Questo pomeriggio tornando a casa mi sono imbattuta in tre ragazzini. I primi due avevano sui 12 anni e il terzo, un po’ tracagnotto, avrà avuto 8 anni. E’ stato proprio quest’ultimo a svegliare la mia altrimenti scarsa attenzione verso l’ambiente che mi circonda. Lo ha fatto puntando il dito nella mia direzione ed esclamando: “Woooow!!!”.
Tra me e me, di primo impatto non ho pensato a niente ma poi mi sono sentita chiamata in causa. “Starà mica dicendolo rivolto a me?”, ho pensato. “Ho mal di testa in questo momento, sono stanca ma forse, in fondo in fondo, oggi non sono poi così male. Ho addirittura la gonna e le gambe in ordine. Basta questo per meritarmi un wow?! Dai, che carino! Grazie piccoletto! Un po’ precoce per avere 8 anni ma ok, grazie!”
Peccato che, prima che la mia autostima potesse continuare a salire alle stelle, passa lei. Una Porsche 918 Spyder, ultimo modello, nera, bella: sbam!
Il confronto con la realtà per una donna può essere duro, a volte.
È bello avere un compito, un motivo per cui alzarsi la mattina. Farlo volentieri perchè si ha voglia di imparare, di stare in mezzo alla gente e di mettersi in gioco. Da un mese e mezzo ho ripreso a lavorare, dopo un anno di pausa durante il quale ho imparato tante cose su me stessa e ho affrontato temi con i quali non mi ero mai confrontata prima.
Per mia fortuna ho trovato un posto di lavoro molto stimolante e un ambiente internazionale che è proprio quello nel quale io mi sento più a mio agio.
In questo ultimo periodo ho avuto sempre di più la conferma di quanto per me sia importante lavorare. Non ci rinuncerei per nulla al mondo perchè mi piace, mi stimola e ne ho bisogno come persona.
A muovere la passione che metto nel mio lavoro è la mia voglia di imparare e di rendermi utile sia ai miei colleghi che allo scopo della mia impresa. L’azienda per cui lavoro si occupa di coordinare progetti di traduzione mettendo in senso astratto culture e lingue diverse in comunicazione. Questo mi ha sempre affascinata e forse è proprio per questo motivo che a lavoro ci vado volentieri.
Lavorare offre in generale molta più indipendenza perchè alla fine del mese l’importo del proprio conto corrente sale. In questo modo è più facile fare grandi progetti, pensare alle vacanze o prenotare i voli per un breve weekend a casa per rivedere i propri cari.
Per me in quanto donna lavorare è una cosa irrinunciabile che mi gratifica e mi rende una persona più completa.
Ho avuto un anno di tempo per trovare la mia strada ma ora che l’ho trovata ci cammino a testa alta.
perseveranza s. f. [dal lat. perseverantia, der. di perseverare «perseverare»]. – Costanza e fermezza nel perseguire i proprî scopi o nel tener fede ai proprî propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta scelta: mostrare p. nel bene, nel male, nell’errore, nelle promesse fatte; studiare, lavorare, lottare con p.; seguire con p. una cura, una dieta, le prescrizioni mediche. In partic., nella teologia morale cattolica, virtù che impegna l’uomo a lottare per il conseguimento del bene senza soccombere agli ostacoli e senza farsi vincere dalla stanchezza e dallo sconforto.
