Because I am a Girl: la Giornata di Malala ed Elena Di Cioccio testimonial

Il 12 luglio è stato il compleanno di Malala, la ragazzina pakistana colpita l’anno scorso da un talebano mentre andava a scuola e diventata simbolo del diritto delle bambine ad avere un’istruzione. Proprio il 12 luglio si festeggerà d’ora in avanti la Giornata di Malala. La sedicenne sostiene la campagna di PlanBecause I am a Girl’ e con il suo compleanno si è segnato l’inizio dei 100 giorni che mancano all’11 ottobre ovvero alla Giornata Internazionale della Bambina che coincide con la celebrazione nel mondo della campagna.

Proprio in occasione del compleanno di Malala, Plan Italia ha annunciato che Elena Di Cioccio ha accettato di diventare la testimonial in Italia della campagna ‘Because I am a Girl‘. L’attrice e conduttrice televisiva ha maturato la sua scelta di unirsi alla causa della onlus dopo aver visitato i progetti di Plan in Ghana, dove ha potuto toccare con mano l’importanza del girl empowerment tramite progetti mirati, come il microcredito femminile, l’efficacia dell’istruzione delle bambine come strumento per uscire dalla povertà e quindi la necessità di riportare a scuola le ragazzine che per varie ragioni se ne sono allontanate.

I diritti delle bambine e l’uguaglianza di genere sono temi molto cari a Elena Di Cioccio per motivi sia personali sia professionali. La conduttrice si è commossa e appassionata nel vedere il coraggio e la forza con cui le ragazze affrontano il difficile percorso verso l’istruzione e l’emancipazione di genere, trovandosi a combattere ogni giorno contro un ventaglio di discriminazioni che abusano del loro corpo con la pratica delle mutilazioni genitali, le spingono a sposarsi prematuramente e a lasciare la scuola, permettono violenze psicologiche e fisiche.

“La discriminazione di genere – ha sottolineato Di Cioccio – miete vittime in tutto il pianeta a prescindere dalla geolocalizzazione. Se nei paesi sviluppati, ricchi di cultura umanista, gonfi di benessere, dove le regole sociali dovrebbero garantire una certa equità, ad uccidere le donne sono la follia del possesso, la gelosia o la competizione uomo-donna. Nei luoghi dove manca tutto, dove ricchezza e istruzione sono appannaggio di pochi, la lotta per la sopravvivenza diviene feroce e sono gli indivuidi fisicamente più fragili a subirne le conseguenze. Ci sono nazioni che cooperano allo sviluppo dei mercati mondiali e che sul loro suolo ammettono, giustificano e perpetrano ogni tipo di abuso nei confronti del genere femminile. L’altra metà dell’umanità. Quella che genera. La vera rivoluzione del prossimo secolo sarà quella di dare valore all’essere umano con tutte le sue differenze”.

Elena Di Cioccio è stata un una delle principali protagoniste del recente evento televisivo su La7 di Plan Italia, Prima le ragazze! Girls first!, con cui la onlus ha lanciato il suo ritorno in Italia dopo 50 anni. Migliaia le chiamate per esprimere l’adesione a Plan Italia e a condividere l’importanza del tema della lotta alla discriminazione delle bambine.

La Campagna Internazionale di Plan ‘Because I am a Girl‘ ha come obiettivo un’istruzione di qualità di almeno nove anni per 4 milioni di bambine nel mondo che a causa della povertà rischiano di rimanere ai margini della società. L’anno scorso per la Giornata Internazionale della Bambina il pianeta si è illuminato di rosa: dall’Empire State Building alla London Eye di Londra, dalle Cascate del Niagara alle Piramidi d’Egitto, dalla Sirenetta ai principali monumenti indiani. Anche Plan Italia ha fatto la sua parte illuminando l’Ottagono della Galleria di Vittorio Emanuele II a Milano. Un’ondata rosa che ha attraversato il mondo per focalizzare l’attenzione sulle bambine e sui loro diritti.

Elena Di Cioccio durante la trasmissione Prima le ragazze!
Elena Di Cioccio durante la trasmissione Prima le ragazze!

Walaa Hussein: una ragazza oltre ogni limite

Sabato 13 luglio 2013 Dietrich Alexander ha pubblicato un articolo che racconta la storia di Walaa Hussein sul quotidiano Die Welt. Riporto qui i passaggi più interessanti di questo articolo da me tradotti in italiano.

Israeliana, palestinese, giocatrice di calcio nel campionato di Israele e della nazionale palestinese: come si può essere tutto ciò contemporaneamente? “Io sono araba, palestinese e israeliana ma prima di tutto sono una persona”, dice Walaa Hussein. La ventiquattrenne ha infatti superato ogni limite: è una donna forte e sicura di sè che ha trovato la sua strada tra checkpoint, ostacoli, tradizioni famigliari e modernità nella regione del mondo più dilaniata dai conflitti.

