La mia nuova dipendenza

L’abbonamento di Audible, il servizio di Amazon che permette di scaricare e ascoltare un audiolibro al mese a 9,95€, è per me qualcosa di irrinunciabile.

La passione per la lettura l’ho ereditata dal mio papà, uno dei clienti più assidui della Biblioteca di Gaggiano. Ancora di piú però ho scoperto di adorare gli audiolibri, le opere lette ad alta voce direttamente dai loro autori oppure da attori professionisti. La prima volta ne ascoltai uno è stata quando, nell’estate del 2006, lavoravo come ragazza alla pari vicino a Lubecca, in Germania. Le bambine di cui mi occupavo passavano i pomeriggi ascoltando CD di storie che quasi conoscevano a memoria. Mi fu chiaro allora che l’ascolto di audiolibri è una pratica diffusa nell’educazione tedesca.

L’abbonamento di Audible lo sottoscrissi sei anni fa. Ascoltare i suoi audiolibri allietò moltissime delle mie pause pranzo tra il 2018 e il 2019, un periodo difficile per me sul piano lavorativo. Fu proprio allora che un saggio signore greco mi consigliò di leggere la serie di Elena Ferrante L’amica geniale: “Quattro libri di puro intrattenimento”, li definì. Io che, come ormai ben sapete, ho bisogno sempre di un po’ di tempo per mettere in pratica i consigli ricevuti, scaricai il primo audiolibro lo scorso febbraio e oggi posso affermare di non aver potuto fare acquisto migliore.

Perchè?! Constatare che Elena Ferrante abbia una capacità narrativa sensazionale credo sia superfluo: è noto a livello internazionale. A rapirmi totalmente è stata invece la voce dell’attrice che legge i suoi audiolibri, prodotti da emons edizioni, ossia Anna Bonaiuto. Nata 70 anni fa a Latisana, una città friulana a me nota per motivi famigliari, da genitori napoletani, Anna Bonaiuto interpreta a pennello il ruolo di Elena Greco (Lenú), una delle due protagoniste della storia. È bello sentirla narrare l’amicizia tra Lenú e Lila (Raffaella Cerullo) usando a tratti il dialetto napoletano, anche se io, ascoltandola, ne riconosco una pronuncia non del tutto naturale. A mio parere si percepisce nella sua voce che l’attrice sia cresciuta nel nord Italia e che il napoletano non fu la sua prima lingua, come lo è invece nella storia per Lenú e Lila. Anna Bonaiuto ha tuttavia una voce roca e profonda davvero travolgente in grado di creare dipendenza e io dipendente lo sono definitivamente diventata.

Ieri ho concluso il terzo libro della serie, Storia di chi fugge e di chi resta, e oggi non vedo l’ora di iniziare il quarto e ultimo volume. Mi chiedo già cosa farò alla fine di quest’estate senza Lenú, Lila e Anna Bonaiuto. Nel video qui sotto potete ascoltare l’attrice mentre racconta com’è essere la voce di Elena Ferrante e legge un passaggio tratto da L’amica geniale.

Lagerfeuer vs. Feuerlager

Il tedesco è una lingua che ama le parole composte e io di alcune parole composte non riesco a ricordarne immediatamente l’ordine corretto.
Cosa sono le parole composte?! Semplice, sono parole formate da almeno due vocaboli che vengono scritti attaccati formando una parola unica. Solitamente in tedesco è la seconda parola a dare il significato al termine composto.
Una parola composta di cui io inizialmente facevo fatica a ricordarne l’ordine di pronuncia è la parola tedesca per ‘falò’: Lagerfeuer. Lager sta per accampamento e Feuer sta per fuoco. Io ne invertivo l’ordine dicendo Feuerlager, che è un po’ come dire che l’accampamento va a fuoco.
Fare un falò è una pratica molto diffusa nell’estate tedesca. Solitamente ci si ritrova di sabato pomeriggio nel giardino o nell’orto di qualche amico per fare una grigliata. Quando inizia a imbrunire e l’aria a diventare un po’ più fresca, ci si riunisce intorno al fuoco a chiacchierare. Attorno al Lagerfeuer si fanno discorsi profondi, ci si racconta e ci si confronta… insomma si finisce a parlare di “Gott und die Welt“, di “Dio e del mondo” come dicono i tedeschi, e queste sono due parole singole, non composte.