Questa mattina sono andata in centro a Stoccarda a piedi. Non ci vuole molto tempo da dove abito: solo 20 minuti. Dopo aver fatto acquisti mi sono diretta nuovamente verso casa. Mi trovavo all’incrocio di Berliner Platz con altre quattro persone: un uomo sulla cinquantina, una coppia di sessantenni e una signora sui settant’anni. Il semaforo pedonale era rosso ma questo non ha impedito all’uomo e alla coppia di attraversare dato che non arrivavano macchine da destra. Io invece che, come mi dice qualcuno, sono a volte più tedesca dei tedeschi, dato che non avevo fretta, sono rimasta ferma ad aspettare il verde. Accanto a me questa signora minuta, con gli occhiali e i capelli bianchi a caschetto. Nel momento in cui scatta il verde la signora mi dice: “Ora sì che possiamo attraversare”. Io le rispondo annuendo. Arrivate sul marciapiede al lato opposto della strada, la signora continua dicendomi: “Non va bene attraversare la strada con il rosso da pedone”. Io le dico “Soprattutto se ci sono bambini, possiamo essere un cattivo esempio per loro”. Lei ribatte dicendomi: “Non solo anche per se stessi, metti che ti si storta la caviglia e rimani in mezzo alla strada mentre passano le auto. Gli automobilisti poi passano per scemi quando in realtà non potevano farci nulla. Mio marito, che ormai sono anni che è morto, mi ha detto una volta: ‘Promettimi che non attraverserai mai con il rosso perchè è pericoloso’. Io mi sono sempre attenuta alla mia promessa”.
Questa signora ha dato un tono diverso alla mia giornata: dimostrandomi che quando una promessa è sensata ed è fatta alla persona che si ama la si mantiene anche quando questa viene a mancare.
L’ebola, la malattia che sta colpendo negli ultimi mesi in modo drastico l’Africa occidentale, sta avendo effetti ancora più devastanti per i bambini con un grave impatto sulle loro vite. I bambini, infatti, non solo rischiano di contrarre il virus e di ammalarsi ma, se rimasti orfani, spesso non riescono a trovare familiari disposti a prendersi cura di loro. Sembra quindi andare verso il deterioramento la cultura tipicamente africana delle famiglie allargate.
“I bambini non vanno a scuola da mesi – dichiara Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan Italia – poiché le scuole pubbliche sono state chiuse e gli spostamenti sul territorio sono stati limitati. Soffrono per lo shock e il trauma di aver assistito alla perdita dei propri cari e hanno un disperato bisogno di assistenza”.
Dati sull’epidemia di Ebola – Fonte Plan Italia
Secondo fonti governative, in Liberia sarebbero 300 i bambini orfani a causa dell’Ebola mentre in Sierra Leone 309. Attualmente il virus si è diffuso nei seguenti sei paesi africani: Guinea, Sierra Leone, Liberia, Nigeria, Senegal e Repubblica Democratica del Congo. I dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità del 14 settembre riportano 5.357 casi e 2.630 morti.
“In Liberia in una settimana ci sono stati 17 morti e 4 dei nostri bambini sostenuti a distanza hanno perso i loro genitori in un piccolo villaggio nel distretto di Popalahun, Contea di Lofa – racconta il Direttore Nazionale di Plan Liberia, Koala Oumarou –. Sempre più bambine e bambini vengono separati dai loro genitori o perché questi muoiono o perché vengono mandati da parenti in aree non colpite per paura che i piccoli si ammalino. Una preoccupazione pressante è che nelle comunità prese di mira dall’Ebola la cultura di prendersi cura dei bambini degli altri sta scomparendo. Le famiglie allargate non vogliono più occuparsi degli orfani di genitori morti per il virus in quanto temono di essere contaminate o di essere stigmatizzate dalla comunità che le isolerebbe. I bambini sono così abbandonati a loro stessi senza cibo e nemmeno cure.”
Gli orfani che hanno assistito alle morti dei loro familiari sono in un continuo stato di shock, vedono corpi inermi sulle strade, uomini con maschere e divise che spruzzano liquidi disinfettanti, a loro sconosciuti, nelle case dei vicini. “Non vengono coinvolti in attività ricreative che possano aiutarli a buttar fuori le loro paure e trovare conforto – afferma la specialista di Plan International nella Protezione dei BambiniAnita Queirazza – inoltre i bambini nei centri medici non hanno alcun appoggio psicologico e vengono lasciati soli proprio quando hanno ancor più bisogno di sostegno”.