La storia di Walaa è eccezionale poichè è Walaa stessa ad esserlo. Nata e cresciuta nelle vicinanze della città costiera Akko in Israele, non accetta di rientrare in alcun schema, rifiuta le tradizioni e gli obblighi imposti dalla sua famiglia e dalla società che la volevano vestita in modo femminile e sposata.

“Walaa è una persona istintiva che minimizza l’importanza dei conflitti nel Vicino Orinete per poter respirare e vivere nel modo migliore”, afferma Noemi Schneider l’autrice del libro sulla donna giovane e decisa ‘Kick it, Walaa! Das Maedchen, das ueber die Grenzen geht‘ (Kick it, Walaa! La ragazza che va oltre ogni limite).

Walaa è una palestinese del ’48, discende da quegli arabi che dopo la fondazione di Israele nel 1949 sono rimasti nello stato ebraico. Allora erano in 100.000, oggi sono un milione e mezzo di persone. Un quinto degli abitanti di Israele ha quindi origine arabo-palesitnese proprio come Walaa che gioca per il Ramat Hascharon, squadra isrealiana di Serie A, e per la nazionale palestinese. Si dovrà decidere prima o poi? “No, no”, dice a Die Welt. “Quando sono nata non avevo scelta”. In Israele è israeliana, in Palestina è palestinese. In entrambi i luoghi è un’esotica: sia in Israele che in Palestina si sente a casa ma contemporaneamente no.

Walaa è così perchè suo padre Rassan glielo ha permesso andando anche contro alla propria moglie. La sua famiglia vive a Schaab che si trova vicino ad Akko nella parte settentrionale di Israele. Rispetta le regole del corano ma non in modo puristico. Walaa da bambina non desiderava avere bambole ma a quattro anni giocava già in una scuola calcio. A suo fratello Murad, più grande di lei di un anno e mezzo, tutto ciò non piaceva. “Sei una ragazza e le ragazze non giocano a calcio”, diceva. Anche la mamma era dubbiosa sulle scelte della figlia. Solo il papà Rassan la capiva e la faceva correre, allenare e giocare. Raramente la si vedeva infatti senza un pallone.

Gli scout israeliani e palestinesi notarono presto le sue qualità di attaccante. A 14 anni Walaa gioca la sua prima partita con il Sakhnin e segna i due gol della vittoria contro l’Hadera. La sua prestazione convince persino il fratello Murad che dopo il fischio finale le da una pacca sulla spalla e le dice “Gioca! Sei brava. Continua!”. Sarà l’unica partita che guarderà della sorella. Murad è campione israeliano di bodybuilding e ha scelto di vivere secondo uno stile di vita conservativo e religioso. Una sorella indipendente e giocatrice di calcio non si addice a questa scelta di vita.

Il talentscout isrealiano Roni Schneider invita Walaa, che allora aveva 15 anni, a fare un allenamento di prova nella nazionale. A 16 anni entra a far parte della rosa dell’Under 19 e gioca a livello internazionale.

Walaa non vuole farsi strumentalizzare ed è convinta della sua indipendenza in quanto persona. Quando gioca per la nazionale palestinese mette la mano sul cuore durante l’inno. Si è decisa quindi? Nient’affatto. La prossima stagione giocherà di nuovo per la società israeliana Hascharon.

In autunno finirà di studiare fisioterapia. Al suo paese aspettano di vederla sposata. Questo significa che dovrà smettere di giocare a calcio perchè non ha ancora trovato un secondo Rassan. Walaa è sempre andata oltre a limiti, contraddizioni e modelli di ruolo. Svia ancora però dalla questione più difficile della sua vita: forse in fondo non è così forte da ribellarsi alle norme e alle aspettative della società nei suoi confronti. La risposta infatti nella quale trasmette più ansia e ostinazione è: “Non voglio diventare grande”.

Walaa Hussein, foto da Die Welt
Walaa Hussein, foto da Die Welt

Voci di donne: Come l’istruzione può cambiare la vita in Africa

Hai un minuto? E se ce l’hai come vorrei riuscire a farlo diventare un sempre…” canta Mina nella sua ‘Itaca’, trasmessa in anteprima assoluta durante la trasmissione di Plan Italia, Prima le Ragazze, su La7 lo scorso 5 Giugno.

La Signora della musica italiana ha voluto così testimoniare la sua vicinanza all’impegno di Plan Italia, promotore di campagne a tutela dei diritti delle ragazze che non hanno la possibilità di studiare. In realtà, se ci si riflette, un minuto di attenzione nella vita delle bambine può significare un sempre.

