Sono nelle campagne e ho appena assistito a una bella scena. C’erano una mamma con i suoi due gemellini: un maschio e una femmina, che avranno avuto tre anni. La mamma correva in avanti e motivava i bambini a fare lo stesso raggiungendola. Li accoglieva poi con un abbraccio quando arrivavano da lei.
Questa scena mi ha fatto pensare a quanto noi adulti siamo di esempio. A quanto noi, se pratichiamo sport, possiamo motivare i nostri figli a vedere questa attività come importante. Questo principio si applica per ogni attività che compiamo.
A volte non ci rendiamo conto di quanto potere ci sia nelle nostre azioni. Abbiamo il dovere di sceglierle in modo ponderato perché veniamo osservati e questo non vale solo per i genitori ma per ognuno di noi.
Sarà che quest’anno senza andare al lavoro l’ho vissuto in maniera piena e intensa che ieri mi sono ritrovata a pensare a un altro periodo di inattività lavorativa che ho avuto nel 2015/2016.
Quando a maggio 2015 mi sono trasferita a Stoccarda da Karlsruhe, mi ero licenziata da 1&1 senza avere un impiego. Nella regione di Stoccarda l’industria forte è quella automobilistica e io non avevo assolutamente alcuna esperienza in questo settore. Ci ho messo un anno intero a trovare un impiego.
Era anche morto da poco mio padre e avevo molto da processare. Vivevo ogni giorno all’insegna della ricerca di un posto di lavoro e cercavo di approfondire alcune tematiche che trovavo interessanti, come il project management. I pensieri relativi al lutto però ingrigivano le mie giornate.
Quando in autunno non avevo in mano ancora nulla di interessante, decisi di darmi un tono e di uscire comunque la mattina presto, non per andare in ufficio, ma per andare in biblioteca. Ne frequentavo due: quella dell’università e quella grande a forma di cubo nel centro di Stoccarda. Facevo lì le mie ricerche e i miei approfondimenti. Avevo accesso a internet in entrambe le biblioteche. In quella universitaria, infatti, scroccavo le credenziali di un’amica allora studentessa.
Quell’uscire di casa per recarmi in biblioteca credo mi abbia salvato. Avevo un luogo diverso da frequentare che era per me un posto sicuro dove andare.
Nel periodo universitario ho frequentato molto le sale della biblioteca della mia università ed ero in grado di concentrarmi senza distrazioni. Così come allora, anche nel periodo di inattività lavorativa, andare in biblioteca mi ha dato un motivo per alzarmi volentieri la mattina. Non mi sentivo sola ad affrontare la mia battaglia ma ero parte di un insieme.
Mio padre, quando a sei anni fece con me la tessera della biblioteca di Gaggiano, mi disse: „Questa è la tessera più importante che possederai!“. A lui la lettura ha aperto i confini della mente e questa sua passione per i libri l’ha trasmessa anche a me.
Tutto questo per affermare che: la biblioteca è un luogo di incontro, un luogo in grado di far crescere lo spirito e di dare una direzione, quando questa non è chiara.
Non sono molto ispirata oggi a scrivere un post e allora mi rifugio nella gratitudine.
Sono grata a te che ti prendi il tempo di leggermi ogni settimana o quando ne hai voglia.
Sono grata per i tuoi commenti: a voce, qui sui social o con messaggio privato.
Scrivere è per me un bisogno che soddisfo innanzitutto per me.
I miei testi però non sarebbero utili senza te che li leggi.
Il 2025 per me è stato un anno importante fuori da questo spazio: sono diventata mamma, non sono andata in ufficio neanche un giorno e comunque mi sono sentita di avere un compito importante, ho ripreso ad andare a camminare quotidianamente, ho praticato sport e meditazione con disciplina e ho partecipato a corsi da genitore. Sono cresciuta molto continuando a scrivere con dedizione: qui, sui miei diari e alle persone per me importanti. Io, in realtà, non posso fare a meno della scrittura.
A conclusione di questo anno insieme ti ringrazio. Grazie per essere lì davanti a quello schermo a leggermi!
Fatemi camminare e sarò felice. Lasciatemi scrivere e mi sentirò completa.
Ascoltando la puntata del 16 dicembre de Il Volo del mattino, quando Fabio Volo ha condiviso un ricordo relativo a suo padre, ne ha sbloccato uno a me.
Come il padre di Fabio Volo, anche il mio non era solito farmi complimenti o esprimere i suoi pensieri relativi a me. Quando però mi capitava di parlare con qualcuno con cui lui si era confidato, sentivo spesso questa persona riferirmi quanto mio padre fosse orgoglioso di me. La mia reazione più spontanea era sempre la stessa. Chiedevo immediatamente: „Perché, cosa ha detto?!“. Ero curiosa di sapere dalla bocca di una terza persona cosa lui pensasse veramente di me.