Il falò: in tedesco Lagerfeuer

Conosciti, rispettati e onorati

Nell’estate 2015 la mia ex coinquilina Rui venne dall’Australia in Europa per qualche settimana e io ebbi l’occasione di passare con lei un pomeriggio qui a Stoccarda. Eravamo nella mia cucina e stavamo facendo una delle nostre belle chiacchierate quando lei, che allora aveva 31 anni, mi disse una frase che restò impressa nella mia memoria. “Adoro essere arrivata ai miei trent’anni”, fu la frase.
Oggi, a trentatré anni quasi conclusi, capisco completamente cosa lei allora intendesse.
Siccome questa sera non ho nulla di meglio da fare, te lo spiego: è solo a questa età che si arriva a padroneggiare una certa maturità cognitiva.
A trent’anni diventi infatti consapevole di essere il tuo unico e costante compagno in questo viaggio chiamato vita.
Ti sei analizzato, conosciuto, sradicato, rimodellato e hai sentito sulla tua pelle il significato della parola limite. La vita, volente o nolente, ti ha messo di fronte a situazioni difficili, che a tratti ti sono sembrate impossibili ma ne sei sempre uscito. Hai imparato che la felicità non è una meta da raggiungere ma una scelta da compiere in modo consapevole ogni giorno. Sai con fermezza che pretendere il massimo da te stesso non è sempre la cosa più giusta, che rispettare i tuoi limiti, i tuoi umori e i tuoi pensieri risulta invece essere di gran lunga più saggio. Solo così sei in grado infatti di onorare il tuo corpo accudendone l’animo.
Che tu abbia già passato i trent’anni da un pezzo o che sia ancora nel mezzo della tua gioventù più scatenata, il mio augurio è che tu sia già arrivato o che tu possa presto arrivare a questa consapevolezza perché, te lo garantisco, è una sensazione spettacolare.
Intanto… Buen camino.

Il Moment of Happiness di Gretchen Rubin di giovedì che mi ha ispirata a scrivere questo post.

Vivi oggi

Mercoledì pomeriggio stavo camminando dal centro verso casa e i miei pensieri circolavano su terreni battuti davvero troppe volte. Avete presente quei pensieri che sono fine a se stessi e che non portano da nessuna parte se non a farci sentire inadatti nelle nostre azioni?! Ecco quelli.

Mentre camminavo ascoltavo la mia playlist Feierabend su Spotify.

Desidero ora soffermarmi nel racconto un attimo sul termine Feierabend che è una parola composta in tedesco davvero interessante. Non esiste una traduzione precisa in italiano: il termine è composto dalle due parole ‘Feier’ (festa) e ‘Abend’ (sera). Indica il dopolavoro, il momento in cui smetti di lavorare e hai la serata libera insomma e per questo la celebri.

Ascolto spesso questa playlist sulla via del rientro perché è piena di canzoni allegre che hanno il potere di distrarre i miei pensieri e di concedermi una pausa a livello mentale.

Camminavo quindi tra le vie del centro, quando, a un certo punto, mi sono ritrovata ad ascoltare la canzone ‘Live today’ (Vivi oggi) di Jahcoustix, un cantante tedesco che fa musica un po’ reggae di cui avevo già scritto qualche post fa. Il suo testo mi ha letteralmente folgorata. Mi sono sentita chiamata in causa mentre Jahcoustix cantava quanto sia difficile vivere il momento quando la propria mente vaga tra passato e futuro. Il musicista sostene infatti che sia necessario liberarsi del ricordo del passato e delle proprie aspettative per il futuro per essere veramente se stessi. Spesso, dice, il nostro peggior nemico non siamo altro che noi.

