Da un anno e mezzo a questa parte, ogni mattina, mi ritaglio dieci minuti di tempo per scrivere su un diario digitale quello che mi impegna la testa. Ho iniziato a farlo perché avevo difficoltà a iniziare le mie giornate in modo positivo e, scrivendo i miei pensieri, ero in grado di buttare fuori ciò che avevo dentro. Non rileggo mai quello che ho scritto, lo salvo però nel documento di testo e il giorno dopo ricomincio da capo.
Questa settimana, sulla rivista tedesca Flow, ho letto un articolo proprio su questa pratica. L’esperta di scrittura creativa intervistata riteneva che esprimere in modo libero su carta i propri pensieri di prima mattina può essere terapeutico. Io posso affermare che con me ha funzionato: vivo ora le mie giornate fin da subito in modo differente e non vedo l’ora di aprire il file per guardarmi dentro e chiedermi come mi senta.
Scrivere è guardarsi dentro senza giudicarsi – immagine creata con Microsoft Bing
In passato, quando mi capitava qualcosa di nuovo, la mia prima reazione era quella di agitarmi nel cercare una via per gestire la novità. Tendevo a chiudermi e a proteggere la mia situazione attuale bloccando il corso delle cose. Con il tempo però ho imparato ad applicare una strategia più costruttiva.
Taglio l‘elefante in piccole porzioni: mi concentro sul primo passo da compiere poi, a uno a uno, su quelli successivi.
Questa strategia mi permette di non perdere la calma di fronte a un cambiamento repentino, di accettarlo e di implementarlo piano piano nella mia vita di tutti i giorni. Mi da inoltre la possibilità di adattarmi alla nuova situazione rispettando i miei tempi. Non mi chiudo di fronte alla novità ma correggo il mio corso.
La vita è un continuo cambiamento e io, come un ruscello, ho deciso di adattarmi al suo corso, facendo una curva ma non permettendole di intaccare la mia direzione.
Una volta un collega, che stava vivendo una separazione dalla sua fidanzata storica, mi disse di non voler caricare i propri amici del fardello dei suoi problemi. Io pensai subito che questa sua affermazione non fosse giusta.
Condividere il proprio percorso con gli amici più stretti è una delle cose più importanti nella vita. Gli amici sono in grado di prendersi carico delle pietre nel tuo zaino e di alleggerirti il cammino.
Ho scritto in passato diverse volte quanto sia importante crearsi una rete di supporto: non devono essere molte le persone che vi fanno parte ma devono soprattutto farci sentire bene. Proprio in questi ultimi giorni ne sto sentendo in prima persona l’importanza.
Sono infinitamente grata della presenza della mia rete di supporto nella mia vita, persone per me preziose quanto l’aria che respiro. A ognuna di loro va il mio grazie più sincero per il semplice fatto che ci sono, non giudicano, fanno il tifo e mi sostengono quando io barcollo.
C’è una tradizione tedesca che io quest’anno ho deciso di fare mia. In Germania si usa, prima che incominci il periodo d’Avvento, comprare o fare a mano una corona dell’Avvento. Si tratta di una ghirlanda di sempreverdi con quattro candele, una per ogni domenica d’Avvento. Le candele si accendono, solitamente durante i pasti, una alla volta ogni domenica.
L’Avvento è un momento d’attesa e quest’anno l’attesa ha per me un doppio significato.
Ho sempre ammirato questa tradizione a casa degli altri e, per la prima volta, ho deciso di farla mia. Ho acquistato la mia corona al mercatino di Natale della scuola superiore di Weil der Stadt, sponsorizzando la gita fuori porta dei ragazzi della nona classe.
Io credo che mangiare a lume di candela dia al pasto una certa sacralità: non è scontato putroppo al mondo avere del cibo buono da consumare e di questo si dovrebbe essere grati ogni giorno, non solo durante l’Avvento.
Ich war am Freitag in der S-Bahn und hatte mir vorgenommen ein Buch zu lesen. Ich konnte mein Vorhaben während der ersten 15 Minuten der Fahrt verwirklichen, aber dann stiegen sie in den Zug ein. Drei Mädchen: Eine deutsche und zwei osteuropäische junge Frauen. Sie fingen direkt an, sich tief zu unterhalten, sodass ich beschloss, mein Buch wegzupacken.