Per Fatma Ndaw è stato veramente così: nata nei sobborghi di Dakar, in Senegal, a sei anni è rimasta orfana ma non ha smesso un minuto di studiare anche quando è stata costretta a sposarsi a soli 15 anni con uno zio, rimanendo subito incinta.

Fatma non si è persa d’animo, perché ogni minuto è prezioso, e ha lasciato il marito che voleva altri figli e con il sostegno di sua zia è riuscita ad andare all’università di Dakar laureandosi in Lingue. E’ diventata insegnante, ha comprato una casa per lei e sua zia. Non si è però fermata lì! Ora sta collaborando con Plan Senegal nel progetto ‘1.000 Girls‘ per trasmettere la lezione più importante che ha imparato ossia che l’istruzione è lo strumento per cambiare la propria vita.

Ci sono ancora 66 milioni di bambine nel mondo che non vanno a scuola e a una su tre viene negato l’accesso all’istruzione scolastica proprio perchè femmina.

In particolare i paesi dell’Africa centro-occidentale soffrono di una forte disparità di genere che si traduce nella mancanza di istruzione scolastica per le bambine. Infatti le zone occidentali hanno il livello di istruzione più basso nel mondo.

Secondo dati ufficiali negli 11 paesi africani della fascia occidentale 14 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola e quasi otto milioni sono bambine. Nelle aree rurali la percentuale dei bambini senza istruzione arriva al doppio in confronto a quella dei bambini che vivono nelle aree urbane. Inoltre la percentuale di abbandono scolastico grava pesantemente sulle ragazze e le cause sono espresse dai matrimoni prematuri, dalle molestie, dalle violenza di natura sessuale e dalla mancanza di infrastrutture che aiutino le differenze di genere come, ad esempio, i bagni separati.

Il lavoro di Plan nei confronti dell’istruzione delle bambine nell’Africa centro-occidentale si fonda su tre elementi interconnessi: un uguale accesso all’istruzione, un’istruzione di qualità e il coinvolgimento delle istituzioni scolastiche. Inoltre Plan lavora con i governi sia locali sia a livello nazionale per sensibilizzarli verso il rispetto dei diritti di tutti i bambini soprattutto delle bambine.

Perché ‘trasformare un minuto in sempre’ nella vita delle bambine del mondo si può fare, ce lo insegna Fatma Ndaw.

Per informazione su come sostenere una bambina a distanza con Plan Italia, si può chiamare il numero: 0039-039 6848701 – email: info@plan-italia.orgwww.plan-italia.org.

Fatma Ndaw
Fatma Ndaw

Fondazione Marisa Bellisario: donne eccellenti!

Per una donna fare carriera è più difficile ma è più divertente“.

Venticinque anni fa Marisa Bellisario lasciava la consapevolezza che ogni donna, se determinata e coraggiosa, in grado di osare e inseguire le proprie ambizioni, può raggiungere qualsiasi traguardo, nella vita come nel lavoro. La Bellisario, scomparsa nel 1988, era definita manager dura ma corretta dalla stampa internazionale e il suo percorso professionale in Olivetti è degno di ammirazione. Infatti la sua è la prima carriera in Italia nell’ambito delle telecomunicazioni e dell’informatica e la prima di respiro internazionale, perché è lei stessa a scrivere di “aver scoperto venti anni prima di economisti ed esperti che un’impresa deve essere internazionale”.

Ogni anno dal 1989 la Fondazione che da lei prende il nome, presieduta da Lella Golfo, premia le eccellenze femminili che si sono distinte nella professione, nel management, nella scienza, nell’economia e nel sociale a livello nazionale e internazionale. ‘Donne ad alta quota‘ è un premio pensato per riconoscere l’impegno delle donne nel lavoro che quest’anno si è svolto il 20 giugno.

La Fondazione Marisa Bellisario promuove lo studio e la progettazione di azioni rivolte al mondo del lavoro, dell’imprenditoria femminile e del management con interesse particolare verso le nuove tecnologie. La Fondazione desidera valorizzare le professionalità femminili che operano nel settore pubblico e privato e promuove una cultura attenta alla parità in un dialogo aperto nella società. Ha come obiettivo principale quello di richiamare costantemente l’attenzione del mondo politico, delle istituzioni, dell’imprenditoria e del mondo del lavoro su idee e progetti innovativi, per promuovere e sostenere l’affermazione delle professionalità femminili in ambito nazionale ed internazionale.

Decisionismo, capacità e competenze coniugate con l’esperienza maturata a livello internazionale hanno fatto del profilo professionale di Marisa Bellisario una donna lungimirante e coraggiosa. La Fondazione Bellisario porta avanti il suo impegno che ha rappresentato per la storia femminile un simbolo dell’affermazione della parità tra uomo e donna.