Vivere lontano da casa non è per tutti. Devi avere un cuore grande, grande a sufficienza per far da valigia a tutto ciò che lasci: gioie e dolori, amici e amori. Questo bagaglio cardiaco che batte anche quando tocchi un suolo che non ti appartiene o quando sei steso su un materasso che non ha la tua forma e un cuscino scomodo, e guardi il soffitto chiedendoti dove stai andando. Amici che non sono i tuoi, una città che non è tua. Devi avere un cuore grande, così grande da far spazio a cose nuove. Un cuore che a volte temi che altri si siano scordati, perché il presente ha preso il sopravvento nelle loro vite. Un cuore grande, ma non troppo forte. Allora è lì che si ferma un attimo. Va in arresto, ti confonde e non sa più chi sei. Così ti stendi sul materasso che ora ha subito un po’ il tuo peso, e il cuscino è più molle da una parte e ti chiedi chi stai diventando più che dove stai andando. Perché quando parti, più che muoverti verso una destinazione, vai verso un destino, il tuo.
Marco Giannetti
Ho trovato questo testo oggi postato su LinkedIn da Giulia Borriello, la psicologa degli italiani a Berlino. L’ho trovato vero e mi ci sono rivista soprattutto nei primi anni ma alcuni passaggi sono ancora per me attuali. Stando lontano impari a camminare con le tue gambe, a scegliere le amicizie con cautela, a stare da solo e a sentire la mancanza. Cresci, senza ombra di dubbio.
Io sono partita il 12 febbraio 2012 con una valigia gialla grande ma il mio bagaglio di vita oggi è davvero enorme. Sono grata di aver avuto il coraggio di lasciare per trovarmi.
Spesso tendiamo a rimandare un’attività a un altro momento però di questo momento non abbiamo certezza. L’unico controllo che possiamo esercitare è sul presente e allora perché procrastinare invece di passare subito all’azione?! Il domani, infatti, non è scontato.
Se puoi quindi fai ora sport, prendi in mano ora quel libro, manda ora quella candidatura per quell’azienda per cui vorresti lavorare da tempo, prendi il telefono e chiama ora quell’amico lontano e concediti ora quel bagno rilassante dopo una settimana dura. Fai quello che devi fare quando lo devi fare ma non dimenticare di goderti il momento presente sia da solo che in compagnia di qualcuno. Regalare la tua presenza totale a te stesso e agli altri è il dono più grande che tu possa fare.
Sii disciplinato, non smettere di essere curioso e di imparare, mantieniti impegnato e non sprecare il tuo viaggio rimandandolo a un altro momento. Del futuro non c’è certezza, oggi è il regalo più grande che abbiamo per questo, infatti, dicono si chiami presente.
Il trekking è l’attività durante la quale io sono del tutto con me
Questa settimana ho fatto fatica. Sicuramente capita anche a qualcuno di voi di trovare difficile stare nella propria pelle. Sentire una pesantezza sullo stomaco e non sopportare il proprio modo di essere in quel momento.
Ieri per me era una giornata così. Sarei voluta uscire dal mio corpo e darmi uno scossone. Per non stare ferma nei miei pensieri pesanti ho deciso di agire. Uscire dopo il lavoro, andare a camminare nei campi in compagnia e lasciare spazio a miei pensieri esprimendoli in parole. Non potevo scegliere medicina migliore. Ha funzionato!
Più si cresce e più si è confrontati con emozioni forti, con pensieri che occupano la mente e rischiano di paralizzare. È importante imparare a conviverci, a gestirli e a esprimerli. Uno dei metodi più consigliati è proprio quello di passare all’azione, di interrompere i pensieri e impegnare la testa in un’attività.
Tra le tante cose che vengono insegnate a scuola manca, secondo me, la consapevolezza. È un tema che mi sta molto a cuore e con il quale io mi confronto quotidianamente perché è fondamentale. Con gli anni la vita te la insegna ma perché non educare fin da piccoli a nominare le proprie emozioni e a implementare tecniche che li aiutano a farci i conti se difficili?! Alleggerirebbe sicuramente il loro bagaglio emotivo.
Saper guardarsi dentro ed essere in grado di trattarsi con gentilezza quando il gioco della vita si fa duro è un grande vantaggio. Impariamolo ma soprattutto insegniamolo ai più piccoli.
Una finestra sull’anima è come una finestra sul mare: ci si affaccia sull’infinito.