Ich schaute aus dem Fenster und hörte unauffällig ihr Gespräch zu. Sie unterhielten sich über ihre Ausbildung als Optikerinnen und sprachen über die deutsche Sprache. Die zwei Ausländerinnen berichteten, wie sie die Jugendsprache witzig finden und wie sie mit dem schwäbischen Dialekt zu kämpfen hatten aber ihn trotzdem sehr schön fanden. Sie waren beide nicht lange in Deutschland aber bemühten sich sehr, die Sprache zu lernen.
Ein Mädchen war aus der Ukraine und seit zwei Jahren in Deutschland. Ich fand, sie sprach gut. Sie wollte bestimmt nicht unbedingt nach Deutschland ziehen aber jetzt, dass sie da ist, bemüht sich um eine Ausbildung in der sie aktiv mit Kunden sprechen muss.
Ich kann nicht sagen, dass sie mich an meine Anfänge in Deutschland erinnerten, weil ich nach Deutschland kam, als ich bereits gute Vorkenntnisse hatte, aber ich empfand für die beiden Mädchen große Sympathie.
Ich finde für viele Deutsche ist es nicht so präsent, wie schwer Deutsch als Sprache ist. Genau das war für mich immer der Grund, warum ich Deutsch lernte: Die Sprache ist schwierig und man muss sich sehr bemühen, um sie gut zu beherrschen.
Oft betrachten wir als selbstverständlich, dass jemand eine Sprache spricht, in der wir uns unterhalten können und sehen aber nicht, wie viel Mühe die Person hatte, um sie zu lernen. Sprachen sind für mich nicht nur meine Leidenschaft, sondern auch mein Beruf geworden und ich denke, man sollte allgemein mehr Geduld üben, wenn man sich mit jemandem unterhält, der kein Muttersprachler ist.
Ich stieg aus dem Zug aus und habe mich irgendwie dankbar gefühlt, dass ich der Konversation folgen konnte und dachte nach, wie vielfältig die deutsche Gesellschaft ist. Ich bin jedenfalls sehr dankbar, mit diesen Mädchen ein Teil davon zu sein.
La felicità significa essenzialmente avere un obiettivo e seguirlo con tutto il cuore senza rimpianti o esitazioni.
William Sheldon
Ho trovato questa frase in un libricino che mi ha regalato una mia amica per l’inizio della mia maternità. Credo che per mantenere un certo spirito positivo sia necessario porsi un obiettivo.
Ricordo che, quando mio papà era all’ultimo stadio della sua malattia, ricevette la visita a casa del dottor José Pablo Werba dell’Ospedale Monzino a cui era rimasto positivamente impresso anche perché era di Gaggiano, paese verso cui il medico pedalava volentieri nei fine settimana. Werba gli disse di darsi piccoli obiettivi, il cui raggiungimento lo avrebbe fatto felice e alleviato dal peso della malattia.
Io ritengo che in questo consiglio ci sia della verità: non importa quanto sia difficoltoso il periodo che stiamo affrontando, concentrarci su piccoli traguardi ci può aiutare a sentirci più soddisfatti, migliorando la nostra condizione d’animo. Dobbiamo farci coraggio e avere fiducia nelle nostre possibilità non dubitandone neanche un momento. La vita ci regalerà una leggerezza nello spirito al raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissati.
Non dimenticarti di godere del paesaggio, una volta arrivato.
Se c’è una caratteristica che mi accompagna fin da quando sono piccola è la testardaggine. Questa qualità può essere giudicata in modo positivo ma anche negativo. Il mio parere sulla mia testardaggine è decisamente positivo.
Quando mi fisso un obiettivo mi sento un po’ come Sheldon di The Big Bang Theory quando bussa alla porta di Penny. Non mollo la presa, non importa quante volte io abbia mancato il traguardo.
Ricordo ancora come fosse ieri quanti pomeriggi da bambina passavo a giocare a pallavolo contro il muro. In estate lo facevo in cortile, in inverno in cameretta. Volevo a tutti i costi imparare a giocare bene ed ero assorbita in questa attività.
La mia fissa di oggi è lo yoga la mattina prima di mostrarmi al mondo. Non sempre riesco a praticarlo perché a volte mi sveglio stanca ma non smetto di puntare la sveglia presto per avere tutto il tempo di fare esercizio prima di uscire per andare al lavoro.