Bambini orfani soccorsi da staff Plan Liberia – Fonte Plan Italia
Plan sta per questi motivi priorizzando le attività rivolte ai bambini nei Paesi colpiti dall’Ebola dove opera. In Sierra Leone Plan è presente dal 1976, in Liberia dal 1982 e in Guinea dal 1989. Queste azioni sono soprattutto relative alla prevenzione infantile, alla gestione dei casi, al primo soccorso psicologico e all’insegnamento di misure salva-vita.
Plan ha inoltre stretto una collaborazione con International Medical Corps, leader in materia di risposta alle emergenze e nell’ambito della salute mondiale, con l’obiettivo di prevenire il contagio e di ridurre il numero dei morti. Per rafforzare le capacità professionali del personale sanitario, le due organizzazioni hanno intenzione di formare professionisti sanitari regionali e di primo intervento per rispondere e controllare il diffondersi dell’infezione in Africa occidentale.
Questo piano di intervento prevede un approccio graduale in cui è previsto che International Medical Corps si concentri inizialmente sulla gestione dei casi e del loro trattamento e che Plan si focalizzi sul mobilitare le comunità e renderle consapevoli della salute pubblica. Ulteriori attività saranno sviluppate a seconda delle necessità che emergeranno.
Plan e International Medical Corps lavoreranno a stretto contatto con i Ministeri locali della Sanità, le organizzazioni comunitarie, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre agenzie umanitarie e sanitarie a carattere internazionale.
“Come mai gli italiani votano Berlusconi? La violenza della propaganda, l’impotenza dei cittadini, l’economia e i rapporti di forza fondati sull’illegalità e una catastrofe: il terremoto che ha annientato la città de L’Aquila per raccontare come è stata piegata la giovane democrazia italiana“. Sabina Guzzanti
Gira sulle bacheche dei miei amici su Facebook una notizia che riguarda la zona da dove provengo: la provincia di Milano. A far parlare di sé l’imprenditore Carlo Vichi, il fondatore della Mivar, l’azienda di cui ogni italiano medio possedeva una tv in casa durante gli anni del boom economico del paese.
Alla soglia del nuovo millennio la Mivar non ha retto la concorrenza delle grandi multinazionali straniere in un mercato sempre più innovativo e globalizzato come quello dei televisori. Aveva da poco inaugurato il nuovo stabilimento alle porte di Abbiategrasso quando il 90enne Vichi ha dovuto dichiarare la chiusura delle attività.
La notizia che rimbalza in questi giorni sui social network tratta delle sue ultime dichiarazioni. Carlo Vichi si è detto disponibile a offrire gratuitamente in affitto il nuovo stabilimento Mivar a una società seria disposta a produrre televisori in Italia a patto che questa assuma 1200 italiani, abbiatensi o milanesi. “Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente”, ha dichiarato l’imprenditore in un’intervista.
Di primo acchito queste dichiarazioni fanno sicuramente effetto e questo è innegabile. Andando oltre e considerando la realtà italiana le parole di Vichi appaiono però in un certo senso miopi.
Sarebbe forse troppo pretendere che un tale gesto di altruismo venga compiuto nei confronti di una qualsiasi azienda che si assuma il rischio di investire in Italia, ad Abbiategrasso e nel milanese, dando una possibilità lavorativa a coloro che, rispettivamente qualificati, si candidino e valutandoli in modo indipendente dalla loro nazionalità? Sul lavoro contano la voglia di imparare, l’impegno, la versatilità e la flessibilità. La nazionalità non può essere un criterio imprescindibile in base al quale recrutare un impiegato.
Se si conosce la storia di Carlo Vichi si può comprendere l’origine di queste sue dichiarazioni che senza dubbio descrivono un gesto volto a far del bene. Questo articolo è una riflessione sull’altruismo e sul carattere incondizionato che questo termine racchiude nel suo significato che però nulla vuole togliere alle intenzioni dell’imprenditore. In fondo con i soldi degli altri siamo tutti bravi a elargire commenti.
Ecco l’articolo pubblicato da Repubblica.it che riporta le dichiarazioni di Vichi.
Lo stabilimento Mivar di Abbiategrasso, fonte mivar.it