Ho pensato spesso di scrivere cosa per me significasse giocare a pallavolo ma non mi sono mai sentita in grado di farlo. Ci provo oggi, perché bisogna sempre affrontare i propri pensieri esprimendoli. Ho iniziato la mia carriera pallavolistica da tifosa. Sì, perché io ero la più grande tifosa della squadra nella quale giocava mia sorella piú grande. Andavo a vedere le partite, applaudivo e incitavo tutte le giocatrici. Attivamente mi sono avvicinata alla pallavolo giocando in cortile e all’Oratorio. In estate con tre delle mie più care amiche d’infanzia ci sfidavamo in cortile con un cancello come rete, interrompendo le nostre partite avvincenti solo quando doveva entrare una macchina. Un giorno arrivò Alice da noi e ci informò che la Freccia Azzurra, la squadra dell’Oratorio di Gaggiano, voleva formare una squadra Under 12. Ovviamente mi iscrissi immediatamente. Iniziò così per me l’approfondimento di una disciplina che mi ha formato sotto diversi punti di vista. Raramente ho saltato un allenamento, mai una partita se convocata. Ho giocato in quasi tutti i ruoli: mi manca solo quello del palleggiatore, perché il palleggio non è mai stato il mio punto di forza. Il ruolo che mi è rimasto nel cuore è quello del libero. Io sono un libero anche nella vita. Prendo legnate, mi butto per terra, grido ma mi rialzo, cercando sempre di non fare cadere la palla che nella vita è per me sinonimo di dignità. Giocando a pallavolo ho imparato tanto: è uno sport di gruppo ed è uno sport intelligente. Senza testa e senza spirito di gruppo non si va lontano. Non ho raggiunto traguardi pallavolistici importanti e per me la pallavolo è sempre stato uno sport, uno svago, una chiamata. Non lo ho mai messa prima della scuola. Per diversi anni ho passato cinque giorni alla settimana in palestra, anche allenando, ma non è stato mai un peso per me, anzi. Entrare sul campo significava per me pensare solo alla palla, dimenticando tutto il resto. È stato quando, per via di un infortunio alla spalla, ho dovuto imparare a farne a meno che ho iniziato a vacillare. Ho imparato però che nella vita avere una routine ed interromperla ha conseguenze. È estremamente importante non abbarttersi e crearne una nuova routine dandosi del tempo. Oggi, che sono più di dieci anni che ho smesso di giocare a pallavolo, ancora faccio un po’ di fatica a trovare in altri sport quella stessa passione. Lo sport rimane però per me di vitale importanza, so di doverlo e volerlo praticare con disciplina e costanza. Il mio corpo e la mia mente ne giovano sempre. Quando prendo però in mano una palla da pallavolo, scatta dentro di me immediatamente quella voglia di mettermi contro un muro e fare una battuta. Credo proprio questa sensazione mi accompagnerà per tutta la vita. Alla pallavolo sono grata per tutto ciò che mi ha insegnato e per chi sono diventata praticandola.
Un tour dell’Andalusia, due zaini, diversi biglietti di bus e treno prenotati in anticipo, innumerevoli check-in online, inserire un numero indefinito di volte il nostro numero di carta di identità, pagare tutto con la carta ché gli spagnoli sono diventati digitali dopo la pandemia. Due Alcazar, un Alcazaba, il Castillo di Santa Catalina, un teatro romano, salire sulla torre della cattedrale e ammirare una città dall’alto. Nuotare nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico. Ritrovarsi in spiaggia a non fare altro che guardare l’allenamento di tre giovani portieri e rendersi conto che queste vacanze, sì queste vacanze sono delle belle vacanze.
Se c’è qualcosa che corrode l’anima è continuare a girare sugli stessi pensieri. La narrativa che abbiamo con noi stessi ha un potere non indifferente sul nostro stato d’animo. Tirare fuori i nostri pensieri, che sia in modo scritto o verbale, è spesso la soluzione migliore per alleggerire il peso di cui carichiamo la nostra anima.
C’è una tecnica che per me è molto efficace: si chiama in inglese Talk it out, tiralo fuori parlando. È molto semplice, io la uso in questo modo: quando cammino, metto gli auricolari e inizio a parlare di quello che mi gira per la testa. A volte lo faccio registrando un messaggio vocale a un’amica che poi non spedisco. Chi mi vede pensa io sia al telefono mentre io invece esteriorizzo ciò che mi impegna i pensieri.
Un altro metodo è quello di scrivere le proprie preoccupazioni, prima di andare a dormire, su un quaderno in modo da non portarsele in camera da letto. Scrivendo facciamo uscire quei pensieri negativi alleggerendoci.
Entrambi i metodi aiutano ad aprirsi e a classificare i propri pensieri non tenendoli dentro. Ovviamente ancora più effettivo è incontrare amici o famigliari con cui confrontarsi di persona però non sempre ci si sente pronti a parlare con qualcuno di ciò che ci tormenta.
L’importante è rendersi conto che il ruminare è dannoso per la nostra psiche e non ci porta avanti nel nostro percorso di vita. Che sia parlandone o scrivendo, io mi auguro tu riesca sempre a mantenere il tuo equilibrio.
Oggi, uscendo dal lavoro, l’ho respirato subito. Gerlingen, la cittadina dove lavoro alle porte di Stoccarda, è circondata dalla campagna e, quando ho aperto la porta della mia azienda per uscire, l’odore di campi concimati mi è entrato nelle narici.
Lo so, è un odore forte, però per me è un profumo. Anche Gaggiano, il paese in provincia di Milano da cui provengo, è immerso nelle campagne e ho imparato fin da bambina ad amare quell’odore di concime. Sa semplicemente di casa.