Per me è una questione di principio: non importa quante volte io non raggiunga qualcosa, l’importante per me è sapere la strada da seguire e non smettere di percorrerla.
La mia testa dura mi è stata utile in diverse occasioni della mia vita, mi ha permesso di capire quanto conta l’impegno in quello che facciamo e mi ha dato la possibilità di provare grande soddisfazione quando finalmente ho raggiunto gli obiettivi che mi ero posta.
Per questi motivi io quando vedo una persona determinata e combattiva la rispetto perché sono consapevole di quanto sia facile mollare la presa e di quanti sforzi richieda rimanere concentrati sulla propria via e continuare a dire: “Penny, Penny, Penny…!”. La porta, per chi ci mette impegno e costanza, si aprirà sempre.
Il più delle volte siamo così immersi nella nostra realtà che ci dimentichiamo di provare piacere vivendo la nostra vita. Questa settimana ho riflettuto sull’importanza di prendere la vita con il sorriso perché ne alleggerisce il peso.
Quante volte passiamo davanti alla nostra immagine riflessa nello specchio senza prestarci troppa attenzione. Se invece ci fermiamo un istante a guardarci negli occhi e ci regaliamo un sorriso, compiaciuti di come stiamo affrontando tutte le sfide che la vita ci pone davanti, sentiremo immediatamente una sensazione di leggerezza nel cuore.
Prendere la vita troppo sul serio può risultare difficile da gestire, regalare a noi stessi e a chi ci sta intorno un sorriso non costa niente e porta solamente benefici. Più abbiamo un atteggiamento positivo, più ci verrà facile notare ciò che di bello caratterizza la nostra quotidianità.
Questa positività la possiamo applicare sin dai primi momenti della nostra giornata di modo che questa possa partire dal verso giusto. Regalarci un sorriso appena svegli ha effetti benefici sul decorso della nostra giornata perché, come dice il detto popolare, chi ben comincia è a metà dell’opera.
La vita in questo particolare momento mi sta insegnando l’arte del lasciare andare.
Sul lavoro sto mollando la presa e sto traendo piacere a insegnare le mie mansioni a una ragazza giovane che mi sostituirà nella mia assenza.
È stato un percorso per me difficile quello di preparazione a questo momento. Ci sono però arrivata in un modo nel quale neanche io mi sarei immaginata, rimanendo particolarmente sorpresa delle mie risorse.
Lasciare andare richiede il coraggio di affidarsi, di sperare che quello che ci aspetta sia tanto buono quanto ciò che già conosciamo.
A fine novembre andrò in maternità e mi aspetteranno tanti altri bei compiti per cui spero di essere all’altezza. Sono fiduciosa anche perché so di non essere sola.
C’è del coraggio nel lasciare andare. Porta opportunità per delle nuove stagioni di crescita.
Nel suo libro Il caffè alla fine del mondo John Strelecky racconta la storia di un uomo che ha perso il senso della sua vita e in un caffè si trova a leggere sulla prima pagina del menù la domanda: “Perché sei qui?”. Durante tutto il libro cerca di capire il significato di questa domanda e di dargli una risposta conversando con un’altra ospite del caffè, con il cuoco e con la cameriera.
Ascoltando la settimana scorsa la versione audio di questo libro non ho potuto fare a meno di pormi lo stesso quesito. Cosa ci faccio io qui? Qual è lo scopo della mia vita?
Ci ho pensato molto ma nel rispondere a queste domande ho seguito soprattutto l’istinto. Il mio scopo su questa terra è quello di scrivere e di raccontare.
La mia maestra delle elementari, una volta cresciuta, mi disse che io da bambina avevo sempre qualcosa da comunicare e per questo mi veniva facile scrivere i temi. Effettivamente è sempre stato così e questo blog ne è l’esempio più evidente.
Scrivere per me è diventato negli anni una necessità. Quando scrivo sono totalmente immersa e perdo la cognizione del tempo. È l’attività nella quale io passo più volentieri il mio tempo.
Secondo Strelecky, una volta scoperto il motivo per cui si è al mondo, bisogna organizzare la propria vita intorno a questo. A me quindi altro non resta che fare della scrittura la colonna portante della mia vita. Se ci riuscirò te lo racconterò sicuramente, intanto ti ringrazio perché ogni settimana ti prendi il tempo di leggere ciò che scrivo.