrauenNotruf si rivolge a ragazze e donne che hanno subito violenze sessuali ma anche ai loro genitori, familiari e amici. Gli incontri sono riservati e se desiderato anonimi.
L’associazione offre vari servizi tra cui: assistenza personale, telefonica, via e-mail e chat; consulenza in caso di reazioni post-traumatiche; assistenza e informazioni in caso di azioni legali; organizzazione di eventi per la prevenzione dei bambini e degli adolescenti ed infine terapia individuale e di gruppo.
Wildwasser & FrauenNotruf è finanziata dalla città e dalla provincia di Karlsruhe ma i fondi non sono mai abbastanza per far fronte alle richieste di consulenza, di supporto e alle attività di prevenzione necessarie per un’importante tematica quale la violenza sulle donne. Maggiori informazioni, quali contatti e dettagli su come supportare l’associazione, si possono trovare sul sito: www.wildwasser-frauennotruf.de.