Quando ero ragazzina ho iniziato a definire il mio papà un orso buono. Nella nostra ultima telefonata trovò però la forza per esprimermi direttamente il suo orgoglio. Era scettico sulla mia scelta di trasferirmi in Germania ma, durante quella conversazione, mi disse quanto fosse felice che io avessi insistito per realizzare il mio sogno. Mi disse tante altre belle cose che se ci penso mi commuovo.
In questo ultimo periodo penso molto a mio papà, che viveva le feste in maniera difficile. Il motivo non mi è chiaro ma sono giunta alla conclusione che non dobbiamo avere una risposta a tutto.
Io oggi vedo le feste natalizie in modo diverso rispetto a prima, quando l’evento religioso aveva un’importanza differente nella mia famiglia. Credo però che sia normale tornare indietro con la memoria ricordando il mio papà in questi giorni. Chi non c’è più vive nel nostro ricordo e le feste sono spesso momento di riflessione.
Il panettiere è uno dei miei luoghi preferiti per osservare il mondo. È accessibile a tutti ed è per me un’ottima finestra da cui ammirare la società.
Il sabato mattina vado sempre alla panetteria Raisch di Weil der Stadt a comprare i Brezel e il pane per la nostra colazione lenta del weekend. Da Raisch lavora, credo da prima che io mi trasferissi qui, una signora gentile. Noi la chiamiamo a casa „la signora che fa girare il negozio“ perché è gentile ed efficiente. Da ai clienti doverosamente del Lei ed è discreta e professionale. Qualche settimana fa mi sono accorta che sul suo cartellino con il nome c’era scritto che lei è la direttrice della filiale. Non potevano scegliere persona migliore, ho pensato.
Oggi, dopo aver servito me, l’ho osservata servire un bambino di 9 o 10 anni a cui lei ovviamente ha dato del tu. Mi è sembrato così dolce il modo in cui ha elaborato le sue richieste che mi sono lasciata del tempo a impacchettare le mie cose per non perdermi la scena. Quando il ragazzino aveva pagato, l‘ho vista prendere un biscottino e offrirglielo. In quel momento si è accorta che io la stavo osservando e mi ha sorriso timidamente. Io, che mi son sentita scoperta, allora le ho detto: „Ne sarà felice!“. Quando il bambino ha allungato la mano per prendere il biscotto sono uscita.
A me chi esegue in modo gentile il proprio lavoro sta immediatamente simpatico. Credo sempre che svolgere il proprio compito in maniera corretta e amichevole sia un valore aggiunto. La gentilezza è positivamente contagiosa.
Sii la fonte fondamentale di supporto di cui hai bisogno.
Tamara Levitt
Mercoledì sera, durante la mia quotidiana sessione di meditazione con la app Calm, l’insegnante Tamara Levitt ha pronunciato questa frase. Io sono stata subito catturata dal suo significato. Venivo da una settimana tosta, nella quale in famiglia tutti siamo stati colpiti da un virus gastrointestinale. Ero scarica, avevo mal di schiena ma quella frase mi ha subito riportata nel qui e ora.
Mi sono accorta di non aver bisogno di altro che della mia compassione, che avevo tutto il necessario per riprendermi e ricaricarmi. Ho iniziato a notare quanto il mio respiro si facesse più profondo e la tensione nella schiena diventasse più leggera.
Di me, ho soltanto bisogno di me. Di trattarmi con gentilezza e di credere nelle mie risorse. Sono io a potermi dare lo slancio per ripartire, sempre io a costruire una base solida di fiducia in me stessa.
Ogni tanto, presi come siamo dalla vita, ci dimentichiamo che abbiamo tutti i mezzi per viverla bene.
Sui social se ne leggono diversi di post che esaltano le routine: in particolare quella della mattina e quella della sera. Lungi da me scriverne un altro.!
Io però so quanto sia vero quello che viene divulgato dai vari content creator. Mi voglio soprattutto soffermare sulla costanza perché è questa a fare la differenza nei giorni in cui ci alziamo stanchi o ci sentiamo fuori equilibrio.
La costanza ci salva perché il nostro cervello riconosce il sentiero e si placa.
È quando non ho voglia di srotolare il tappetino di yoga che quello che sto cercando di evitare è proprio quello di cui ho bisogno. Ho imparato a ingannare la mia mente infilandomi appena alzata i vestiti sportivi, non lasciandomi così altra scelta che quella di allenarmi. Concluso l’allenamento, mi sento meglio e più motivata a intraprendere le attività che mi sono prefissata per la giornata. Sono anche una persona migliore con cui rapportarsi.
Insegnare al nostro cervello abitudini positive aiuta nel vivere le giornate più in linea con i nostri valori.
Ognuno di noi sa cosa gli faccia bene e non importa quante scuse cerchi di inventarci: ritornare a quelle pratiche permette di avvicinarsi sempre di più a quella versione di noi che tanto ci piace.