Immediatamente, prestando attenzione al testo di Live today, i miei pensieri hanno smesso di circolare in quei territori già calpestati così troppe volte, rivelandosi sempre e solo un’illusione e che non mi hanno mai portata avanti di un solo centimetro nel mio percorso di vita. Ho ripreso allora semplicemente a concentrarmi sui miei passi.

La musica ha davvero un potere straordinario: sa riportarci con i piedi per terra e permetterci di concentrarci sul momento attuale perché in fondo questo è l’unica cosa che conta.

Nel dubbio esci a fare una passeggiata

Quando ero piccola passavo le giornate estive all’aria aperta. Appena arrivavano le 14:30 scendevo in cortile e iniziavo a chiamare “Silviaaa, Valeriaaa: scendete a giocare?!”, facendomi non solo sentire dalle mie due amiche ma anche da tutto il vicinato che paziente sopportava le mie grida. Così i pomeriggi scorrevano sotto il sole tra giochi di fantasia ispirati ai cartoni animati dell’epoca, come Occhi di gatto, e partite agguerritissime di pallavolo.

Di solito eravamo in quattro: io, Silvia, Valeria e la loro cugina Valentina che però ci raggiungeva un po’ più tardi perché abitava in un’altra via e veniva a trovare la nonna accompagnata dalla mamma in bicicletta. Io ero totalmente immersa in quello che più avanti avrei scoperto essere il mio ambiente preferito: l’aria aperta. Correvo, saltavo, facevo verticali ponte: insomma, non stavo ferma un attimo già allora.

Oggi, che le verticali ponte sono un ricordo lontano, non scendo più in cortile a giocare, un po’ anche perché mi prenderebbero per folle. Una volta terminata la giornata, ora che lavoro da casa, mi cambio, metto le scarpe ed esco invece a fare una passeggiata.

Mio papà era solito fare la stessa cosa finito il lavoro: scendeva in cantina, prendeva la bicicletta e andava a fare un giro per il paese. Quante volte le persone mi raccontavano di averlo incontrato in bici. Io invece cammino perché Stoccarda è piena di collinette e in bicicletta rimarrei ferma a metà salita, senza fiato.

Passeggio solitamente per il mio quartiere: ne osservo i cambiamenti, passo davanti ai negozi dove siamo soliti fare acquisti e ne saluto i proprietari se mi vedono. A volte mi siedo in un café e prendo qualcosa da bere. È proprio camminando per le vie del quartiere che ho scoperto un baretto gestito da italiani nella Johannesstr. che vende le sfogliatelle napoletane con ripieno di crema alla nocciola e gianduia.

Fiori scovati camminando

Spesso, mentre passeggio, ascolto un audiolibro, chiamo la mia mamma oppure mando messaggi vocali alle mie amiche: sì, ovviamente anche a Silvia, Valeria e Valentina che negli anni ancora non ce l’hanno fatta a liberarsi di me. Un’altra cosa che mi piace fare è osservare i fiori che addobbano i marciapiedi o gli ingressi dei palazzi e ne scovo sempre di belli.

Durante il periodo di restrizioni per via del coronavirus io avevo il terrore che anche qui venisse stabilito il lockdown e non potessi neanche uscire a fare una passeggiata. Per fortuna non si è arrivati a tanto e a me passeggiare ha reso la pandemia più sopportabile anzi ha contribuito a mantenere il mio equilibrio. Il mio programma preferito infatti, quando non sapevo quale attività intraprendere, è stato mettermi lo zainetto in spalla e andare a fare un giro.

È una cosa semplice in fondo ma è in grado di farti sentire immediatamente meglio perché sei confrontato con il via vai della vita in strada, hai altri input, ti muovi e respiri aria fresca. Una volta ho letto che tutti, anche gli adulti, avrebbero bisogno di scendere a giocare in cortile per scacciare i malumori e i brutti pensieri: a me oggi basta solamente uscire a fare una passeggiata.