La mia professoressa di Geografia economica alle superiori diceva che a partire da Gaggiano inizia la provincia bella di Milano quella agricola. Io non posso che confermare questa sua tesi: per me Gaggiano è sempre stata la mia oasi felice.
Se c’è un odore in grado di calmare i miei sensi è proprio quello dei campi. Non c’è niente da fare: sono e rimango una ragazza di campagna.
Se c’è una cosa che ho imparato essere di fondamentale importanza è quella di riconoscere fino a che punto una cosa ci faccia bene e mettergli un limite quando ci accorgiamo di non sentirci più a nostro agio.
Non mi risulta sempre facile però credo mettere confini sia fondamentale per la propria crescita personale. Guardarsi dentro, essere sinceri con se stessi e proteggersi per preservare il proprio equilibrio. Nessuno e nessuna cosa hanno il diritto di scuoterlo.
Preservare le proprie energie e incanalarle nel modo che per noi è più giusto, senza sentirci in dovere di compiere un’azione solo per compiacere qualcun altro: questa è la vera libertà.
Tutto ha un limite, anche la nostra vista. Questa per me è speciale.
Chi ha scelto di vivere lontano dal luogo dove è cresciuto probabilmente si ritroverà in queste parole.
Quando a febbraio 2012, in otto giorni, presi la decisione di trasferirmi e lavorare a Karlsruhe, in Germania, non mi era del tutto chiaro cosa questa scelta implicasse.
Ricordo che i primi otto mesi li trascorsi così concentrata a superare il periodo di prova da 1&1 che non sentii la necessità di ritornare a Gaggiano, il mio paese di origine nella provincia di Milano. Le mie migliori amiche di sempre, allora, mi fecero la sorpresa più grande e più bella che io abbia mai ricevuto e affrontarono un viaggio a stretto contatto per arrivare a citofonare un nevoso sabato di fine ottobre al portone del mio appartamento condiviso. Avevano organizzato tutto senza dirmi niente e io mi sentii così felice di averle nella mia nuova realtà di vita.
La vita qui con gli anni mi ha regalato persone ed esperienze nuove che mi hanno arricchito il cuore. Mi ha tolto a 27 anni però una persona così importante come mio padre e affrontare la sua perdita da sola e lontana dai miei famigliari è stata un’esperienza a sé. Sul mio 27esimo anno di vita potrei scrivere un romanzo: è stato l’anno più brutto e più bello della mia vita. Ho perso papà e ho trovato un compagno di vita.
La lontananza non mi permette di essere presente nella vita dei miei nipoti né tanto meno di instaurare un rapporto profondo con i figli delle mie più care amiche. Sono la zia e quell’amica della mamma che si vede due o tre volte l’anno. Sì, perché col tempo ho dovuto imparare che le vacanze dal lavoro sono un momento di riposo, scoperta e rigenerazione e il tornare a casa durante quei giorni costa molta energia. Io desidero vedere tutti e tutti desiderano vedere me così che i rientri richiedono un vero e proprio talento nel project management.
La mia strada qui in Germania è stata scossa diverse volte dal terremoto di una malattia che mi accompagna da quando ho 19 anni e con cui ho imparato a convivere qui, in un’altra lingua e lontana da certi affetti che mi avrebbero reso il percorso forse un po’ più leggero.
La strada che ho scelto è la mia, mi è costata molto ma mi riempie di orgoglio. Non è sempre facile mantenere questa scelta e ci sono giorni, non ultimo questo martedì, nei quali mi viene in mente di mandare tutto all’aria. Non lo faccio e non credo sarei mai in grado di farlo perché so quanta fatica ci ho messo per arrivare dove sono oggi.
La vita è fatta di scelte importanti che ci conducono a diventare adulti. Non voglio affermare che non si debba tornare indietro sui propri passi, perché a volte fare un passo indietro significa farne due in avanti. La mia scelta però di vivere in Germania è per me indiscutibile, non sono in grado di immaginarmi altrove. Provo però sempre una certa nostalgia quando qualcuno racconta di aver passato la serata o il weekend nella sua città di origine con famiglia e amici di sempre. Per me questo non è così a portata di mano.
Della scelta presa a cuor leggero 11 anni fa posso oggi affermare di esserne più consapevole. La mantengo e ne sono grata, anche se a volte mi risulta difficile, onorando i sacrifici compiuti finora: non sono definitivamente stati invano.
Così mi piace immaginare sia la mia strada di vita
Quante volte capita di sentirci fuori luogo: così diversi dalle persone che ci circondano. Risulta facile allora fare paragoni e i complessi di inferiorità e, ancor peggio, la sindrome dell’impostore ci assalgono. C’è solo un modo per vivere la vita al meglio: essere radicalmente contenti.
Abbiamo una sola partita da giocare e, comunque vada, ne usciremo da miglior giocatore in campo. La possibilità che abbiamo è una sola e allora perché non essere sempre contenti della nostra prestazione, anche e soprattutto in quei giorni in cui stare nella nostra pelle ci risulta faticoso.
Stai facendo del tuo meglio, io so che lo sai, non mollare e goditi la tua partita.
Apri il tuo paracadute e vola felice, foto sky-dive.de