Sii quindi costante, svolgi i tuoi compiti ogni giorno.
Per diversi anni ho combattuto con problemi di insonnia. Avevo difficoltà nell’addormentarmi e, quando ero più giovane e inesperta in questa tematica, tendevo ad andare in agitazione. Mi chiedevo come mai non riuscissi a prendere sonno e mi imbucavo in una spirale di pensieri che non faceva altro che portarmi in ansia. Più pensavo di dover dormire, più non ci riuscivo.
Tendevo a saltare da un pensiero all’altro e, il più spesso delle volte, questi pensieri non avevano alcun senso o importanza. Facevo quello che io allora chiamavo „il giro dell’orologio“ e, quando mi alzavo, sentivo già l’ansia per la notte successiva. Era un continuo preoccuparsi e questo non mi aiutava nella gestione della mia difficoltà.
Con il tempo ho imparato a conviverci: ho semplicemente una mente irrequieta che fatica a spegnersi a fine giornata. Ho imparato allora a creare una routine serale che mi permettesse di trovare tranquillità. Abbasso le luci, scrivo, leggo libri o riviste cartacee, pratico la gratitudine attivamente e medito. Presto molta attenzione alla mia igiene del sonno cercando di andare a dormire sempre alla stessa ora.
Quando però ancora oggi mi capita di impiegare più tempo nell’addormentarmi, mi ripeto un’affermazione che per me fa la differenza: „Io lo so che anche questa notte riuscirò ad addormentarmi, non importa quanto tempo ci impiegherò ma sono sicura di essere in grado di farlo“. Questa frase mi incoraggia e mi da speranza quando la mia testa inizia a preoccuparsi dell’orario e di quello che mi aspetta il giorno successivo. Questa frase è positiva e sottolinea quanto io abbia fiducia nei miei mezzi. So di saper governare i miei pensieri, so di saper sempre tornare alla calma e so di sapermi addormentare.
Oggi non vado più in ansia per il sonno e lo vedo con più tranquillità rispetto a prima perché ho fiducia che il mio corpo sarà in grado di prendersi il riposo che merita.
La mia strada verso il sonno è come un bosco che conosco bene, alla fine ne esco felice.
C‘è una panchina nelle campagne di Weil der Stadt che io mi porto nel cuore. Mi ci sedetti la prima volta in un giorno molto soleggiato fuori ma per me molto grigio dentro. Era uno di quei giorni in cui mi sono dovuta obbligare a uscire all‘aria aperta per scappare dai miei pensieri cupi.
Su quella panchina, quel giorno di qualche inverno fa, io mi accorsi per la prima volta del sole che mi illuminava il volto. Il mio respiro e i miei pensieri si calmarono. Ripresi fiducia.
Quando la testa non sta bene, mettere il naso fuori di casa aiuta sempre. È una cosa in grado di scuotere l’umore migliorandolo significativamente.
Stamattina mi ci sono riseduta su questa panchina con un’impostazione mentale totalmente diversa. Ci ho fatto una pausa, ho letto il giornale e ho ripensato ad allora, a quanto io mi sentissi persa e a quanto bene quei raggi di sole in quel posto mi fecero.
Oggi il tempo è grigio fuori ma sereno dentro di me e di questo sono grata.
Non è questa la panchina, ne ho fotografato un‘altra perché quella del testo la porto nel mio cuore.
Le emozioni sono come rondini: volano a turno sopra di noi. È nostro compito non permettergli di costruire un nido sulla nostra testa.
Se c’è una cosa che ho imparato praticando la consapevolezza è lo stare con le mie emozioni più scomode. Sono in grado di riconoscerle e di lasciargli uno spazio da me definito. So concentrarmi sul respiro riportandomi al momento presente. Sono in grado di non lasciarmi trasportare nel loro vortice ma di rimanere a galla.
Ieri mi sono accorta di questi miei progressi. Provavo ansia e sono stata capace di conviverci per qualche momento. Ho ascoltato della musica dolce, concentrandomi sulle parole dei testi. Ho respirato, guardato il sole e, piano piano, l’intensità della mia ansia ha iniziato a diminuire. Mi sono affidata al corso della vita perché la mia ansia era legata a una situazione che io non potevo controllare e di questo ne ero consapevole.
Gestire le proprie emozioni imparando a conviverci credo sia un segreto del diventare adulti. A scuola purtroppo non ce lo insegnano ma ci pensa la vita a farlo.
Io ti auguro di trovare strategie per convivere con i tuoi mostri non alimentandoli ma facendoli diventare il più piccoli possibile grazie alla consapevolezza. Ti auguro soprattutto di non essere mai troppo orgoglioso per chiedere aiuto.
Ieri, sollevata per aver gestito bene la mia ansia