Nella vita non esistono errori

Ci sono scelte di cui ci pentiamo e che ci viene facile etichettare come errori perché le associamo a delusioni.

Ci chiediamo costantemente se abbiamo agito in modo giusto o se invece sarebbe stato meglio che avessimo intrapreso un’azione completamente diversa. Mettiamo allora tutto in dubbio, mischiamo le carte e ci troviamo nel buio più pesto senza intravedere alcuna luce.

In realtà tutto ciò è uno spreco inutile di energie perché nella vita gli errori non esistono.

Ogni esperienza, positiva o negativa che sia, ci ha portato a diventare la persona che siamo oggi e ci ha insegnato una lezione preziosa. Il fatto di poter cadere non ci deve spaventare né tanto meno dobbiamo temere il buio anzi. È proprio nel commettere un errore o nel sentire il tonfo di una caduta che cresciamo, riconosciamo i nostri limiti e impariamo a rispettarli e ad andare avanti.

È solo quando è buio infatti che gli acchiappasogni sono in grado di bloccare i nostri incubi e ci permettono di concentrarci sui bei sogni.

Abbiate sempre il coraggio di provarci, se poi sbagliate pazienza, almeno non avrete rimorsi.

Gli acchiappasogni

A volare in alto si sta davvero bene

Io sono una fifona, di quelle fifone che di ciò di cui hanno paura sviluppano una sorta di rispetto e vi consumano i pensieri.

Così, per anni non ho toccato un volante né ho mai preso l’iniziativa per preparare una torta da sola: due cose così diverse, penserete, e che la maggior parte di voi fa in automatico. Io invece no.

Stufa di girarci attorno solo nei miei pensieri non muovendomi a cambiare le cose, il 31 dicembre a Dominica mi sono seduta al tavolo e ho steso la mia vision board per il 2020. Perché io per dare un senso alle cose le devo scrivere.

Cosa sia una vision board è semplice da spiegare: si prende un foglio, abbastanza grande da scriverci gli obiettivi che si vogliono realizzare in un certo arco di tempo. Ci si può sbizzarrire attaccandoci immagini o disegni riguardanti quei traguardi. Il senso è quello di buttare giù le aree nelle quali si desidera lavorare in modo da visualizzarle nero su bianco.

Al centro della mia vision board io quel giorno scrissi: Bye bye comfort zone. Mi sfidavo infatti a intraprendere quest’anno cose che non mi sono mai fidata a fare perché significavano per me uscire dalla mia agiatezza e confrontarmi con l’ignoto: guidare e preparare una torta, ad esempio.

Ebbene, siamo giunti a metà anno e io ho rotto il ghiaccio come potete vedere da queste due immagini.

A darmi la carica, perché a volte la motivazione interiore non è del tutto sufficiente, sono state una cartolina con una citazione di Pippi Calzelunghe e una canzone.

Sulla cartolina, una di quelle gratuite e di pubblicità che si trovano nei locali, c’è scritto: “Questo non l’ho ancora mai provato prima, quindi sono totalmente sicura di riuscire a farlo“. L’ho appesa sullo specchio in camera da letto in modo da leggerne il testo ogni giorno.

La canzone invece è Fliegen (Volare) di Ami Warning in cui la cantante racconta proprio la paura di intraprendere qualcosa, mettendosi in gioco e correndo il rischio di fare una cosa che magari poi non ci viene neanche così bene. In realtà però facendola si può anche scoprire di saper volare diventando irraggiungibile: bisogna solo avere il coraggio di volerlo.

Trovate Fliegen qui di seguito: a me piace davvero tanto. Anche se non sapete il tedesco, ascoltatela: Ami Warning ha una voce spettacolare e la canzone ha un bel ritmo.

