Mancanze

La prima volta me ne sono accorta nel 2014, quando durante una videochiamata con la mia famiglia, mio nipote Paolo, che allora aveva tre anni, sullo sfondo di quella che era la mia cameretta disse una cosa che mi fece sorridere ma anche riflettere. Aveva un telefonino giocattolo in mano ed esclamò improvvisamente: “Shhh! Non disturbatemi, sono al telefono con la zia Angy!”. Io ero la zia lontana, quella che viveva in Germania e a cui si telefona invece di andarla a trovare di persona per fare merenda insieme.

La stessa cosa l’ho notata nelle amicizie: una volta fuori dalla quotidianità delle persone a mie care, anche il nostro rapporto si è modificato. Io non ero lì fisicamente e quindi ero meno accessibile e meno presente nel loro immaginario. Questo è normale, nel mio di immaginario invece questi affetti continuavano a giocare lo stesso ruolo fondamentale di sempre. In fondo anche questo è normale: ero io a “essermene andata”, non loro. Con il tempo però anche in questo rapporto avevo raggiunto una certa dinamica che mi rendeva felice. Non mi sono mai sentita troppo lontana da nessuno, anche perché ci si vedeva spesso.

Mai come nell’ultimo anno sono stata assente dalla vita dei miei affetti più cari. Il 21.02.2020 è stata l’ultima volta che sono salita a Stoccarda su un aereo con destinazione Milano Malpensa. Un weekend da sola a Milano, proprio quando a Codogno si contava il primo decesso a causa del covid 19.

Mancare un anno da “casa” non mi era mai successo. Non vedere mia madre per un anno, mia sorella e suo marito, i loro bambini, le mie amiche e i miei amici di sempre. Non poter star seduti attorno a un tavolo a chiacchierare, a ridere e a prenderci in giro. Sentire la mancanza di mangiare una pizza insieme. Volere ma non poter giocare con le carte dei Pokemon con Paolo o sfoderare il “Fradegradi’s move” con mia nipote Francesca sulla pista da ballo (o meglio, in corridoio perché non so se insieme in discoteca ci lascerebbero rimanere a lungo). Non poter abbracciare chi mi sta a cuore o anche semplicemente non poterlo guardarlo negli occhi.

Io non voglio lamentarmi perché non è giusto, perché anche se lo facessi non cambierebbe niente.

Constato però che più passa il tempo e più ne sento la mancanza. Ho imparato a conviverci con questa nostalgia e a concentrarmi su quello che posso fare e controllare nel mio quotidiano. Così sorrido nel ritrovarmi a cercare su internet foto della mia Gaggiano in modo da poterle usare come sfondo su Teams al lavoro e fare streaming da lì, incuriosendo i miei colleghi. Ho imparato a mostrare la mia vicinanza mandando podcast (o audiolibri) alle mie amiche aggiornandole su tutto quello che succede nella mia vita e chiedendo notizie sulla loro. Non esco più ma faccio videochiamate come non ci fosse un domani, riempiendomi l’agenda di appuntamenti online con chi ne ha la voglia e il tempo.

Questa pandemia ci ha cambiato a tutti ma a tutto c’è una fine o una soluzione. Io spero presto di poter tornare a fare una delle mie passeggiate in solitaria preferite per Gaggiano e ad ammirare questo mulino nel parchetto.

Una foto del parchetto di Gaggiano, scattata durante la mia ultima visita a febbraio 2020

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