Concludo scrivendo che noi siamo in grado di fare qualsiasi cosa, basta solo provarci, affrontare le proprie paure solo per se stessi e non gettare mai la spugna, soprattutto non farlo ancor prima di iniziare: in fondo a volare in alto si sta davvero bene.

Pensando alla mia tribù

Sono in pausa pranzo e cammino. Negli auricolari risuona l’album di una corale africana comprato a una serata organizzata dalla CBM lo scorso anno nella chiesa Bethelkirche a due passi da casa mia. Nel vialone alberato che sto percorrendo si trovano due scuole, una elementare e un liceo. Passeggio spesso qui perchè mi piace sentire gli schiamazzi dei bambini e osservare ciò che combinano gli adolescenti.
Nel Baden Württemberg, la regione della Germania dove vivo, è ancora periodo di scuola: le vacanze estive inizieranno il 29 luglio. Con la mia mentalità italiana provo compassione per gli studenti costretti ad andare a scuola in un giorno così caldo come oggi. Proprio adesso infatti mi sono passate accanto due classi dalle età differenti. La prima era una classe elementare i cui bambini avevano in mano un pallone bianco e arancione e si rincorrevano palleggiando. La seconda, invece, era una classe del liceo il cui giovane professore l’ho riconosciuto solamente perché aveva la barba più folta degli. Un po’ distaccate dal gruppo ho notato tre ragazze impegnate in un fitto discorso, ridevano di gusto e si prendevano anche un po’ in giro. Ecco che allora di riflesso mi sono trovata a pensare alla mia di adolescenza. Quando al campo estivo dell’oratorio del mio paese di origine, Gaggiano, di questi tempi passavo le ore a chiacchierare con le mie amiche più strette senza avere alcuna cognizione del tempo e dello spazio. Il sole splendeva e l’estate aveva il sapore di un ghiacciolo alla menta.
Non ci ripenso con nostalgia ma lo faccio col sorriso perché sono felice di avere quasi trentatré anni ed essere in grado di riconoscere la genuinità di un momento come questo quando il mio presente mi rimanda al passato. Mi sento fortunata perché quelle amiche mi accompagnano ancora oggi nelle mie giornate estive e non, a distanza di centinaia di chilometri, con i loro messaggi di testo e con i loro vocali: perché l’amicizia di confini non ne conosce e di questo non posso che esserne grata.

Raupe Immersatt: un foodsharing café nel cuore di Stoccarda

Nel mio ultimo post vi accennavo di uno dei miei posti preferiti qui a Stoccarda Ovest, il foodsharing café Raupe Immersatt.

Il suo nome rappresenta un gioco di parole che prende spunto dal libro per bambini Il piccolo Bruco Maisazio di Eric Carle. Raupe Immersatt significa infatti, tradotto in italiano, Il Bruco Sempresazio.

Ma cos’è un foodsharing café? Partiamo innanzitutto dallo spiegare brevemente cosa sia il foodsharing in generale che è un movimento molto diffuso a Stoccarda e nei suoi dintorni. Il suo concetto consiste nell’evitare gli sprechi di cibo. Chiunque può prendere parte a questo movimento iscrivendosi come volontario alla piattaforma online foodsharing.de e accedendo così alla lista degli esercizi alimentari (supermercati o ristoranti) che vi aderiscono. Questi negozi distribuiscono in maniera gratuita ai volontari foodsharing quegli alimenti che non possono più essere venduti, per esempio nel caso di un supermercato, perché in scadenza, un po’ ammaccati o maturi. Come iscritto tu però non puoi scegliere cosa portare a casa ma hai il dovere di prendere in consegna tutto ciò che ti viene offerto e poi o cucinarlo direttamente o ripartirlo a tua volta ad esempio tra amici o colleghi.

Il Raupe Immersatt, come foodsharing café, prende in consegna il cibo in eccesso dai supermercati e dai negozi alimentari per poi distribuirlo nei suoi Fairteiler (anche qui un altro gioco di parole con il tedesco Verteiler, distributore), che altro non sono che dei frigoriferi a vetro e dei ripiani a cui i suoi clienti accedono in maniera gratuita.

Si possono trovare ad esempio fette di torta, cornetti, pane, burro, marmellata ma anche insalate o frutta. Basta insomma alzarsi dal proprio tavolo, prendere un piatto e servirsi: il tutto gratis. Ovviamente ci sono regole igieniche da rispettare e adesso in tempi di covid-19 i gestori del café le hanno rafforzate.

Un altro concetto che io trovo interessante al Raupe Immersatt è la loro offerta di bevande: ecologiche, regionali ma soprattutto socialmente corrette. Quest’ultimo è un punto di fondamentale importanza per il Raupe Immersatt. A decidere il prezzo delle bevande consumate infatti sono i clienti. Non ci sono prezzi predefiniti, chiunque può pagare a seconda delle sue possibilità e del valore che la bibita consumata rappresenta nel suo immaginario.

Inoltre gli spazi del café sono usati come coulisse di eventi culturali: soprattutto nel weekend l’offerta di concerti e conferenze è davvero interessante. Io, ad esempio, quest’anno ho partecipato a un concerto di musica jazz di due studenti dell’Accademia Musicale di Stoccarda.

Un’ultima cosa che rende questo foodsharing café interessante è che nasce dall’idea di sono cinque giovani con un background nel sociale e nelle energie rinnovabili e sostenibili. Questi ragazzi con il loro lavoro stanno lanciando un segnale che i tempi sono cambiati e sono maturi per una trasformazione sociale e nella gestione delle risorse.

Se capitate qui a Stoccarda penso abbiate capito che io una visita al Raupe Immersatt ve la consiglio: lo trovate nella Johannesstr. 97, Stuttgart West.

Un cappuccino con il latte di mandorla al Raupe Immersatt

Chi ben comincia…

Da metà marzo mi sono iscritta a una newsletter quotidiana un po’ particolare. L’ho scoperta per caso, una domenica pomeriggio di solitudine, navigando sul laptop in cerca di ispirazione da uno dei miei posti preferiti di Stoccarda Ovest, il foodsharing café Raupe Immersatt. Se vi stiate chiedendo cosa sia un foodsharing café ve lo racconterò prossimamente: oggi il tema è un altro.

La newsletter a cui mi sono iscritta è quella del sito Daily Stoic: ogni giorno ricevo una pillola di stoicismo in inglese per mail. La sua lettura viene inoltre offerta come podcast quotidiano su Spotify.

Grazie a Daily Stoic mi sto facendo una cultura su Marco Aurelio. Tra le tante cose, ho scoperto che l’imperatore romano aveva il mio stesso tallone d’Achille: faceva fatica ad alzarsi dal letto la mattina.

Molte mattine si trovava infatti fare pugni con se stesso per uscire dal letto quando in realtà avrebbe disperatamente voluto rimanere bello comodo sotto le coperte.

Lui, che non doveva necessariamente alzarsi, aveva l’obiettivo di essere in piedi di buon’ora per andare a lavorare. Perché?! Semplice: era consapevole che conquistare il mattino fosse la chiave per conquistare la giornata e, in un senso più lato, per vincere nella vita. Spingendosi a fare qualcosa di scomodo iniziava così un processo che lo avrebbe portato a vivere una giornata di successo.

Se una cosa ho capito durante i miei primi 33 anni di vita è che quando inizio una giornata presto la sento più mia. Svegliandomi di buon’ora mi sento più in grado di decidere il corso della mia giornata, senza contare che sono più presente con me stessa. Ho infatti notato che quando mi lascio andare rimanendo più a lungo sotto le coperte il mio umore ne risente.

Come si dice?! Chi ben comincia è a metà dell’opera? Io scelgo di cominciare ogni giorno come Marco Aurelio: in fondo, quando studiavo storia alle elementari, mi era sempre stato simpatico.